Hadid + Friedman + Effimero in scena = MAXXI estate a Roma

by • 23 giugno 2017 • Mosaico, Reviews1905

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Il MAXXI propone due grandi mostre (“L’Italia di Zaha Hadid” e “Yona Friedman. Mobile Architecture, People’s Architecture”), oltre a un allestimento teatrale per ospitare gli appuntamenti dell’estate

 

ROMA. In questo torrido esordio d’estate il MAXXI prova a portare un po’ di refrigerio – almeno culturale – attraverso tre iniziative inaugurate contemporaneamente il 23 giugno. Si tratta di due mostre che rendono omaggio ad altrettanti protagonisti della scena architettonica internazionale, nonchè dell’allestimento di un teatro open air che ospiterà il programma stagionale, ricordando i 40 anni della celebre Estate romana, voluta dall’allora assessore comunale alla Cultura Renato Nicolini.

 

“L’Italia di Zaha Hadid”

a cura di Margherita Guccione (direttore MAXXI Architettura) e Woody Yao (direttore Zaha Hadid Design) / main partner: Eni / fino al 14 gennaio 2018 / catalogo a cura di Pippo Ciorra e Margherita Guccione (Quodlibet editore)

A poco più di un anno dalla prematura scomparsa, il MAXXI rende omaggio alla sua eccentrica artefice, prima donna vincitrice del Pritzker Prize. La mostra – organizzata in collaborazione con Zaha Hadid Design, Zaha Hadid Architects e la Fondazione Zaha Hadid,  – intende evidenziare l’intenso e duraturo rapporto dell’architetto con il nostro paese, a partire dai numerosi edifici che qui ha realizzato per estendersi al design e al made in Italy. Dice Giovanna Melandri, presidente Fondazione MAXXI: “Questa mostra dedicata a Zaha Hadid, donna di grande forza e coraggio, creativa e innovativa, è un tributo alla sua opera e al suo stile, un racconto del segno che ha lasciato in Italia, nell’architettura e nel design. Ed è il modo più autentico che il MAXXI, la «sua» creatura, ha voluto scegliere per ricordare un’amica e donna straordinaria, un genio eclettico che ci manca moltissimo e con la quale sottilmente dialoghiamo tutti i giorni assieme agli artisti, i curatori, i visitatori”. Secondo la curatrice Margherita Guccione, “L’Italia di Zaha Hadid è un percorso nel pensiero della geniale progettista del MAXXI che ha guardato con interesse alla tradizione artistica e architettonica del nostro paese. Le suggestioni dinamiche del barocco romano, le caleidoscopiche visioni del futurismo italiano, le ricerche sperimentali di Luigi Moretti e di Pier Luigi Nervi sono solo alcuni dei dichiarati riferimenti dei suoi progetti”.

Allestita negli spazi della più spettacolare galleria del museo, la Galleria 5 con la grande vetrata che si proietta sulla piazza, la mostra esplora a 360 gradi l’opera e il pensiero di Hadid: dai bozzetti pittorici e concettuali ai modelli tridimensionali, dalle rappresentazioni virtuali agli studi interdisciplinari, insieme a oggetti, video, fotografie capaci di rivelare lo sforzo costante di ricerca pionieristica e sperimentale.

L’allestimento, disegnato da Zaha Hadid Design che negli ultimi anni ha curato tutti gli allestimenti delle mostre dello studio, si ispira agli schizzi dell’architetto per il MAXXI: una versione tridimensionale delle linee fluide immaginate per il museo che, adattandosi alle curve e alle pendenze della Galleria 5, accoglie i materiali, organizzati in diverse aree. Una parte importante della mostra è dedicata ai progetti italiani tra cui il Terminal Marittimo di Salerno che, con la sua struttura organica a forma di ostrica, stabilisce un nuovo legame tra la città e il mare; il Messner Mountain Museum a Plan de Corones che si innesta nel cuore della montagna e apre a inedite visuali; la Torre Generali per City Life a Milano, che con la sua torsione verticale costruisce un nuovo orizzonte urbano; la Stazione dell’alta velocità di Afragola e il MAXXI stesso, le cui forme fluide come anse di un fiume attraversano l’intero quartiere: non solo museo, ma spazio pubblico e urbano. Per Woody Yao il MAXXI “è stato fondamentale per il nostro sviluppo come studio”. L’edificio, il primo realizzato da Hadid in Italia, che nel 2010 le valse lo Stirling Prize, è “il testamento di un genio che ci ricorda che tutto è possibile, se si ha il coraggio di sfidare le regole e le metodologie correnti”.

