Occidentali’s green: come cambia il verde a Milano (oltre le palme in piazza Duomo)

by • 7 marzo 2017 • Città e Territorio, Mosaico3053

Piccolo viaggio nella cultura del giardino come spazio pubblico a Milano, a partire da una nuova attenzione della città verso le aree di risulta. Per giungere al discusso intervento del palmizio di Marco Bay in piazza Duomo
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Milano ha sempre avvertito il verde come parte determinante dei suoi progetti monumentali. Tanto che la corona di alberi di cui Luigi Canonica aveva cinto l’arena sarebbe rimasta nella memoria progettuale di molti architetti, di Mario Botta, per esempio, fino ai nostri giorni.

Da qualche tempo si osserva una nuova consapevolezza, da parte del Comune, del valore che assumono i piccoli spazi di risulta, situati al centro delle piazze o sui margini nelle strade più larghe; spazi che finora erano tenuti a tristissimo prato, spesso secco e polveroso. Un po’ con l’affidamento a privati, un po’ per diretto intervento del Comune, a quegli spazi abbandonati è stata dedicata nuova attenzione. Si è scoperto che, anziché lasciare le aiuole a prato, era interessante piantarvi cespugli alti almeno mezzo metro che le coprissero e le difendessero dai cani e dai rifiuti. Una nuova cultura del giardino ha così preso i modesti spazi lasciati dal costruito come un’occasione per unire gli spazi pubblici come continuità degli abitati che si affacciano sulla strada o sulla piazza. Molto si deve alle limitazioni del traffico. Soltanto strade dall’attraversamento sicuro e senza parcheggi selvaggi possono ispirare quell’unità di percorsi che postula l’aiuola moderna.

Spazi del tutto nuovi, dovuti ai parcheggi sotterranei, hanno suggerito inedite soluzioni per Milano, come i ciliegi di via Po, gli alberi d’alto fusto di via San Calimero che la congiungono con il giardino pubblico e quel vago ricordo del giardino dell’Arcadia presso la case della Meridiana.

Queste piccole cuciture della città avrebbero però un difficile futuro se non fossero inquadrate in un momento particolarmente fervido nell’invenzione e nella reinvenzione del giardino in quanto spazio pubblico.

Milano ha saputo venire incontro anche alle stagioni, con l’episodio del Wheatfield di Agnes Denes in quella che sarà la Biblioteca degli alberi a Porta Nuova, e si sa che il rapporto con le stagioni vivifica la città. Nell’esperienza del giardino, restano indimenticabili i viali di mimose creati da Beatrix Farrand (1872-1959) a Dumbarton Oaks (Washington). Sarà da studiare in che limiti potrà raggiungere la città. Vedremo però anche da noi fiorire i ciliegi. Vico Magistretti aveva pensato, un tempo lontano, di unire la piazzetta con il monumentino di Francesco Hayez alla zona di palazzo Cusani, attraverso un’alta siepe di carpini che si sarebbe conclusa in un piccolo gruppo di meli.

La proposta recentissima della soprintendente Antonella Ranaldi, di costruire un’architettura di bosso o mortella per completare le rovine dell’anfiteatro romano, non è nuova, perché ripresenta quel tipo di giardino all’italiana che, negli anni ’20, fu realizzato, dietro suggerimento di Antonio Munoz, per le rovine del tempio di Venere a Roma, ma è un’autentica novità per Milano, città assai distratta delle proprie rovine romane. Si tratterà, se mai l’opera sarà realizzata, di quinte verdi appoggiate ai muretti di sostegno delle scale scomparse.

Alcuni casi recenti indicano che Milano è in un momento particolarmente interessante nell’elaborazione della visione del verde come elemento espressivo e unificante della città.

La piazza Gae Aulenti è stata realizzata da Cesar Pelli come un tutto unito, ivi comprese le fontane a sfioro e non tralasciando i fiori-boccaporto di Alberto Garutti. Qui l’acqua ha assunto il ruolo delle pélouses, ovvero delle solite aiuole. Del resto, l’acqua è sempre occasione di vitalità e gioia, dagli scherzi d’acqua della villa Litta a Lainate alle piccole fontane zampillanti dal selciato davanti al Parlamento a Berna.

La scelta del cespuglio ha ispirato a Marco Bay una tavolozza sofisticata davanti agli Hangar della Bicocca, dove le grandi sculture astratte di Fausto Melotti appaiono al di là delle gramigne selvagge, che le allontanano e ingentiliscono e che sono a loro volta precedute dalla striscia bassa verde scuro delle piante di bosso.

Ma il punto di forza in un luogo della città in trasformazione è certamente il piccolo parco (370.000 mq) che Charles Jencks ha opposto all’incantesimo della piazza ideata da Gino Valle al Portello. Jencks ha saputo dare un segno urbano e antiromantico al suo parco – dove pure esiste persino un laghetto – con l’uso spregiudicato dei colori delle piante e la modellazione delle colline ispirata alla pittura toscana dei primi decenni del Quattrocento.

Da questa rapida perlustrazione del verde in città a Milano ho escluso il Monte Stella, grande invenzione dell’architetto Piero Bottoni perché ormai il Monte è un parco storico, come se non  fosse una creazione artificiale, così come il parco Forlanini, che è in attesa di divenire il grande parco del Lambro e di Linate. I grandi parchi, cui aggiungo quello di Tenno, hanno bisogno di essere qualificati  con l’inserimento di punti e opere d’interesse che li trasformino da prati estesi in veri quartieri verdi di città.

Il problema del verde si è presentato con urgenza polemica da quando il Comune, con Starbucks come sponsor, ha chiesto a Bay una soluzione verde per la striscia di terra che separa la piazza Duomo dalla facciata di palazzo Carminati. Bay ha pensato di collocare qui un piccolo palmizio. Le palme richiedono poca terra, hanno bisogno di scarsa manutenzione e annunciano il rapido cambiamento del clima di cui ci stiamo rendendo conto. Certo, non avremo mai a Milano bei viali di palme come nella periferia di Alghero, né spettacolari monumenti verdi tropicali come a Valencia o a Reggio Calabria, ma qualche palma è sempre stata ospite in uno dei nostri giardini ottocenteschi. A mio avviso, però, il problema non sta nelle specie arboree bensì nella piazza, in quel tanto d’incompiutezza inevitabile dopo l’abbandono degli archi trionfali che avrebbe voluto l’architetto Giuseppe Mengoni. Fino a circa vent’anni fa, la conclusione a Ovest della piazza era data da quel perpetuo movimento che v’immettevano i neon della pubblicità. Dall’omino del lucido Brill alla dattilografa della carta carbone Kores.  Una volta rimosso il neon, ci si è accorti che la facciata di palazzo Carminati era del tutto inidonea a fronteggiare la facciata del duomo. Le palme sono, penso, un bel gioco, ma mi piacerebbe che si tornasse all’idea d’Ignazio Gardella di una loggia con terrazzo ed eventualmente vasi di lavanda.

 


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