FOTO/INDUSTRIA 2017, così cambiano il lavoro e i paesaggi

by • 25 ottobre 2017 • Mosaico, Reviews1575

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Report dalla terza edizione della Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro, alla Fondazione MAST di Bologna fino al 19 novembre

 

BOLOGNA. Per chi si occupa di città e territorio, FOTO/INDUSTRIA, la Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro voluta dalla Fondazione MAST e giunta alla sua terza edizione, offre interessanti spunti di riflessione sui processi di trasformazione dei paesaggi industriali e su come le nuove tecnologie e forme di produzione e distribuzione delle merci influiscano sul vivere contemporaneo.

Ne è una sintesi acuta il progetto “Forza lavoro” di Michele Borzoni (Terraproject), che traccia un quadro composito dell’attuale panorama del lavoro in Italia, alla luce della recente recessione economica globale. Lo fa mettendo in evidenza, da un lato, l’automazione dei processi produttivi della cosiddetta industria 4.0, in ambienti asettici dove la presenza dell’uomo è solo accennata; e, dall’altro, attraverso una lucida analisi delle condizioni di lavoro nei call center, nel distretto del tessile cinese di Prato o nella piana di Rosarno, mostrando i luoghi di vita dei braccianti stranieri impiegati nella raccolta dei pomodori, densi di umanità e precarietà, nella straniante dimensione temporale che sembra appartenere ad altre epoche e luoghi – come raccontò Mimmo Jodice con le immagini del lavoro minorile a Napoli a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta – eppure così vicina.

Ma è nelle immagini in cui Borzoni ritrae centri logistici dalle altezze enormi, automatizzati, monumentali per le dimensioni – 130.000 mc e una superficie pari a 28 campi da calcio quello dell’Ikea a Piacenza, ma anche Zalando, Amazon, Fiege – che si compie anche in Italia quel processo iniziato con le chiusure degli impianti produttivi nell’ultimo ventennio del XX secolo, come racconta John Myers con “La fine delle manifatture”, lavoro incentrato sulla regione dell’Inghilterra chiamata black country.

L’epopea industriale, negli storici scatti di Alexander Rodchenko provenienti dalla collezione del Museo di Arte multimediale di Mosca, ma anche nel lavoro di Thomas Ruff o nella serie “Machina” dello svedese Marten Lange, sembra racchiusa nel design delle macchine – reali o ideali – o degli oggetti prodotti, dando vita a un potente coro che parla di macchine e di energie.

Ed è proprio quello energetico, legato alla trasformazione del paesaggio, un altro tema portante di questa Biennale, con la serie “Transform” di Mathieu Bernard-Reymond, che nasce dagli scatti nelle centrali idroelettriche francesi lungo il Reno, poi rielaborati in immagini astratte, e con Landscapes of American Power, fotografie dalla Collezione Walther. Quest’ultima esposizione, interessante anche nell’allestimento, analizza come due fotografi, a distanza di cent’anni, abbiano documentato lo sfruttamento delle risorse energetiche e le trasformazioni del paesaggio. Così, l’album di un fotografo anonimo che documenta, a inizio Novecento, la nascita e lo sviluppo di una città mineraria del Kentucky, viene esposto insieme a dodici fotografie di Mitch Epstein della serie “American Power”, iniziata nel 2003, quando il fotografo fece un servizio su Cheshire, città dell’Ohio inquinata irrimediabilmente dalla American Electric Power Company che arrivò addirittura a comprare l’intera città trasferendone gli abitanti per evitare un’enorme bonifica. Partendo da questo caso, Epstein ha poi visitato 26 stati documentando le fonti e le conseguenze della produzione energetica: dalle centrali nucleari alle dighe delle centrali idroelettriche, dai pannelli solari agli impianti eolici.

Sempre il paesaggio industriale è il protagonista – attraverso quaranta foto panoramiche di tre metri di larghezza – dell’esposizione di Josef Koudelka, maestro della fotografia e membro di Magnum Photos, capace d’indagare, con immagini solenni, la massiccia trasformazione del paesaggio causata dalla rivoluzione industriale che, in particolare nelle immagini scattate per documentare le cave di calcare del gruppo Lhoist, offre una straordinaria raccolta di composizioni spettacolari e, allo stesso tempo, documentali.

Il lavoro del direttore artistico François Hébel, nel concepire e allestire il percorso espositivo, non è interessante soltanto per il profilo degli autori e dei lavori in mostra ma anche per la capacità di creare un circuito che tocca luoghi museali di Bologna ma anche luoghi privati o normalmente non aperti al pubblico, come nel caso dell’esposizione “Sviluppare il futuro”, a cura di Urs Stahel, allestita presso l’ex Ospedale dei Bastardini, dove il fotografo Carlo Valsecchi fa dialogare le sue opere con gli spazi, in un riuscito rafforzamento reciproco. Il rapporto con il luogo è protagonista anche di un ulteriore intervento artistico, commissionato dal MAST ad Anish Kapoor il quale, proprio per la sede del MAST, ha realizzato la scultura “Reach”, uno strumento per moltiplicare i punti di vista ed esplorare territori visivi e spaziali inusuali. Nella stessa sede, la mostra “Luoghi d’origine – Monumenti per il XXI secolo”, una riproduzione di circa cinquanta opere di Kapoor, ne consolida la comprensione.

“Etica ed estetica” è, dunque, il pay-off di questa edizione della biennale bolognese che continua a svolgere un duplice ruolo di promozione di testimonianze artistiche di valore creativo ed estetico, ma anche di attenzione verso i valori etici del “fare” e i temi che caratterizzano la vita sociale, la città e il territorio.


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