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by • 16 agosto 2017 • Mosaico, Reviews2111

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Documenta 14: la nostra visita alla mostra d’arte di Kassel in un’immagine

 

KASSEL (GERMANIA). Le ore migliori sono quelle notturne: potendo arrivare col buio – a queste latitudini lo si aspetta sino a tarda ora l’estate – l’effetto è dei migliori: un Partenone mosaicato nel cuore della città riempie sorprendentemente la grande spianata centrale che viene così ad assomigliare a un’Acropoli sulle rive della Fulda. E in effetti già nel 1992, all’inaugurazione della Documenta Halle – padiglione che chiude la Frederichplatz affacciandosi sull’Orangerie e il Karlsaue park – il curatore di allora, Jan Hoet, ebbe modo di riferirsi ad augmentandum a quella che a suo dire era l’Acropoli di Kassel. Si è dovuto aspettare la 14° edizione della rassegna – una rassegna in due atti e in due luoghi, prima Atene dal 6 aprile al 16 luglio e poi Kassel dal 10 giugno al 17 settembre – per vederne avverata la visione.

L’opera di Marta Minujin, al di là dei significati e della storia che si porta con sè – già realizzata nel 1983 a Buenos Aires (El Partenon de libros prohibidos era là alle prese con un’altra dittatura) il Parthenon of Books sorge qui a Kassel ove i nazisti bruciarono migliaia di libri ed è a sua volta costituito da libri messi al bando donati dalla cittadinanza (ma quale tenerezza abbiamo provato nello scoprire fra Marx e Solženicyn una copia in tedesco delle Novelle di Matteo Bandello!) – pare proprio trovare forza e diventare simbolo in questo attuale allestimento che, riproponendo un’architettura classica quasi come modello in scala 1:1, assume una valenza ambientale e urbana che, forse, va anche al di là delle intenzioni dell’artista. Possiamo quasi dire che l’allestimento travalichi l’opera, il contenitore diventi contenuto e, al fine, opera esso stesso lasciando ai libri il ruolo di un interessante corollario.

Non poche congiunture contribuiscono a questo risultato. La lunga gestazione di Documenta – cinque anni, un tempo che appare addirittura sconveniente nella nostra epoca fatta di “istantanee” – risente di una situazione dei rapporti fra Germania e Grecia che, solo qualche anno fa, era di scottante attualità ed ora è stata travolta da ben altre questioni: la Grexit sorpassata a destra dalla Brexit in attesa di chissà cos’altro. Questo clima da excusatio non petita sta non poco sopra tutta la rassegna ove, ovviamente, attraverso i suoi 18 curatori capitanati da Adam Szymczyk, non si vuole “insegnare ai Greci la loro storia”, dalle parole spese da Paul B. Preciado – curatore dei public programs tra i quali l’interessante The Parliament of Bodies – nella conferenza stampa di Atene, ma nella quale si ha l’indubbio merito di gettare una luce di estremo interesse su questa parte di Mediterraneo ingiustamente oggi nota in primis non per la cultura.

È una mostra fatta di temi politici ed economici, antropologici e sociali, di gender e xenofobia, ma alla fine l’arte prevale. Ad esempio la bella collezione dell’EMST, il Museo di arte contemporanea di Atene, esposta al ribattezzato “BEINGSAFEISSCARY” (Essere sicuri fa paura) Fredericianum, collezione allestita con grande perizia e rigore, ci fa rimpiangere di non aver frequentato di più e meglio l’arte contemporanea greca per “Imparare da Atene”, sottotitolo di Documenta. Poco distante la Neue Gallerie, in spazi istituzionali di grande eleganza, espone raffinate opere che indagano le drammatiche relazioni fra arte e nazismo.

I 150 artisti da tutto il mondo espongono un pò dovunque nella città, in luoghi noti e non; alcuni nuovi e di grande lusso – il Grimmwelt, il museo dedicato ai fratelli Grimm, inaugurato nel 2015 – o recuperati a nuovi usi, come la Neue Neue Galerie, vecchia sede centrale delle Poste, per arrivare sino a Nordstadt, quartiere a nord della città, abitato da immigrati e non certo immagine di una Germania felix.

Terminiamo da dove forse si sarebbe dovuto iniziare, secondo i curatori: la dismessa stazione della metropolitana Kultur Banhof alla quale si accede attraverso un container collocato di fronte alla vecchia stazione centrale. Spazio di grande intensità, anche se forse troppo forzato nel suo carattere dismesso, ospita varie installazioni e ci congeda facendoci uscire alla luce sui vecchi binari ove ci saluta la scritta Xaipete! (“Benvenuti” in greco), opera del greco Zafos Xagoraris, cartello oggi usato nei campi di accoglienza per profughi in Grecia, il quale riecheggia altri cartelli posti un tempo all’ingresso di altri campi.

 


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