La Biennale di Orléans cammina nei sogni degli altri

by • 15 novembre 2017 • Mosaico, Reviews2972

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Il futuro è un sogno da condividere e da attraversare. Report dalla prima edizione, presso il FRAC Centre – Val de Loire fino al 1° aprile

 

ORLEANS (FRANCIA). Ci sono due termini – all’interno di una pur vasta collezione in cui rientrano ad esempio sostenibilità, smart city, paese reale – che rischiano di risultare particolarmente usurati, quando non indigesti, a chi si trovi ad essere architetto, ancor più se italiano. Questi termini sono Biennale e narrazioni.

Ora, il FRAC Centre – Val de Loire ha scelto di aprire in questi mesi una Biennale d’Architettura. Fatta di narrazioni. Eppure, va riconosciuto che di questa Biennale, ce n’era addirittura bisogno.

Sì. Il concept messo a punto a Orléans incrocia un bisogno che l’architettura costantemente ha – e non sempre mostra – di reindagare  il senso delle domande da cui muove. E le narrazioni  sono forse lo strumento più potente con cui l’architetto può mettere in discussione tali domande, magari date per scontate, al netto di tante sovrastrutture; o almeno, in pace con esse.

 

Walk-in

Marcher dans le rêve d’un autre, camminare dentro il sogno di un altro, è il titolo di un progetto complesso caratterizzato dalla cifra della diffusione tra luoghi e discipline diversi, e dal tema della prossimità a molteplici scale. Al centro del tutto, il portare gli architetti a proporre un récit, un racconto del loro stare nella pratica e nella riflessione, nei termini in cui oggi queste possono essere concepite.

Nei propositi dei due curatori, Abdelkader Damani e Luca Galofaro, «la fine del progetto moderno di ‘costruzione del mondo’ ha lasciato il posto ad un’epoca che invalida tutti i modelli normativi e le visioni unificatrici». La questione del fare architettura diviene quella di un faire monde, una creazione di senso che se la gioca in un’ampia arena, popolata tra gli altri da Ortega i Gasset col suo uomo come unico essere vivente che deve costruire il proprio habitat dando senso agli oggetti, o da Karl Weick e il suo sense-making organizzativo. In fondo è stato quest’ultimo a sostenere che bisognasse indagare un ambiente dentro le teste che lo popolavano, piuttosto che fuori. Di sicuro, diviene sempre più evidente come formalismo o tecnica non possano dare risposte adeguate ad una domanda così radicata nelle pratiche e nella percezione. Prendere una momentanea distanza, riflettere e narrare per strutturare, avanzare, ma questa volta anche al di là delle utopie.

Al limite del paradosso, gli strumenti per rinnovare questo matrimonio col reale stanno nel sogno, e nel riferimento a molte figure del radicalismo di fine ’60 – da sempre core della collezione FRAC – sempre erroneamente parcheggiati nei box teorici di utopia e distopia.

Ecco le tre linee su cui gli invitati sono stati chiamati a esprimersi: le migrazioni come unico destino, l’architettura come eterno ritorno tra finzione e realtà, il sogno come modalità operativa per incontrare l’altro, al di là della catastrofe. Ecco il concept di una Biennale articolata in una differenza di luoghi (FRAC Centre, Collegiale St. Pierre, rue Jeanne D’Arc, Médiathèque , le ex acetaie Vinaigreries Dessaux in pieno centro, le Tanneries ad Amilly) e di narrazioni (la mostra principale, le monografiche su Patrick Bouchain e Guy Rottier, il filone carsico ma non troppo della scena radicale spagnola attraverso il secondo Novecento e la contemporaneità). Ecco una Biennale strutturata come Biennale des Collections, punto da cui il FRAC si riconsidera e riorienta le sue linee di acquisizione.

Come-out

Questa Biennale ha molto del coming out, tanto in termini di posizionamento teorico, quanto di uscita dalle mura dell’istituzione che l’ha creata.

Les Turbulences, sede del FRAC, accolgono la composizione dei tre sentieri narrativi del concept; vi si accostano le architetture di puro spazio create da movimenti di danza di Maria Mallo, la connessione tra fenomeno naturale e spazio pubblico nel progetto di Ecologic Studio per il letto della Loira, la migrazione come atto creatore della città nelle esperienze del gruppo Perou alla Jungle di Calais. Vi trova la sua prima articolazione la sezione curata da Monica Garcia sulle esperienze del gruppo spagnolo che riuscì da fine ’60, riunendosi attorno al Centro de Cálculo voluto da IBM a Madrid, a sottrarsi ad etiche ed estetiche di regime, prefigurando le architetture parametriche dei decenni successivi.

Narrazioni mediterranee ed italiane caratterizzano poi i passi più forti dell’uscita dalle mura; con il Cabinet of curiosity dai disegni di Ettore Sottsass che finalmente i romani 2A+P/A costruiscono in 1:1, in dialogo aperto con i linguaggi modernisti o para-koolhaasiani del contesto, trasformandolo in un sacello per la reinterpretazione delle icone architettoniche tramite il disegno; con i Flying Floors di Aristide Antonas, radicale negazione dell’architettura radicata al suolo e al tettonico in mezzo alla tettonicissima e al contempo eterea Collegiale de Saint-Pierre Le Puellier.

Difficile poi qualcosa di più out del programma espositivo del centro d’arte contemporanea delle Tanneries di Amilly: out a 50 km da Orléans, out con la sua coppia autenticamente outlandish di esposizioni. La monografica su Guy Rottier (1922-2013) mena l’ultima picconata alle ipotesi di classificabilità dei radicalismi, mostrando un percorso dove il pop, la contestazione, l’estetica, l’ossessione macchinistica, l’ironia e il gioco postmoderno confliggono e ballano assieme, e dove una eco-smart-city ante litteram ci sprofonda nella più completa sorpresa (anticipazione: la Ecopolis che va alla ricerca del sole è fatta di cluster megastrutturali in calcestruzzo, non presenta alcuna unità in legno di piccola scala, e risulta estremamente convincente). Dietro la porta successiva, le cinque architetture dell’ARCHIPELAGO di Manthey Kula ci portano nel mondo della riflessione del professionista. Veri spazi provenienti da, e per nessuna ragione case pensate per, come gli autori tengono a precisare, queste strutture danno forma all’empatia o alla critica generata da 5 racconti reali di naufraghi ed esuli, e ci danno l’ultima conferma di quello che la Biennale mette in circolazione nel panorama contemporaneo dell’architettura: la possibilità per l’architetto di un riposizionamento rispetto alla sua professione.

Toccata con mano una battuta d’arresto del consolidato rapporto post-moderno tra teoria e progetto, un riavvicinamento alla professione e alla sua capacità di interrogare il reale e farne narrazione per implementarne il divenire, recuperare un senso, è ciò con cui senza esagerato sforzo cognitivo, e con grande appagamento percettivo, un architetto può tornare a casa da Orléans, dopo aver camminato nei sogni di un altro.


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