Commemorazione e storia hanno conosciuto in questi ultimi ventanni rapporti non certo facilli.
Le commemorazioni sono divenute sempre più occasioni di marketing urbano o territoriale, e dal piano biografico si sono estese sino a comprendere città e nazioni. La vulgata, in realtà un po semplificata, vuole che sia la globalizzazione a rilanciare, quasi paradossalmente, un rapporto con lo spazio in cui una comunità potrebbe riconoscersi. Forse non è solo così. La commemorazione infatti necessita di uninterpretazione, e linterpretazione chiama in causa la storia. Forma di sapere sempre in discussione per la vicinanza delloggetto che studia, la storia contemporanea è diventata, soprattutto con il 1989, il terreno di conflitti non solo ideologici ma legati alle politiche della memoria. Oggi, il caso più visibile è Berlino, dove il racconto del proprio passato, quando si parla di nazismo o della Stasi e dei loro memoriali, diventa irto di problemi. Ma succede anche in Inghilterra. Il recente richiamo di David Cameron a una presupposta tradizione nazionale ricorda molto da vicino, perché anchessa figlia di una crisi, quella che portò nel 1951 alla serie di mostre, belle quanto lontane dallo scopo cui erano dedicate, sulla britishness. Il caso, forse più evidente, rimane però quello della ricostruzione delle torri gemelle di New York e della legittimazione persino della loro altezza. La storia contemporanea vede oggi aprirsi davanti a sé la scena, un po teatrale, del dibattito e della decisione politica, e conosce un nuovo, non semplice, protagonismo.
Il caso di Italia 150 enfatizza tutti questi processi. Emergono, dallinchiesta che questo Giornale ha realizzato congiuntamente con «Il Giornale dellArte», tutte le incertezze sul significato stesso della commemorazione. Il centocinquantenario appare, nei suoi esiti fisici (architetture e politiche urbane) loccasione per accelerare processi già in atto. Diventa, nelle pratiche, essenzialmente un volano di progetti rimasti senza finanziamento, non occasione di nuove progettualità. Il quadro delle celebrazioni effimere (restauri e mostre) sottolinea invece due processi culturali anchessi già in atto.
Il primo è quello di una nazione che procede con la testa rivolta al passato, che cerca nel suo patrimonio la propria legittimità unitaria. Le politiche della memoria, nel caso italiano, si fanno avviando restauri, opera certo meritoria, in presenza di una finanza pubblica tanto disattenta al suo retaggio culturale, ma che assume il ruolo, forse un po improprio, di costruzione di unidentità nazionale. I nostri monumenti sono frutto di storie che, quasi sempre, nascono da municipi, non certo da politiche nazionali. Questo peraltro avviene in un paese che celebra, in un silenzio sospetto, unaltra ricorrenza. Come ricorda in questo numero Marco Ponti, sono i dieci anni dal varo della Legge obiettivo, strumento di politiche tuttaltro che consone con il restauro di una propria identità, ricostruita sui monumenti.
La seconda è loccasionalità delle celebrazioni culturali o forse, soprattutto, la loro frammentarietà. Dallelenco delle iniziative appare, in maniera un po impietosa, lassenza non tanto di una regìa, quanto di riflessioni comuni, magari contrapposte o anche solo diverse, sulla storia italiana. Anche questo è un processo tuttaltro che nuovo ma che lunità di tempo, da marzo a novembre, purtroppo esalta. Una frammentarietà che nasconde un problema più profondo. A stretto contatto con la commemorazione la nostra storia contemporanea rivela tutta la sua fragilità e incapacità di costruire un piano condiviso almeno della discussione. Forse è chiedere troppo da simili occasioni ma basta, forse, sottolineare una riflessione che nasce dalla concomitanza con i dieci anni della Legge obiettivo. In tutte le mostre, che si possono oggi certo analizzare solo dai programmi, è assente proprio la politica edilizia; sono assenti, per non fare che un esempio, le infrastrutture. Non solo per il ruolo diverso che esse hanno giocato nella società e nelleconomia italiana, ma anche per i modi diversi con cui sono state progettate e vissute: eredi di una tradizione francese e tedesca dal disegno quasi maniacale; occasione di una nuova modernità, con la connessa esaltazione delle ingegnerie che le realizzavano; limite alla crescita, quando non oggetti gettati sul territorio oggi.
Non è una rondine a fare primavera, ma certo è linquietante segnale di unincapacità di stabilire una distanza critica con il proprio oggetto di studio, che forse colpisce più del fatto che a celebrare una data tanto importante sia il completamento di un aeroporto o di un auditorium. Se oggi è possibile un piano di confronto politico che appare, anche solo rapportato alla seconda metà degli anni cinquanta, sconfortante, è anche perché storia e commemorazione sono tanto prossime da apparire quasi interscambiabili. La cultura non può solo lamentarsi dei tagli e della scarsa considerazione che oggi conosce nel paese. Dovrebbe forse aprire come terreno essenziale del confronto la valutazione di quanto è stato fatto e si fa. Ma la cultura della valutazione produce allergie molto diffuse in politica come nei presidi culturali più celebrati, come in tanti ambienti universitari. Una vicinanza indubbiamente non gloriosa, ancor più quando è in gioco linterpretazione non solo di un passato fatto di fratture e divisioni, ma soprattutto di visioni, non depressive, del futuro.
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