Scuola d’Arte di Glasgow, capolavoro perso per sempre?

by • 20 giugno 2018 • Mosaico, Patrimonio2110

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Secondo incendio in quattro anni per l’opera di Charles Rennie Mackintosh. William J.R. Curtis si interroga: incidente o errore?

 

All’alba di sabato 16 giugno ho deciso di leggere le notizie sul web. Con mio grande stupore ho visto quelle orrende immagini della Scuola d’Arte di Glasgow avvolta di nuovo dalle fiamme. È stato come un brutto sogno: un inferno color arancio catturato dai telefoni cellulari. Ha riportato alla memoria l’incendio di quattro anni fa che aveva distrutto lo spazio più bello dell’edificio, la biblioteca: effettivamente, uno dei grandi spazi dell’intera storia dell’architettura. Ma questa volta il danno è stato ben più grave, sembra che tutto l’interno sia andato distrutto. L’edificio era in restauro ma ora è completamente distrutto. Tutto ciò che resta è l’involucro murario e questo sarà stato pericolosamente danneggiato dalle altissime temperature. In realtà, temo che questo capolavoro sia perso per sempre.

Sono devastato da questa perdita. La Scuola d’Arte di Glasgow era come un vecchio amico per me e ogni volta che l’ho visitata ho scoperto una nuova dimensione dell’opera in sé e dell’architettura in generale. La Biblioteca era una fonte di ispirazione: l’astrazione di una radura in un bosco con qualcosa del carattere di un tempio giapponese. L’esterno dell’ala occidentale era un capolavoro di ambiguità tra figura e sfondo, spazio e massa. L’edificio di Mackintosh era di per sé destinato all’educazione: educava gli studenti a vedere, a fare esperienza dello spazio e della luce, a sentire trame, colori e materiali. Toccava la mente e i sensi di chi lo attraversava. Restava impresso nella memoria. Era grande architettura ma era in qualche modo informale e conviviale. Incoraggiava il caos della creazione nei suoi studi e promuoveva la mescolanza di persone nei corridoi e sulle scale. È diventato un punto di riferimento collettivo, ma solo dopo decenni di abbandono negli anni del declino di Glasgow.

Nel 2009 la Scuola d’Arte ha celebrato il centenario ed io ho avuto l’onore di essere invitato per la relazione di apertura alla quale ho dato il titolo Materiali dell’immaginazione: la Scuola d’Arte di Glasgow di Charles Rennie Mackintosh. Ho percorso la lunga prospettiva storica e geografica, e scomodato alcune delle leggende legate in anni recenti al “marchio” di Mackintosh. Questa è, o era, una di quelle opere che sfugge a tutte le categorie stilistiche. La sua importanza trascende i caratteri dell’architettura locale scozzese, britannica o perfino dell’architettura moderna: è, o era, una grande creazione universale, appartiene al patrimonio dell’umanità. Non c’è stata opera nelle isole britanniche capace di superarla, nonostante abbia influenzato direttamente edifici notevoli come la Facoltà di Ingegneria di Leicester di James Stirling o il capolavoro di Denys Lasdun, il Royal College of Physicians, entrambi dei primi anni sessanta.

La Scuola d’Arte di Glasgow occupa ovviamente un posto importante nel mio libro L’architettura moderna dal 1900 (ed. it, Bruno Mondadori 1999, Phaidon 2006) ma ho sempre rifiutato di considerarla un semplice “pioniere del progetto moderno”, come fece Nikolaus Pevsner. In retrospettiva potrebbe sembrare aver anticipato alcune caratteristiche dell’architettura moderna, ma ha anche guardato indietro e in altre direzioni. Come tutti i capolavori, non può essere confinato in una singola casella della cronologia. I suoi cugini potrebbero essere Josef Hoffman a Vienna e Frank Lloyd Wright a Chicago, ma esso condensava anche molti echi storici. Nell’architettura britannica bisogna andare indietro fino a John Soane o Nicholas Hawksmoor per trovare qualcosa di questa sorprendente originalità e qualità, con un’inventiva radicata in un profondo senso della storia dell’architettura. Mackintosh ha portato ad unità un’ampia gamma di fonti, dai castelli baronali scozzesi, all’architettura giapponese, agli edifici industriali nordamericani e britannici, a Michelangelo, ma li ha trasformati in qualcosa di fresco e nuovo. Egli ha anche cristallizzato un’era in una Glasgow che era aperta al mondo esterno attraverso le rotte dei battelli a vapore dell’Impero, mentre cercava i miti della sua identità nazionale nel vernacolare e nella natura delle terre scozzesi.

Le celebrazioni del centenario, nel dicembre 2009, sono state meravigliose perché hanno fatto incontrare studenti provenienti da tutto il mondo con importanti personalità dell’architettura scozzese e internazionale. Così l’edificio ha dato il meglio di sé nel gelo e nella foschia dell’inverno di Glasgow, specialmente al crepuscolo quando le luci all’interno gli conferivano un’atmosfera orientale simile a una lanterna. Gli studenti mi hanno intervistato nel calore della biblioteca in legno con le sue aperture verticali, cristalline astrazioni di bay window, e io ho parlato per mezz’ora della mia ammirazione per l’edificio e di come fosse una miniera di invenzioni e ispirazioni, molte ancora non realizzate. Un edificio con un grande futuro allora!

