Luisa Bocchietto: il design è diventato adulto

by • 25 ottobre 2017 • Design, Interviste, Mosaico, Professione e Formazione2759

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All’indomani di Torino Design of the City, la neopresidente della World Design Organisation traccia la linea: occuparsi di servizi, sistemi, processi, patrimonio, coinvolgimento degli utilizzatori. E gli italiani? Eccellenti ma individualisti…

 

TORINO. All’indomani della settimana di Torino Design of the City è tempo di bilanci: 113 appuntamenti, 53 location diffuse nella città, 60 relatori da 40 Paesi, 170 delegati della World Design Organization (WDO, che ha celebrato qui la sua 30° assemblea generale), oltre 14.000 partecipanti ai vari eventi, workshop, meeting e mostre tenutisi dal 10 al 16 ottobre. L’iniziativa, organizzata dalla Città di Torino insieme alla Fondazione per la Cultura Torino e Turismo Torino e Provincia, è stata il naturale sbocco dell’investitura del capoluogo piemontese a World Design Capital nel 2008 e della nomina a Creative City UNESCO per il Design dal 2014. L’occasione è propizia per dar voce a una delle anime della kermesse, Luisa Bocchietto, fresca di nomina, proprio nei giorni torinesi, a neopresidente della WDO; e per tracciare con lei uno stato dell’arte sulla realtà del design.

 

Congratulazioni presidente Bocchietto. Può descrivere ai nostri lettori cosa significa essere a capo dell’organizzazione più importante a livello internazionale nell’ambito del design?

Sicuramente si tratta di un’importante responsabilità, soprattutto in momenti come questo, ricchi di cambiamenti. Proprio in questi giorni è infatti cambiato il nome stesso dell’organizzazione mondiale del design (da ICSID a WDO, dopo sessant’anni di storia) e sono vive le attese da parte degli associati. Credo che l’emozione abbia ceduto il passo a quest’altra sensazione, forse anche per il fatto che l’elezione era avvenuta in Corea del Sud nell’ottobre di due anni fa. Piuttosto ho sentito in me subentrare il senso di appartenenza ad un progetto che prosegue in continuità con chi mi ha preceduta e la forte responsabilità di assumere l’incarico e di farlo avanzare, con entusiasmo.

 

Che cosa chiede realmente ai rappresentanti del WDO quando Lei afferma: “Dobbiamo assumere un punto di vista originale”?

Il design industriale è in continua evoluzione ed è cambiato molto negli ultimi tempi, in sintonia con la nuova rivoluzione digitale che ci circonda. Negli ultimi anni abbiamo molto discusso prima di abbracciare una visione più ampia che, senza rinnegare il passato, caratterizzato dalla produzione industriale, ci permetta di allargare i limiti della disciplina alla progettazione di servizi, sistemi, processi. Si tratta di andare oltre il progetto dei prodotti che continuano a rappresentare il mondo che conosciamo. Non dobbiamo essere propriamente “originali”, ma piuttosto “contemporanei”, per rispondere alle richieste di nuove visioni.

 

Nella settimana di Torino Design of the City si è molto parlato di design per la città: ma si rischiano sovrapposizioni di campo e competenze con la pianificazione e l’architettura…

Gli architetti progettano edifici e gli urbanisti i piani per la città e ad ognuno spettano le proprie competenze, certamente! Esiste però anche un mondo di connessioni che necessitano di essere progettate perché le città siano funzionali e a misura d’uomo. Se pensiamo all’interaction design, al design for all o al “design dei servizi”, ci rendiamo conto che sono strettamente connessi all’uso degli spazi pubblici, oltre che al design di prodotto. Un cellulare ha una bella forma ma sostanzialmente è un servizio quello che ci viene offerto insieme ad esso. Anche il servizio dev’essere progettato ed avere una sua “forma” che s’interfacci con altri soggetti e oggetti che ci circondano. I designer progettano quindi oggi anche prodotti più immateriali, utilizzando la metodologia del disegno industriale. La famosa frase degli anni ’50 di Ernesto Nathan Rogers che parlando del progetto ipotizzava che si applicasse “Dal cucchiaio alla città” è arrivata alla sua concretizzazione. La città ha bisogno di team trasversali di progettazione che comprendano professionisti diversi in grado di collaborare tra loro; architetti, pianificatori certamente, ma anche designer e non solo, perché ad essi vanno ad aggiungersi gli esperti di altre discipline economiche e sociali.

 

Parlare di “arredo urbano” per la città è ormai desueto, ma nel linguaggio di designer, architetti e politici circoscriveva chiaramente il tipo di intervento. Quale formula o neologismo adotteremo in futuro?

Parlare di arredo urbano è appunto riduttivo perché limita la visione agli oggetti materiali, pur importanti e presenti; insieme a questi prodotti dobbiamo pensare al progetto di sistemi, quali per esempio l’ideazione di progetti di car sharing o di cohousing o di reti interrelate di comunicazioni che s’interfacciano tramite app e servizi materiali ad esse collegati. Il concetto di “design dei servizi” credo che possa riassumerli tutti, intendendo compresa in questa definizione sia la parte materiale di un progetto (la bicicletta o la city car, come oggetto fisico, per esempio) sia la parte immateriale (l’applicazione) che ci comunica come renderli utilizzabili.

