Carlo Cresti (1931-2018)

by • 5 novembre 2018 • Professione e Formazione912

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Voce vivace della cultura architettonica degli ultimi decenni, fu il primo ad aprire gli studi sull’architettura del periodo fascista

 

Architetto e ordinario di Storia dell’Architettura nell’Ateneo fiorentino, Carlo Cresti è stato, più in generale, un intellettuale attento al dibattito sulla città e al suo rapporto con la modernità. Polemista vivace, è stato presente nella critica d’arte e nella storiografia architettonica. Insegnò anche Museografia nel momento sorgivo di questa disciplina, quando Carlo Ludovico Ragghianti la introdusse per primo nelle discipline dell’UIA (Università Internazionale dell’Arte). Realizzò numerosi allestimenti fra i quali, da ricordare, la Sala di Michelangelo al Bargello (allora diretto da Luciano Berti), e gli interventi al Forte di Belvedere e in Palazzo Vecchio a Firenze, in occasione delle mostre medicee.

All’esercizio della professione – che giudicava ormai compromessa dall’eccesso di normative – preferì l’insegnamento e la ricerca. Da qui l’impegno presso la Fondazione Michelucci, dirigendo la rivista “La Nuova Città”, in corsi di perfezionamento e di dottorato di ricerca, nella saggistica in diverse riviste. È stato membro ordinario e vicepresidente della Classe di Architettura dell’Accademia delle Arti del Disegno.

Tra i primi a scrivere del Liberty in Italia, contribuì, con Rossana Bossaglia, a sistematizzarne la conoscenza; in questo ambito, furono importanti i suoi contributi sul Liberty in Toscana con una monografia su Montecatini Terme e su Galileo Chini. Con l’editore Pontecorboli ebbe a pubblicare numerosi volumi, fra cui Architettura e Decorazione (col figlio Matteo), indicando un metodo di ricerca polivalente, più fedele alla realtà fattuale, mai costretto alla sola architettura e sempre sincronicamente attento ai complementi artistici (scultorei, pittorici, decorativi). Ma soprattutto si devono a lui i primi studi sull’architettura del periodo fascista, documentatissimi e di prima mano, contribuendo a rompere quel silenzio pluridecennale che aveva condannato una stagione feconda e creativa dell’architettura italiana. Architettura e fascismo (Vallecchi, 1986) fu un contributo interessante per il taglio critico che si coglieva sin dai titoli dei suoi capitoli, come ad esempio L’assemblaggio dei simboli e delle vanità, Architetture e spazi per gli eroi, Mediterraneità e ruralità, Effimeri di regime. Nello stesso volume, ragionevolmente, un capitolo, assai documentato, è dedicato a Il caso di Firenze e della nuova stazione ferroviaria di Santa Maria Novella: tema precedentemente trattato da Baldi e De Luigi sul n. 6 de “La Casa” e da Giovanni Klaus Koenig nel suo Architettura in Toscana (1968); qui Cresti non indugia tanto sull’architettura in sé quanto sull’intera vicenda critica e politica, sulle precedenti proposte di Angiolo Mazzoni, sulla discussione dai toni spesso “beceri” che ne accompagnarono la costruzione: un tema assolutamente appropriato al suo spirito polemico.

Cresti non aveva un carattere facile. Tanto aperto all’ascolto, all’entusiasmo e alla passione, quanto assolutamente rigido sulle proprie posizioni. Ciò, talvolta, lo portava a posizioni non negoziabili che finivano per porre distanze di qualche imbarazzo anche con vecchi colleghi. Ma ciò, semmai, rafforza la personalità dell’uomo, rendendolo peculiare e riconoscibile.

Personalmente, lo voglio ricordare sui ponteggi del battistero di San Giovanni a Firenze pochi anni or sono, durante i restauri. Era felice di carezzare quei marmi che aveva sempre amato. Ma soprattutto di traguardare quella piazza che l’aveva accompagnato per tutta la vita.

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