Poi, nei mesi e negli anni successivi, ci fu la scomposta impresa dell’ampliamento di Steven Holl sul lato opposto della strada, ostile e fuori scala: un gelido frigorifero di vetro privo di ogni sensibilità per il contesto. Un’ammiraglia supponente concepita da un archistar. Il progetto di Holl era già di per sé abbastanza sbagliato, ma è stato allo stesso tempo il segno dell’incapacità di tutte le autorità di contenere questo mostro. Poi nel 2014 è arrivato l’incendio, apparentemente innescato dall’errore in un esperimento di studenti, quando un proiettore ha preso fuoco a causa di una schiuma infiammabile. Naturalmente ci si è chiesti perché ci fossero tali materiali nelle zone in legno del vecchio edificio, specialmente quando erano disponibili altrove spazi di studio per lavori sperimentali a minor rischio di incendio. Contro questa tragedia ho pubblicato un articolo su “Architectural Review” di luglio 2014 con il titolo Burning Questions (Domande scottanti).

È stato solo un incidente? Ci sono responsabilità di qualche tipo? Ben presto queste domande sono state ammantate di retorica politica e della promessa d’importanti finanziamenti pubblici per il restauro dell’edificio, come se ciò fosse realmente possibile. Nella scelta tra un intervento mimetico, corretto ma privo di vita, e un nuovo progetto, il primo fu comunque considerato in qualche modo preferibile. Così negli anni seguenti gruppi di architetti, consulenti, ingegneri, storici, restauratori e artigiani sono stati al lavoro per tentare di riportare in vita il cadavere. La scorsa notte il loro devoto lavoro è stato annullato in una conflagrazione che si è diffusa attraverso l’edificio in un breve lasso di tempo. Ancora una volta gli eroici vigili del fuoco hanno fatto tutto il possibile per salvare questo capolavoro, un’opera molto amata dagli abitanti di Glasgow ma anche da persone di tutto il mondo.

C’è qualcuno da incolpare? O questo si deve ancora chiamare “incidente”? Quali sono le domande scottanti per l’inchiesta che deve seguire? È importante chiedere esattamente come, quando e dove è iniziato l’incendio. Bisogna anche sapere come è stato possibile che si sia diffuso così rapidamente all’interno. Erano presenti e attivi nell’edificio dispositivi antincendio? Se lo erano, perché sono stati così apparentemente inefficaci? Se non erano installati e/o non funzionanti, allora è necessario sapere perché. C’erano guardie e telecamere? Quando è stato scoperto il fuoco per la prima volta? E così la lista potrebbe continuare. Un impianto sprinkler era stato installato ma non ancora messo in funzione; ora sappiamo che è accaduto lo stesso per il secondo incendio. Nel 2014 è stato fatto di tutto per evitare di rispondere alle domande scottanti e per dissociarsi da qualsiasi assunzione di responsabilità personale o istituzionale. Questa volta è necessaria un’inchiesta pubblica completa che indaghi con accuratezza sulle responsabilità. Ma qualunque sia il verdetto di una tale inchiesta o indagine, questa volta temo che il maestoso capolavoro di Mackintosh abbia lasciato questa terra per sempre, anima e corpo.

 

Copyright: William J.R. Curtis, 16 giugno 2018. Traduzione: Antonello Alici

 

LEGGI L’ARTICOLO IN LINGUA ORIGINALE

Centennial Event, 14 dicembre 2009, Keynote Address: William J.R. Curtis, Materials of the Imagination: Glasgow School of Art by Charles Rennie Mackintosh

Per un’altra versione, vedi la lezione alla Spitzer School of Architecture, City College New York, 11 aprile 2011; sullo stesso sito vedi anche la discussione del giorno seguente con Dean George Ranalli.

Per una critica al progetto di Steven Holl vedi William J.R. Curtis, Facing up to Mackintosh, in “Architects Journal”, 5 novembre 2010, e Glasgow Neighbours: Mackintosh versus Holl, in “Architectural Record”, febbraio 2011.

Per la Open Letter to the Governors, the Director, the Faculty, Students, Staff, Alumnae and Alumni of the Glasgow School of Art, 28 febbraio 2011, vedi “Architect’s Journal”, 3 marzo 2011. La lettera si concludeva con il suggerimento seguente: «Coloro che sono responsabili del futuro della Glasgow School of Art dovrebbero ricordare che sono residenti e custodi temporanei di un capolavoro di livello mondiale che deve essere trasmesso alle generazioni future. I problemi del nuovo progetto derivano dalla sua stessa anatomia. Poiché si oppone a Mackintosh è ovvio che non dovrebbe essere costruito». Il 4 marzo 2011 ho inviato una lettera con 15 obiezioni allo schema di Holl al Development Management del Glasgow City Council che è stata ricevuta dal computer ma misteriosamente non tenuta in nessun conto; vedi per esempio glasgowarchitecture.co.uk/glasgow-school-of-art-extension. Il 5 settembre 2011 ho ricevuto una lettera da Isi Metzstein (1928-2012) che concordava con la mia critica del progetto di Holl: «Sono fortemente deluso non solo dal progetto, ma anche dalle risposte di altri ad esso, che sono state peggio che superficiali».

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