Il ritorno, dal numero di aprile, alla direzione di «Domus» («La prima copertina è per Tomas Maldonado ritratto da Lorenzo Mattotti, la seconda ancora non so ma la matita sarà la stessa»), una mostra enciclopedica al Marca di Catanzaro dall11 aprile al 25 luglio, la terza edizione del Triennale Design Museum di Milano dal 27 marzo (vedi box), un one-to-one con Fortunato Depero al Mart di Rovereto dall8 maggio al 17 ottobre («Ho con lui un grande debito di segno») e, nel mezzo, pure il Salone del Mobile, che lo vede ancora una volta autore di molti nuovi progetti. Alessandro Mendini, classe 1931, ci dà appuntamento nel suo studio. Data la tabella di marcia, immagini un cantiere in progress. Ad accoglierci, luci basse e silenzio monacale.
Settimana corta/Domus/Triennale/Marca/Mart, una prima curiosità: Mendini, come fa?
È una domanda? Faccio come tutti gli altri: faccio cose.
La mostra a Catanzaro sembra riunirle tutte in un unico grande titolo «Alchimie. Dal Controdesign alle Nuove utopie». Siamo ancora in tempo per coltivarne di nuove?
Nuove utopie è una sorta di slogan che ho posto anche come formula per «Domus», nellipotesi ottimistica che architetti e designer si pongano nuovamente obiettivi lontani, anche irraggiungibili, al limite del romantico. Oggi, nel progettare una sedia come un grattacielo, vedo un enorme divario tra ambizioni tecniche, il virtuosismo dei materiali, e un traguardo alto che dovrebbe avere a che fare con lo spirito delle persone. È in questo senso che penso alla parola utopia.
Visto che rilancia la sfida con «Domus» ha già immaginato chi potrebbe raccoglierla?
La «Domus» che sto facendo non ha lossessione della novità e pertanto guardo le cose in maniera prospettica: per cui magari minteressano Yona Friedman o gli espressionisti tedeschi da collegare ad alcuni autori contemporanei che fanno ricerca, almeno in parte, su utopie impossibili. Sul primo numero cè un servizio che mette a confronto i segni territoriali di Giovanni Michelucci con i rendering virtuali di Coop Himmelb(l)au. È un saggio dove si parla di utopie senza speranza, di una specie di profondo cinismo che soggiace al progetto contemporaneo. Quando dico queste cose mi ci metto dentro anchio.
Cinismo: in che senso ci si mette dentro anche lei?
Oggi sei vuoi essere puro fai il monaco. Se giochi, tutti i giochi sono con il fuoco. Tutte le idee più sottili e dinamiche nascono sotto forma di schizzo. Man mano che si concretizzano assumono materiale, un costo, entrano in contatto con le regole, con le amministrazioni, perdendo in intensità e purezza.
La crisi della stampa in generale, e dei periodici specializzati in particolare, impone alcune scelte editoriali anche drastiche, quali saranno quelle del nuovo direttore?
In questo momento «Domus» è un progetto in due parti. Cè la rivista stampata, di cui mi occupo io con la vicedirezione di Stefano Casciani, e cè Domus Web, con la direzione editoriale di Joseph Grima [che subentrerà a Mendini tra un anno, ndr]. Naturalmente le due realtà sintrecciano, pur mantenendo sottofondi diversi. Per il web, che diventerà sempre più articolato e importante, è la velocità, sul cartaceo prevarranno la lentezza e il commento.
Se lultima copia del «New York Time» sarà venduta in edicola nel 2012 (così dice leditore Sulzberger) per poi passare il testimone alla piattaforma web, ritiene ancora necessario lo sviluppo della rivista tradizionale?
Devo ammettere che, con il mio modo di pensare e lavorare, sono forse assolutamente antiquato. Sono attratto dalla possibilità di accedere a notizie istantanee in tutto il mondo; ciò che mi sembra negativo è leccesso dinformazione che non permette di decantarla. Credo siano interrogativi bellissimi, da lasciare aperti. Cè sicuramente un declino della carta stampata, ma non muoiono i libri e non moriranno i giornali. Il futuro di una rivista tradizionale è quello di diventare sempre più di opinione, sempre meno legata allattualità.
Perché alcune riviste cambiano frequentemente la direzione mentre altre no?
Credo che la formula del cambio di direzione sia una questione di energie, aperture, forse anche di direttori sbagliati. Tra le testate di settore ci sono riviste più giovani, più agili e riviste più statiche. «Domus», pur nellalternanza, ha una sua staticità.
La grande antologica a Catanzaro riassume la sua intera avventura progettuale. Cè un filo rosso?
Cè un filo sotteso continuo, lo stesso tracciato dalle direzioni di «Casabella» [dal 1970 al 1976], «Modo» [dal 1977 al 1982] e «Domus» [dal 1980 al 1986]. Ho sempre avuto lansia di stare fuori dallaccademia. Il punto di partenza – il Controdesign – è stato radicalizzante. Cerano gruppi in Italia, in Austria e in California che tendevano, in una stagione in cui cerano ancora la destra e la sinistra, a contraddire e contrastare sia il design istituzionale sia il consumismo. È stato un momento di forte parallelismo con larte povera, dove si sono riscoperti la manualità, lartigianato, i materiali semplici.
Arte povera. Destino molto diverso rispetto al design delle avanguardie radicali. Per la prima è un momento di consolidamento e rilancio, le seconde sono state collezionate allestero. Abbiamo perso qualcosa?
Non è una delle cose che mi preoccupano. Sei un designer, fai progetti, se poi hanno un destino commerciale, se sono a Basilea o in una grande collezione a Miami, è un altro problema, del quale forse alcuni sinteressano, io no.
Tra le centinaia di progetti firmati ha affezioni o disaffezioni?
Penso il design come una questione di attitudini. Dopo tanto tempo hai fatto tante cose, queste cose sono sparse su una scena, sono come i personaggi di una commedia: cè il buono, il brutto, il lussurioso. Ogni progetto è legato a una tesi o a un obiettivo molto diverso. Con tutti si cerca di dare delle risposte legate a una loro logica e moralità e non sempre si riesce…
Ieri Mendini metteva mano alla Thonet, trasformandola in unarchitettura ambientale. Oggi molti designer continuano a confrontarsi con grandi icone del secolo scorso. Che effetto le fa?
Oggi assistiamo ad atti di arbitrarietà addirittura grotteschi, stravaganze negative. Quelle che allepoca sembravano stranezze in realtà erano sperimentazioni collegate a problemi molto basici. Era un momento in cui si pensava radicalmente la trasformazione degli scenari del mondo, in una maniera letteraria e teorica. Oggi i progettisti sono isolati: avendo rinunciato a trattare scenari utopici lavorano a volo basso. Anche i giovani designer italiani fanno questo. Il grande obiettivo di un designer oggi è di fare una grattuggia per la grande distribuzione.
Mendini, Branzi, Magistretti, Mari, Sottsass, Castiglioni. Dopo di voi, qualcuno dice il nulla.
Forse è stata la violenza di questa grande capacità che ha fregato la generazione successiva e pertanto questultima la si potrebbe considerare di sopravissuti. Era successo anche con Alvar Aalto in Finlandia. Penso che ci siano delle costellazioni in queste cose, quasi astrologia: cè stata la magia di queste presenze, questo miracolo a Milano e che, a un certo punto, la cometa si è dissolta lasciando in effetti un eccesso di buio.
Manuale di salvataggio?
Credo che se in questo momento riemerge qualcosa, debba riemergere in maniera radicalizzata: pensieri forti che non spettano a me ma a persone di almeno 50 anni più giovani.