Abolire le facoltà di architettura: una provocazione che serve a ben poco!

by • 7 marzo 2017 • Forum2316

Riceviamo e pubblichiamo una lettera nata dal dibattito circa l’utilità della formazione accademica. Continuate a inviarci le vostre opinioni, noi le divulgheremo

Leggi la lettera che ha dato il via al dibattito e le risposte

Di per sé, la lettera riguardo l’abolizione delle facoltà di architettura lascia alquanto interdetti, soprattutto quando si arriva alla conclusione che la tesi di fondo è la solita, leziosa contrapposizione tra tecnica e architettura. La genealogia di questa idea è tanto lunga quanto lo era la mia speranza che si fosse ormai infiacchita, ripiegandosi sulla sua stessa aridità ed in questo modo riuscendo a dare ossigeno alla risoluzione dei veri problemi che la società pone oggi all’architetto, primo tra tutti come trascrivere in forme adeguate il proprio punto di vista sulla crisi del mondo occidentale. A ciò si collega un’altra “prova” della tesi principale: per sapere usare un linguaggio adeguato non è necessario avere affrontato studi “accademici” perché l’arte non si insegna, mentre ciò che dovrebbe essere al primo posto inculcata nella testa dei discenti, la tecnica, viene tralasciata; da cui deriva che la maggior parte dei laureati in architettura ripiega verso l’insegnamento o verso la gestione di uffici tecnici per mancanza di capacità; da cui deriva a sua volta la cattiva gestione del territorio. A tutto ciò si aggiunge come prova secondaria che solo ciò che è costruito si può chiamare architettura mentre i disegni, i progetti, in poche parole “la carta”, sono solamente questo, appunto “carta”, perché non utili socialmente.

Dire che l’arte non si può insegnare significa affermare che solo l’unicum del genio artistico può creare “qualcosa di nuovo” o “qualcosa di bello” (come sembra piuttosto pensare il nostro autore). Ma così non si entra in contraddizione con l’assunto principale, cioè la contrapposizione tecnica-architettura, secondo cui “una facoltà che ha il compito di formare i futuri costruttori deve privilegiare l’insegnamento della téchne”? Dato che il nostro autore cita Aristotele, citiamolo anche noi: per lo Stagirita l’esperienza è individuale, la tecnica è condivisa. Difatti, se essa è alla base della conoscenza come ci potrebbe essere un progresso se proprio ciò su cui si fonda non è condiviso? Ed allora, c’è ancora posto per il fantomatico genio artistico affermato dal nostro autore? Quindi gli poniamo davanti un aut aut e deve assolutamente scegliere se non vuole che il suo pensiero faccia un nodo su se stesso: la tecnica della costruzione oppure la sua formulazione artistica. Peraltro vanno fatte in merito altre due considerazioni. In primo luogo se gli architetti da lui citati non hanno avuto una formazione “accademica”, ne hanno avuta una “da bottega”. A questo punto si può dire che è tutta questione di un pezzo di carta. Ed è qui la seconda considerazione: la legislazione odierna è differente dal passato, per cui oggi un Le Corbusier non potrebbe firmare nulla: in poche parole, prendere come esempio un fatto del passato senza considerarne il contesto è sempre un’arma a doppio taglio. Ricordiamo inoltre che alcuni degli architetti citati, tra i vari meriti, devono essere anche accusati di avere inibito ogni proposta architettonica e urbanistica, valida e condivisa, per almeno un trentennio, agevolando e legittimando a volte quello che il nostro autore va biasimando: la cattiva e indiscriminata gestione del territorio.

Certamente la poca attenzione al costruito e al costruire non è né una colpa delle facoltà di architettura né una denuncia originale dei benpensanti d’oggi perché anche qui la genealogia è lunga. Il nostro autore vuole quindi curare i sintomi e non la malattia: modificare la conseguenza di un sistema non significa modificare il sistema stesso! La questione è più complessa del semplice “aboliamo le facoltà di architettura”. Ipotizziamo per un attimo che un governo di illuminati l’abolisca realmente. Al povero ministro dell’istruzione si porrebbero davanti due scelte. La prima vuole che il numero degli iscritti alla facoltà di ingegneria edile-architettura sia limitato e selezionato da un test, togliendo quindi un certo numero di posti sul totale di oggi dei due indirizzi. Perciò, da una parte si creerebbe un deficit di figure professionali (cosa che già avviene), dall’altra non solo alimenterebbe i motivi di protesta e di rivendicazione degli universitari, ma sarebbe assolutamente incostituzionale e sorprendentemente lontana da un’università aperta a tutti. Invece la seconda possibilità vuole che il numero degli iscritti rimanga lo stesso, e allora si risparmierebbero realmente tanti soldi quanti quelli che si propone l’autore?

Inoltre, leggendo la sua biografia, si scopre che si è laureato negli anni ’50 a Napoli: ciò fa ipotizzare che abbia avuto un’educazione accademica, magari ancora legata agli ordini del Vignola o ai dogmi modernisti. Tuttavia, le facoltà di architettura oggi affrontano problemi diversi dal passato dando una formazione nettamente più spendibile sul mercato e certamente più vicina a sensibilità ingegneristiche e scientifiche. Ricordiamo, quindi, che una nuova frontiera dell’arte del costruire sono “i boschi verticali” e se un biologo può trovare la tecnica per creare un intero ambiente vegetale, solo un architetto lo farà diventare un luogo, cioè uno spazio umano.

In conclusione vorrei dire che la provocazione serve a ben poco se focalizza l’attenzione su un problema particolare senza illuminare le problematiche generali.

Immagine di copertina: l’area interna di un isolato in un quartiere popolare di Torino (foto di Lorenzo Serra Bellini)

 

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