Fuori-luoghi. Storie e geografie del periferico/1

by • 2 dicembre 2016 • Inchieste449

Abbiamo bisogno di definire nuove mappe per interpretare la periferia: ma come possiamo vederla se continuiamo a pensarla a partire dal centro?

 

Sguardi diversi sulla periferia, atlanti plurali, campagne fotografiche, prospettive laterali, serializzazioni e campionature propongono alternative alla crisi del paradigma zenitale, della vista dall’alto assoluta e razionalizzante. Grazie ad essi ci si è resi conto che la periferia non è un’entità omogenea, nel tempo e nello spazio, ma compresenza di città e anticittà dai confini mobili e dalle forme cangianti. Una realtà che, nelle temporalità troppo lente o troppo veloci delle trasformazioni dei fuori-luoghi, non si lascia cristallizzare dalla proiezione geometrica o dal fermo immagine di un fotogramma. Di qui il ricorso a diversi strumenti di lettura e di rappresentazione, mediante cui far interagire le discipline e le scritture che si misurano con il territorio. Da questo dialogo ha preso corpo negli ultimi tre decenni una ricerca che, grazie a reti ed osservatori pluridisciplinari, ha rivoluzionato il nostro modo di vedere e di pensare le città e le periferie. Una ricerca che tuttavia ha segnato il passo negli ultimi anni, come se nell’incertezza del presente non valesse più la pena di occuparsene.

Ora, come possiamo vedere la periferia se continuiamo a pensarla a partire dal centro? Se non riusciamo a fare astrazione dalla bellezza a priori della città storica, con il suo denso palinsesto? Quando visitiamo un centro storico ricaviamo continue impressioni di rassicurazione e di conferma, anche se lì non tutto, forse non molto, è originario. Nessuna rassicurazione, invece, quando percorriamo le periferie; nessuna conferma se non quella dei nostri resistenti pregiudizi nei loro confronti: luoghi del negativo, dell’incomprensibile. Distese piatte o magmatiche, campagne urbanizzate o zone produttive abbandonate su cui la natura prende di nuovo il sopravvento, strade mercato, interminabili corridoi mineralizzati e attrezzati lungo le coste o nelle aree interne, “spazi altri” di ogni genere.

Quando passeggiamo lungo una strada della città tradizionale possiamo immaginare senza sforzo dove ci porterà; quali deviazioni potrà riservarci; dove ci colloca rispetto al quartiere e alla città nel suo complesso. Quando camminiamo in una strada di periferia dobbiamo chiederci, invece, dove si trova esattamente il punto in cui siamo e quello dove siamo diretti. E anche con una mappa o un navigatore satellitare a portata di mano, proviamo a pensare quanto meno precise siano in genere queste indicazioni rispetto a quelle di un centro storico o di un tessuto consolidato. Spazi in continua trasformazione convivono, nei fuori-luoghi, con altri in una stasi quasi perenne. Manufatti assenti dalle anagrafi del costruito; luoghi di cui si sono perdute le tracce dalle mappe ufficiali, o non vi sono mai state accolte. Spazi interstiziali dalle identità e dagli usi indefiniti e mutevoli; strade interrotte o mai terminate. E sono solo alcune evenienze in una periferia quasi sempre refrattaria ad essere esplorata e rilevata con gli strumenti convenzionali; ad essere registrata negli atti di una burocrazia che preferisce tenersi lontana da questo altrove, ignorando che qui l’evidenza delle cose non risiede nella loro conformità ad apparati normativi ma nel puro sussistere, nel loro presentarsi hic et nunc.

A proposito di rilevazione, sappiamo ad esempio che l’inserimento di un manufatto nuovo (o la trasformazione di uno esistente) non avviene immediatamente nelle mappe catastali o aerofotogrammetriche. Nei luoghi periferici, la situazione è ulteriormente complicata dalla presenza di costruzioni spesso in tutto o in parte abusive, di spazi dai confini e dagli statuti incerti. Uno studio delle periferie avente come riferimento esclusivo la cartografia difficilmente riesce a dar conto della realtà, sia dei pieni che dei vuoti. Si dovranno quindi mettere in campo altri approcci: attraversarne gli spazi ed osservarli da diversi punti di vista senza trascurare l’infraordinario (per citare il titolo del libro di Georges Perec, Parigi 1989), l’”endotico” contrapposto all’esotico. Senza escludere le modalità ricorrenti di organizzare la casa o altri edifici sul lotto, di aggiungervi annessi e operare sconfinamenti; le qualità e le quantità dell’accesso alle infrastrutture e ai servizi; le traiettorie e le temporalità degli abitanti e degli utenti, e così via.

La rappresentazione dei fuori-luoghi dovrebbe partire allora da un’inversione dei percorsi delle mappature tradizionali. Mentre la cartografia aerea e la restituzione planimetrica si producono per allontanamento (o distanziamento) dalla realtà, per descriverla con la massima oggettività, le nuove mappe del periferico dovrebbero avvicinarsi il più possibile ai propri oggetti, così da scorgervi oltre le evidenze, più o meno obiettive, i segni e le tracce che vi soggiacciono, per rilevare/rivelare le biografie implicite dei fuori-luoghi, alla confluenza di oggettivo e soggettivo. Mappe di nuova costituzione dovrebbero raccontare e non solo descrivere; dare forma ad immagini concrete e voce alle diverse storie e geografie del periferico.

(1_continua)


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