 

Il design pervade ogni ambito, dai servizi ai processi, ma come può operare sul fronte dei consumatori, accrescendo le consapevolezze circa l’ottimizzazione delle risorse?

Intanto è necessario specificare che non si parla più di consumatori, quanto piuttosto di utilizzatori, proprio perché non sono soltanto destinatari di un prodotto preconfezionato ma diventano sempre più spesso co-autori di un servizio personalizzato che scelgono, modificano e con il quale interagiscono per migliorarlo o arricchirlo. Chi produce non può sfuggire ad un confronto continuo con gli utilizzatori del suo prodotto e innesca un dialogo che non è più unidirezionale. Il design serve anche per comprendere le nuove esigenze e instaurare un dialogo progettuale allargato. Con le nuove tecnologie di stampaggio in 3D anche una parte della produzione può venire realizzata direttamente dall’utilizzatore che è sempre più consapevole del valore di ciò che sceglie di acquistare. Si affermano valori come la riparabilità, la sostenibilità ambientale, la tracciabilità, che rappresentano criteri qualitativi di scelta accanto al costo, alla funzione e all’estetica di un prodotto che diamo ormai per scontate.

 

Grande spazio, durante gli incontri, è stato riservato anche al “design for heritage”. Come può il design essere di supporto alla valorizzazione dei beni culturali?

Il design può essere uno strumento utile per mettere a sistema e fare interagire quei beni culturali che oggi vivono senza colloquiare tra loro. Beni culturali e territorio, cibo e design, beni ambientali e tecniche di comunicazione per citarne alcuni. L’Italia è ricca di queste peculiarità che potrebbero creare maggiore economia se opportunamente messe a sistema. Le scelte sono di competenza politica, ma il design strategico può fornire progetti di valorizzazione interconnessi. Il progetto recentemente sviluppato da Alessi con la Fiera internazionale del tartufo di Alba per la realizzazione di una nuova versione di un prodotto molto tradizionale, uno strumento per affettare il tartufo, rappresenta un esempio di come enti pubblici e imprenditoria possano trovare nuove strade di collaborazione attente alla valorizzazione del patrimonio collettivo e delle peculiarità territoriali.

 

Secondo Lei, rispetto al panorama internazionale, quali sono gli ambiti in cui il design italiano eccelle? E all’estero, invece, da chi e in cosa deve trarre esempio?

Sicuramente la ricchezza del nostro ambiente architettonico e culturale garantisce una varietà di risposte ai problemi posti dal progetto; la difficoltà oggettiva di lavorare in Italia seleziona inoltre molto la resistenza dei progettisti e imprenditori, abituati a supplire con intelligenza alla scarsità perenne di risorse e margini di ricavo. Per contro la nostra forte individualità, fattore positivo che ci contraddistingue, rischia oggi di diventare un limite nel momento in cui si deve ragionare in team in modo collaborativo. Un po’ più di organizzazione va perseguita, prendendo esempio dai tedeschi oppure dagli inglesi che pur non producendo quasi più riescono a comunicare in modo eccellente le loro fiere. Va detto che gli investimenti pubblici nel design sono oggi imponenti nel mondo mentre l’Italia, vantandosi di essere un paese creativo, non dimostra di favorire adeguatamente l’innovazione. E per il design l’economia è fondamentale. Per cui continuiamo ad essere forti e ad esportare in nicchie di produzione di assoluta qualità, con ammirevoli sforzi privati, ma i grandi numeri si stanno affermando altrove, appoggiati da governi che inseriscono il design come obiettivo nei loro piani strategici.

Che cosa eredita dal presidente uscente Mugendi M’Rithaa e che cosa le piacerebbe lasciare in eredità al suo successore?

Il cambiamento messo in atto nelle due presidenze che mi hanno preceduto prosegue; c’è stato un cambiamento di visione, quindi un cambiamento di nome e di missione ed ora, coerentemente ci deve essere un cambiamento d’organizzazione. Da Mugendi eredito, oltre al lavoro svolto, la positività nell’affrontare le situazioni difficili; i suoi proverbi africani ci hanno accompagnato e unito. Anche io ne dedico a lui uno, in italiano: “chi ben inizia è a metà dell’opera”! Ho ricevuto tanto, spero di poter contribuire a mia volta. Vorrei lasciare più soci e un’organizzazione incisiva e inclusiva per chi proseguirà dopo di me.

 

Chi è Luisa Bocchietto

Laureata a Milano nel 1985 alla Facoltà di Architettura e diplomata presso IED, lavora come libera professionista nel suo studio di Biella e collabora con università e scuole di design. È stata presidente dell’Ordine degli Architetti di Biella e presidente della Delegazione ADI Piemonte e Valle d’Aosta, facendo parte del Comitato promotore di Torino World Design Capital 2008. Per due mandati (2008-2014) è stata presidente nazionale dell’Associazione per il design industriale (ADI), nonché componente del Consiglio italiano del design e fondatrice del Centro di promozione della collaborazione italo cinese sul design (CIDIC). Ha curato la direzione editoriale per la rivista “Platform” dal 2014 al 2016. È membro del Comitato scientifico Fondazione Politecnico di Milano e della Consulta del Politecnico di Torino.


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