Un’ampia sezione è dedicata al rapporto di Hadid con il design made in Italy, con cui ha stretto interessanti e ripetuti sodalizi creativi e produttivi. Anche quando disegna oggetti e arredi, Zaha rimane sempre e un architetto: i suoi oggetti occupano lo spazio come vere e proprie architetture. Dai divani per B&B Italia e Cassina alle sedie, le panche, i tavoli per Sawaya & Moroni; dalle lampade per Slamp, ai vasi e i centrotavola per Alessi e le librerie componibili per Magis, con incursioni nel mondo dell’alta gioielleria (con l’anello B.zero1) e della moda (con l’esclusiva borsa disegnata per un evento charity di Fendi). La sua costante sperimentazione viene raccontata attraverso disegni, video, prototipi, oggetti che raccontano un processo che dal molto piccolo poteva essere applicato anche al monumentale.

Completano il percorso della mostra una parete di 20 metri con proiezioni video che raccontano i suoi progetti in tutto il mondo, un nastro sospeso che raccoglie le foto di Helene Binet, che ha ritratto quasi tutte le opere di Hadid, e alcuni grandi quadri che rivelano il suo legame con il Suprematismo russo come Malevich’s Tektonic (2015) e Metropolis (2014). Infine, una sezione che documenta la ricerca dello Studio Hadid (ZH CoDe) sulla progettazione parametrica, interdisciplinare e innovativa, con utilizzo di avanzate tecnologie digitali.

 

“Yona Friedman. Mobile Architecture, People’s Architecture”

a cura di Gong Yan e Elena Per Friedman / fino al 29 ottobre 2017 / organizzazione: Power Station of Art, Shanghai / catalogo con testi di Hou Hanru, Gon Yang, Manuel Orazi e un’intervista inedita a Friedman di Elena Motisi (Quaderni del Centro Archivi del MAXXI Architettura)

Omaggio all’architetto visionario (Budapest, 1923), figura dirompente e creativa al di fuori di ogni confine disciplinare, dal pensiero straordinariamente attuale. Secondo Friedman, chiunque può progettare e realizzare la propria architettura attraverso strutture mobili semplici e flessibili, dalla casa alle “città spaziali” che fluttuano al di sopra delle città reali. Per la mostra del MAXXI, la sua celebre Ville Spatiale si sposta su Roma, depositando nel museo un frammento che dialoga con elaborazioni grafiche inedite alle pareti. E ancora: disegni inediti degli anni Sessanta, le sue strutture mobili e “improvvisate” insieme alle istruzioni per realizzarle, fotomontaggi, video e una selezione di film d’animazione. E siccome per Friedman il museo contemporaneo deve esporre ciò che è davvero importante per le persone, L’allestimento presenta uno Street Museum temporaneo con oggetti dei cittadini raccolti grazie a una open call lanciata dal MAXXI. La rassegna diventa così una finestra sul linguaggio universale di Friedman che, applicato in contesti diversi, può rispondere alle esigenze ecologiche, sociali e di sostenibilità delle società contemporanee. Per Friedman l’architettura non deve imporsi sulla persona bensì modellarsi su chi la abita, tenendo conto della vita quotidiana, delle esigenze, dei desideri di chi quegli spazi vive. E’ un’”architettura della sopravvivenza” fatta di materiali poveri e forme semplici, realizzabile da artigiani se non addirittura dai residenti. Oggi più che mai, il suo lavoro è di grande attualità: attraverso la riorganizzazione urbana si può costruire un mondo sostenibile, dove la vita delle persone torni ad avere valore. Una visione apparentemente utopica, tuttavia con una forte componente di realismo che sempre si ravvisa nei suoi lavori.

Partita nel 2015 da Shanghai, la mostra arriva al MAXXI in una nuova veste, arricchita di materiali inediti e pensata appositamente insieme all’architetto. Attraverso bozzetti, modelli e animazioni, racconta lo sviluppo della famosa teoria di Friedman dell’Architettura Mobile, elaborata alla fine degli anni Cinquanta, che si interroga sulla natura dell’architettura e sull’identità di chi ne usufruisce da un punto di vista sociologico, psicologico e costruttivo. Nello stesso tempo esplora il tema dell’improvvisazione, da lui teorizzata come “possibilità” nel mondo dell’architettura.

