Professione designer, basterà una norma tecnica per riconoscerla?

by • 2 maggio 2018 • Design, Professione e Formazione2614

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Molti non lo sanno, ma qualcosa si muove in materia di riconoscimento della professione: quali sono gli attori, l’iter e le ragioni della norma tecnica UNI che dovrebbe definire le competenze, i percorsi formativi e le specializzazioni del designer

 

Il contesto della legge sulle professioni

Con l’approvazione della legge 4/2013 è stato avviato un lungo processo di concertazione affinché tutto il mondo rappresentativo e istituzionale del design, quello che comunemente chiamiamo Sistema Design Italia, potesse riunirsi intorno ad un tavolo. Obiettivo, da un lato, è stato quello di provare a circoscrivere una materia, quella del design, non imbrigliabile per sua stessa natura e, dall’altro, provare però a costruire una corrispondenza con le leggi che in quel momento, aprivano le porte alle professioni non ordinistiche e che, di fatto, sollevando il coperchio del vaso di pandora, mettevano alla luce tutta una serie di conflitti, di sovrapposizioni di competenze, di slittamenti tra campi affini, difficili da governare sia in termini di professione che, subito dopo, giuridici.

Quella del 2013, infatti, è una legge che reca disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini e/o collegi, e all’art. n. 6 prevede la possibilità che un professionista possa conformarsi ad una norma tecnica UNI di riferimento; norma che viene ripetutamente citata anche in altri articoli della medesima legge, quasi a suggerire che la stessa, pur non essendo obbligatoria, possa però diventare strumento effettivamente di riferimento per circostanziare ambiti e competenze.

 

Le ragioni di una riflessione

Le maggiori associazioni professionali di riferimento (Aiap e Adi – Associazione Disegno Industriale, quindi, insieme ad AIPI – Associazione progettisti di Interni, DfA – Design for All Italia, ADCI – Art Directors Club Italia, IDEA – Associazione Italiana Exhibition Designers, DComeDesign, Federprofessional, Soggetto proponente e capofila Aiap – Associazione Italiana design della Comunicazione Visiva) insieme alle istituzioni universitarie che si occupano di Design (SID – Società Italiana di Design, CUID – Conferenza Universitaria Italiana del Design, in rappresentanza di tutte le scuole universitarie del design, Poli.design come consorzio universitario maggiormente rappresentativo, AisDesign – Associazione Storici del Design e Conferenza dei presidenti e direttori degli ISIA), si sono incontrate a partire dal 2013, definendo dei baricentri intorno ai quali poter definire le tante anime del design, pur sapendo di doversi confrontare con una disciplina in continua evoluzione perché strettamente relata all’idea stessa di ricerca permanente e quindi di evoluzione – sociale, antropologica, tecnologica. Una disciplina che sposta continuamente i confini della pratica grazie ad una capacità di prefigurazione del reale che piega la tecnica alle ragioni del progetto quale “luogo” all’interno del quale agire, per poter configurare un’idea di “abitare” a misura d’uomo.

Questa non vuole essere una digressione accademica, ma solo un voler sottolineare l’eccentricità di questa disciplina, che nel suo essere sempre più pervasiva è, al tempo stesso, sempre più “larga” e mobile, una “vasta area” nella quale concorrono tantissime competenze, al tempo stesso tecniche e ancor più spesso umanistiche, e che prima ancora di essere sapere specialistico, è metodo e sperimentazione. Riflessione centrale all’interno di un dibattito, acceso, che vede tanti attori differenti – collegi, ordini, associazioni, o confederazioni – voler mettere un cappello e rivendicare il proprio ruolo di riferimento assoluto.

