Servono gli Ordini professionali? E se servono, a che cosa servono? Dopo trentanni, il ddl Siliquini tenta di stabilire nuove regole. Il suo testo ruota attorno a tre questioni essenziali: ruolo e funzione degli Ordini, figure professionali, tariffe.
Cominciamo dalla fine. La questione delle tariffe è complicata. Se da una parte non si può vincolare lofferta di prestazione professionale, dallaltra occorre tutelare la professionalità, la qualità del lavoro e gli stessi clienti (tariffe stracciate = prestazioni scadenti). Gli architetti chiedono la reintroduzione dei minimi inderogabili. La legge li prevede solo per le opere pubbliche in caso di controversia. Ma con un incarico conferito e il mancato accordo sulla retribuzione, non basterebbe dare validità al preventivo vistato dallOrdine, sia per le opere pubbliche che per quelle private?
Il ddl apre poi alle figure professionali complesse con unarticolazione che può creare limiti pericolosi. Non credo che lunica possibilità sia quella cui accenna Maurizio Milan (cfr. «Giornale dellArchitettura» n. 87: «lorganico riconosciuto deve essere costituito esclusivamente dal personale qualificato e regolarmente assunto, con posizione e professionalità inequivocabili»). Maggior specializzazione e strutture rigidamente organizzate non sempre generano qualità e spesso sottraggono opportunità ai giovani. Anche Aldo Rossi, che è stato per larchitettura italiana quello che tutti sanno, aveva uno studio di poche persone e teorizzava la necessità di una struttura piccola e capace di adattarsi e plasmarsi ai differenti lavori attraverso collaborazioni, stagisti, local architects. Modi che conosciamo benissimo e pratichiamo con buon esito, senza sentire il bisogno di una legge che descriva nei minimi dettagli come dobbiamo e possiamo lavorare insieme. Cè il rischio di escludere le forme di collaborazione più innovative e rispondenti alle esigenze di qualità del progetto. La capacità adattiva delle strutture rappresenta un patrimonio della nostra cultura professionale che questa legge mette a rischio.
La questione principale che non viene risolta è però quella degli Ordini. Dice la proposta Siliquini: «gli Ordini professionali sono enti pubblici non economici a carattere associativo, sottoposti alla vigilanza del ministero della Giustizia e sono preposti alla vigilanza sugli iscritti agli albi professionali nel rispetto dei principi individuati nella presente legge». E questo è il punto. Gli Ordini sono preposti alla «vigilanza» sugli iscritti e non alla «tutela» dei professionisti e dei loro clienti. Ma così concepiti servono davvero? In che modo le strutture che la legge ipotizza – e che ci sono già (nazionale, regionale, locale) – valorizzano realmente il nostro patrimonio di professionalità? Oppure, in altri termini, che senso ha per noi architetti riunirsi in un Ordine e sostenerlo economicamente se a questo non corrispondono servizi reali e maggior forza contrattuale e culturale per gli iscritti? Non potrebbero per esempio gli Ordini vigilare (qui sì che la parola ha senso) sulleffettiva realizzazione delle opere assegnate per concorso o per gara di progettazione e nel caso promuovere azioni legali per danno? E ancora, uno dei problemi fondamentali per la sopravvivenza degli architetti italiani con strutture piccole, adattive e talvolta capaci di prodotti di grande qualità non è quello di avere incarichi, ma quello di essere pagati (specialmente dal settore pubblico). Non potrebbe lOrdine diventare un centro di servizi capace di finanziare la prestazione professionale e perseguire i tardivi pagatori? E anche, non potrebbe pubblicare e divulgare periodicamente albi illustrativi delle realizzazioni e della professionalità degli iscritti? Come spesso succede, la proposta Siliquini sembra attenta ai contenitori più che ai contenuti, ma forse è utile a chiarire il dubbio che rende scettici gli architetti (e non solo). Gli Ordini, così, non servono.
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