In mostra alcune delle sue animazioni tra cui un grande murales che riproduce uno dei disegni dell’architetto: un puntino che chiede a un altro “posso stare con te”? e l’altro risponde: “sei il benvenuto!”. Una visione semplice e giocosa dell’architettura – e quindi della società – inclusiva, democratica, autogestita. Friedman ha sempre sostenuto l’idea che il nostro pensiero sia costituito da immagini e ha sempre spiegato le sue tecniche costruttive e il suo pensiero attraverso il disegno. Sulle pareti della Galleria 4 trovano quindi posto le istruzioni realizzate a fumetti per comporre gran parte delle sue strutture architettoniche, alcune delle quali riprodotte in grandi installazioni in scala reale. Da Griboulli (1980-1995), una matassa irregolare di cavi di metallo pensata come sistema costruttivo, a Rod Net Structure (1970) composta da aste rigide collegate da giunture e modulabili per creare qualsiasi spazio si desideri, alla Ville Spatiale (1958-1962), tema centrale dell’opera di Friedman, una griglia aerea sul territorio, con corridoi e abitazioni progettati da chi le abita, riprodotta in mostra in un grande modello di 9 metri di lunghezza in dialogo con alcune visioni inedite dedicate alla città di Roma e al MAXXI realizzate per l’occasione. E ancora lo Street Museum (2017) pensato per accogliere 16 oggetti dei cittadini, scelti perché significativi per loro e che, esposti nelle teche della struttura, diventano “opera”. In mostra anche la riproduzione di uno dei moduli del Museum of Simple Technology (Madras, India, 1982) realizzato negli anni Ottanta da un gruppo di cestai indiani secondo le istruzioni fornite dall’architetto tramite il Communication Centre of Scientific Knowledge for Self-reliance (Centro di divulgazione scientifica ai fini dell’autosufficienza). Questo progetto e i manuali realizzati dall’architetto sono qui messi in dialogo con il progetto di studio ideato per un campo profughi. In mostra anche un’area dedicata a Boulevard Garibaldi, la sua casa, il suo studio, luogo di creazione e ispirazione. In questa sezione trovano posto materiali relativi a momenti chiave del suo percorso, dal 1958, anno della pubblicazione del primo manifesto dell’Architettura Mobile, al 2008. Il pensiero di Friedman emerge anche da un abstract della video-intervista inedita Yona Friedman: an indisciplined inhabitant (2017) realizzata da Sylvie Boulanger, Direttore del CNEAI Centre National Edition Art Image e dai Film d’Animation realizzati con la moglie Denise Charvein negli anni Sessanta, tra cui il documentario Annalya Tou Bari premiato con il Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1962.

 

Omaggio al Teatrino scientifico dell’Estate romana

Nella piazza del MAXXI il teatro temporaneo pensato nel 1979 da Franco Purini e Laura Thermes rivive per accogliere il programma dell’estate 2017 che celebra i 40 anni dell’Estate romana: fino al 22 ottobre, oltre 30 appuntamenti di arte, architettura, fotografia, cinema, musica, moda, poesia.

Il progetto, a cura di Pippo Ciorra, prevede anche conferenze e workshop per riflettere sull’eredità e l’attualità di quella kermesse, sottolineando le potenzialità delle attività culturali e artistiche come strumento di riqualificazione della città e delle comunità che la abitano. Ne fa parte anche Future Architecture Platform, una mostra di progetti di giovani architetti internazionali, scelti attraverso il bando europeo, che propongono nuovi interventi temporanei sugli spazi pubblici di Roma, investigando le potenzialità contemporanee dell’”effimero”.

Nata dall’esigenza di reagire all’atmosfera cupa che si respirava a Roma negli anni del terrorismo e della criminalità, l’Estate romana, ideata e promossa da Renato Nicolini durante le giunte di Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli, portò le iniziative culturali fuori dalle loro sedi tradizionali, nelle strade, nei siti archeologici, nei parchi, negli spazi pubblici. Il contributo che l’architettura apportò a questa iniziativa si manifestava attraverso progetti effimeri che disegnavano scenari appropriati sia per gli eventi che per la vita urbana. Per la terza edizione del 1979, gli architetti Franco Purini e Laura Thermes furono invitati a trasformare la costellazione di singoli interventi in un unico progetto di scala urbana, il Parco Centrale, che allargò il centro della vita urbana di Roma oltre le mura aureliane, offrendo una prima risposta possibile all’emarginazione delle periferie. Una delle opere che costituivano la struttura portante di questa città effimera era il Teatrino Scientifico di via Sabotino. Costruito un anno prima del Teatro del Mondo di Aldo Rossi – approdato su una chiatta durante la Biennale di Venezia – in un’area del quartiere Mazzini “invaso” da eventi e visitatori, questo spazio scenico disegnato dallo studio romano metteva in evidenza la potenzialità sociale ed architettonica degli interventi temporanei, tracciando una strada che molti avrebbero seguito, in Italia e all’estero, e che oggi è di nuovo di pressante attualità. Per questo il MAXXI, in collaborazione con lo studio Purini Thermes, ha deciso di ricostruire nella piazza Alighiero Boetti una parte del teatrino originale, riproponendo idealmente quello che Nicolini amava chiamare il Meraviglioso Urbano “in grado di produrre movimento, di formulare nuove ipotesi, di rinnovare la cultura e la politica stessa” (Renato Nicolini, intervento alla tavola rotonda L’effimero e la cultura di massa, 1982).

Tutto il programma su www.maxxi.art

 

 

 

 

 

 


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