I numeri del design

Appetiti comprensibili verso un comparto che diventa sempre più centrale nello scenario economico e culturale: l’ultimo rapporto Symbola, infatti, rivela un paese che vede un sistema in continua crescita formato da 29.000 imprese e circa 48.000 addetti, che genera un fatturato di 4,4 miliardi, con un +5,4% per occupazione e un +12,3% per fatturato. Anche in termini di occupazione, stante il rapporto stilato dalla CUID, si registrano livelli più che confortanti nel post laurea triennale e un 74,3% post lauree magistrali per l’anno 2016.  Numeri importanti cui, però, non corrisponde ancora un ambito di riferimento giuridico riconosciuto. Ricordiamo infatti che i laureati in design non possono entrare in un ordine professionale – né in quello degli architetti, né in quello degli ingegneri per le materie più legate all’engineering o alla programmazione -, né trovano riscontro culturale e di competenze in collegi affini.

Un comparto, quello del design, che seppur fiore all’occhiello del nostro paese, vive quindi una condizione di confusa collocazione, diviso tra contesti che se ne contendono la paternità e leggi che non ne tutelano la professione.

È in questo scenario che si colloca la conclusione dell’inchiesta preliminare del Tavolo tecnico UNI sul design del 2015 e che di fatto ha rappresentato uno stop di ben tre anni, durante i quali la disciplina si è ancora modificata e complessificata.

La riapertura del Tavolo tecnico UNI

Queste riflessioni tornano prepotentemente sul tavolo, oggi, laddove sembra sia possibile riavviare proprio quell’iter di scrittura della Norma UNI sul design; iter che, per complesse vicende da un lato organizzative di UNI stessa e dall’altro lato politiche, per controverse opposizioni provenienti da ambiti più tecnici, si era interrotto.

Nei prossimi mesi, quindi, il gruppo di lavoro sul design verrà riconvocato, e vedrà il Sistema Design Italia (il tavolo UNI sul design sarà formato dalle maggiori associazioni professionali – AIAP e ADI – rappresentate anche da Confcommercio professioni, le rappresentanze del mondo universitario – SID, CUID, ISIA e le scuole private riconosciute dal Miur, il CNPI, CNA Professioni e, presumibilmente altri stakeholder), lavorare insieme per poter redigere una Norma tecnica utile a stabilire i principi della “qualificazione della prestazione professionale” di cui alla direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, e sulla base delle linee guida CEN 14 del 2010. In tale norma, così come indicato al punto 3 dell’art.6 della legge 4/2013 saranno riportati «i requisiti, le competenze, le modalità di esercizio dell’attività e le modalità di comunicazione verso l’utente e, di fatto, disciplinano l’esercizio della professione e ne “assicurano la qualificazione”».

Il ruolo delle associazioni, delle università e delle leggi

Ma stante le riflessioni fin qui accennate, perché la scrittura di una norma tecnica sul design può essere importante? È possibile imbrigliare all’interno di una norma e di un insieme di regolamentazioni un sistema in continuo ripensamento di sé come quello del design? E quale il ruolo delle università e dei centri di formazione? Quale il ruolo delle associazioni professionali? Quali i confini da stabilire con le professioni limitrofe?

In questo senso la scrittura della norma tecnica sul design rappresenta un punto di partenza fondamentale, perché diventa strumento per definirne le competenze, i percorsi formativi e le specializzazioni. Ma è anche utile per chiarire il ruolo del designer, i requisiti, le metodologie e le ricadute del progetto sia in termini culturali, sia economici, sia strategici. Non segna confini netti ma sicuramente stabilisce il principio che il Design è un “sistema” all’interno del quale individuare la collocazione più consona sia alle differenti specializzazioni (moda, gioiello, prodotto, comunicazione, servizi, information, etc etc…), sia ai differenti livelli di competenze, da quelle più prettamente progettuali a quelle più tecniche e circostanziate.

In un contesto normativo europeo sempre più stringente è qui il punto di partenza per la definizione e il riconoscimento della professione costruendo, di fatto, un circuito nel quale il raccordo tra università, centri di formazione, associazioni professionali unite alle confederazioni di tutela e regolamentazione del lavoro autonomo diventa strategico perché costruttore di un dialogo costante tra chi forma i designer, chi ne segue e ne tutela la vita professionale e chi ne norma le responsabilità verso l’utente e la società più in generale.

Immagine di copertina: Francesco Pace, “fuorisalone”, prima edizione AIAP Design per Napoli (2009)

 


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