Nel fronteggiare i cambiamenti climatici le città siano in prima linea

by • 18 aprile 2017 • Forum1184

Riflessioni a margine del fallimentare vertice G7 Energia del 9 e 10 aprile a Roma, in relazione ai modelli di pianificazione

 

Gli Stati si stanno dimostrando inadeguati per il governo dell’ambiente; il fallimento del vertice di Roma è sintomatico. Il G7 Energia si è concluso con il rifiuto da parte degli USA di siglare una dichiarazione che contenesse un riferimento alla Cop 21 di Parigi e di conseguenza la possibile transizione accelerata verso fonti energetiche rinnovabili è stata abbandonata. L’Istituzione statale evidenzia difficoltà nel controllo puntuale del territorio e di conseguenza risulta poco efficace nel far rispettare in maniera capillare gli accordi assunti a livello internazionale.

Una soluzione a questo problema potrebbero essere le città che, diventando protagoniste e responsabili insieme ai propri cittadini, avrebbero l’opportunità di perseguire direttamente gli obiettivi ambientali. Sono i dati che ci suggeriscono questa proposta. Le aree urbane infatti coprono il 2% della superficie terrestre, ospitano più del 50% della popolazione mondiale, consumano il 75% dell’energia prodotta e sono responsabili dell’80% della CO2 emessa in atmosfera. Alla futura centralità delle città fa riferimento anche l’ONU che con l’Obiettivo 11 dell’Agenda 2030 auspica che le stesse diventino inclusive, sicure, durature e sostenibili.

Non dimentichiamo che in questo momento 828 milioni di persone vivono in baraccopoli e il loro numero è in continuo aumento. Ogni quattro giorni la popolazione mondiale cresce di un milione di unità e la maggioranza dei nuovi arrivati viene ospitata nei confini urbani; inoltre, buona parte dei 21,3 milioni di rifugiati viene accolta nelle aree urbane. Questo fenomeno di migrazione è composto, per un’alta percentuale, dai rifugiati climatici. Le migrazioni ambientali sono superiori a quelle politiche e la previsione di aumento fra il 2020 e il 2050 è esponenziale.

Non possiamo concentrarci solo sulla città “occidentale”; i problemi infatti appartengono a tutti gli insediamenti umani del pianeta. Ne sono esempi paradigmatici la “città” di Dadaab (Kenya; immagine di copertina) il più grande agglomerato di rifugiati nel mondo che ospita 250.000 abitanti (nata come insediamento temporaneo nel 1991 in alcuni periodi ha ospitato fino a 600.000 persone); nonchè Lagos (Nigeria), che sarà la città a crescere di più al mondo con un incremento di 13 milioni fra il 2013 e il 2030.

Le città sono quindi chiamate a tre azioni dalle quali dipendono le sorti del pianeta: l’abbattimento dell’inquinamento, la capacità di accogliere la migrazione e la riduzione dei rischi di disastri ambientali. Il clima è caratterizzato da condizioni di asimmetria, indeterminatezza e complessità; più che un riscaldamento globale, i big data ci indicano, oltre a una maggiore incertezza meteorologica, un aumento di fenomeni meteorologici estremi. Entro il 2020 l’ONU invita ad aumentare considerevolmente il numero di città e insediamenti umani attraverso politiche e piani tesi all’inclusione, all’efficienza delle risorse, alla mitigazione, all’adattamento alle fluttuazioni climatiche e alla resistenza alle calamità naturali.

Il problema principale che abbiamo di fronte consiste nella scelta del modello di pianificazione. Una possibile risposta si fonda sullo spostamento della responsabilità dallo Stato alle reti di città secondo il concetto ontopologico dell’appartenenza al luogo (descritto da Jacques Derrida), prevedendo anche il “rammendo” delle periferie dove, grazie ai mezzi attuali di comunicazione, possiamo condividere lo stesso tempo senza condividerne lo spazio e dove soprattutto il fenomeno dell’emigrazione è maggiormente presente. È necessario, inoltre, ridiscutere progettualmente alcune coppie concettuali, individuate da Gilles Deleuse e Fèlix Guattari, territorializzazione/deterriolizzazione, albero/rizoma, spazio liscio/spazio striato, non come opposizioni ma come trasmutazioni. Il binomio albero/rizoma diventa particolarmente interessante se lo interpretiamo secondo i recenti studi botanici dai quali emerge una condotta stigmergica da parte delle radici alla stregua dei comportamenti eusociali e della comunicazione via internet.

Una città open source dove i dati ambientali sono noti e nella quale i cittadini contribuiscano a ricercarli è possibile con un’app per smartphone. L’applicazione è stata sperimentata già nel 2008 a Copenaghen dal Senseable city lab del MIT di Boston, diretto dal torinese Carlo Ratti, ed è in grado di raccogliere dati di inquinamento, in maniera diffusa e costante, e di inviarli a un server permettendone la disponibilità in tempo reale.

L’utilizzo dei big data, l’approccio evolutivo, la considerazione dell’oggetto città come realtà rizomatica (sviluppo reticolare agerarchico rispetto a una molteplicità di direzioni), l’adozione del metodo bottom-up e una progettazione open source potranno agevolare, rispetto ai metodi tradizionali, una pianificazione degli insediamenti umani più vicina agli obiettivi previsti dell’Agenda ONU 2030, coinvolgendo in maniera diretta i cittadini che hanno a cuore le sorti del nostro pianeta.


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