Per un’ontologia della progettazione

by • 10 luglio 2017 • Reviews2622

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Un confronto tra Teoria del progetto architettonico. Dai disegni agli effetti (Alessandro Armando e Giovanni Durbiano) e Five ways to make architecture political. An Introduction to the Politics of Design Practice (Albena Yaneva)

Tecla, raccontata da Italo Calvino nelle Città invisibili, è una città in continua costruzione, in perenne evoluzione, in costante divenire. Questa trasformazione è per definizione la politica, che attraverso l’azione, confrontandosi con il reale, modifica il mondo. L’azione progettuale – come scrive Maurizio Ferraris nella prefazione al libro di Alessandro Armando e Giovanni Durbiano – consiste in un ciclo che può essere schematizzato in «Mondo – Disegno – Mondo, da un mondo, sociale e naturale, a un disegno, attraverso difficoltà raffigurative di vario tipo, e di qui, attraverso difficoltà attuative di vario tipo, al mondo sociale e naturale». Sotto questo profilo la progettazione può essere interpretata come una politica che produce degli effetti significativi sulla vita pubblica.

Molto spesso i contenuti dei libri sono celati nei sottotitoli. Non fanno eccezione le due opere messe a confronto: Teoria del progetto architettonico. Dai disegni agli effetti di Alessandro Armando e Giovanni Durbiano (professori al Politecnico di Torino) e Five ways to make architecture political. An Introduction to the Politics of Design Practice di Albena Yaneva (docente all’Università di Manchester).

Entrambi i testi presentano una forte base ontologica e un approccio multidisciplinare: il primo più vicino alla filosofia, mentre il secondo fa ricorso soprattutto alle teorie etnografiche. Il libro di Armando e Durbiano ha il grande pregio di rendere argomentabile il processo progettuale attraverso la descrizione di un’ontologia del progetto di architettura concentrandosi sull’oggetto/progetto – mettendo in secondo ordine il tradizionale punto di vista soggetto/autore – e offrendo gli strumenti operativi per orientarsi nel campo raffigurato alla luce di una riformulazione della definizione di valore del progetto. La teoria individua il progetto come conoscenza scientifica, su base documentale, la cui verità consiste nell’efficacia dei risultati e quindi negli effetti prodotti. Il valore progettuale non è quello dell’architettura che ne consegue ma nella costruzione del valore stesso nello scambio. Questa distinzione fra architettura e progetto non emerge in maniera così chiara, invece, nel libro di Yaneva che esemplifica gli effetti sociali del costruito. Le 5 modalità per cui l’architettura assume connotazioni politiche si possono riassumere nella connessioni fra oggetti sociali e artefatti, nel lavoro di sperimentazione quotidiano di progettisti e costruttori, nelle molteplici realtà della città, nella ricerca di siti dove vi sia volontà di rinnovamento e infine, attraverso la promozione, la partecipazione e l’impegno dei soggetti.

Pur partendo dalla stesso presupposto costruttivista ANT (Actor-Network-Theory) i primi creano una nuova teoria della progettazione attraverso una ricerca intorno al progetto a partire dalle sue caratteristiche di oggetto sociale, mentre la seconda utilizza tutte le dicotomie care a Bruno Latour quali natura/cultura, materialità/significato e soggetto/oggetto per un’introduzione alla politica della progettazione pratica. Le strutture dei libri sono profondamente diverse, come è differente anche l’impostazione teorica. Quello di Armando e Durbiano fornisce uno strumento generale analitico e verificabile, costruito con metodo deduttivo attraverso un confronto costante con l’ontologia sociale. Il testo di Yaneva, viceversa, si basa su casi-studio che creano un panorama dei rapporti fra architettura e politica letti attraverso una specifica lente concentrata sugli oggetti, sulle pratiche progettuali, sugli esperimenti progettuali, su siti particolari, sugli spazi urbani e sulla città. Questi due differenti modi di declinare la materia progettuale rinvigoriscono il dibattito sugli effetti del progetto e dell’architettura attraverso un approccio che indaga i confini e il contenuto dell’universo di discorso della progettazione architettonica. Il modo di procedere di Armando e Durbiano porta verso una ricerca ontologica progettuale e architettonica che oltre ad avere risvolti positivi sul piano dell’analisi, della categorizzazione e dell’organizzazione concettuale, cancella i presupposti teleologici del progetto inserendo l’imprevedibilità del futuro. Yaneva sostiene che la politica non è al di fuori degli edifici ma, al contrario, essa è proiettata nelle forme architettoniche, è incarnata nella struttura degli artefatti ed è impressa nelle città. Se è così, per rispondere alle domande che si pone l’autrice – sull’utilità sociale del progetto o sul controllo sociale da parte dell’architettura – abbiamo bisogno di una teoria potente che tenga conto di assetti valoriali, come quella suggerita da Armando e Durbiano, in grado di fornirci un modello operativo capace di individuare nuove strategie «per proporre iscrizioni con implicazioni più controllate, narrazioni con argomentazioni più convincenti e coesive e promesse progettuali più misurate nell’azzardo».

Immagine di copertina tratta dal libro di Alessandro Armando e Giovanni Durbiano

 

Alessandro Armando e Giovanni Durbiano, Teoria del progetto architettonico. Dai disegni agli effetti, Carocci editore, Roma, 2017, 528 pagine, € 44

 

 

 

 

Albena Yaneva, Five ways to make architecture political. An Introduction to the Politics of Design Practice, Bloomsbury Publishing, Londra, 2017, 200 pagine, € 23,32

 

 

 

 

 


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