I “Fili d’erba” di Zucchi per Pedrali: una scatola cieca tra arte, natura e high tech

by • 25 ottobre 2016 • Mosaico, Progetti680

Il nuovo magazzino automatico Pedrali progettato da Cino Zucchi Architetti presso Bergamo si presta a differenti letture, per la complessità del contenuto tecnologico, per la ricerca architettonica sull’involucro esterno e per le inaspettate assonanze con l’arte contemporanea

 

Il contenuto: il magazzino high-tech

MORNICO AL SERIO (BERGAMO). Pedrali è azienda leader di arredi riconosciuta a livello internazionale (l’80% del fatturato deriva dal commercio estero) e ha scelto di mantenere la propria produzione in Italia, contrariamente alle molte società che negli ultimi decenni l’hanno delocalizzata in altri paesi. Questa scelta, insieme alla crescita registrata negli ultimi anni, ha portato alla necessità di ottimizzare e razionalizzare lo spazio dell’insediamento esistente realizzando un nuovo magazzino.

La nuova costruzione, progettata da Cino Zucchi Architetti, sorge nell’unica area ancora disponibile nel comparto e ha un contenuto high-tech basato sulla completa automazione della movimentazione dei semilavorati e dei prodotti finiti. Con un investimento complessivo di 12 milioni è stato realizzato un volume in cui possono essere stoccati quasi 17.000 pallets che vengono trasportati dalla linea “skytrain” (una sopraelevata su binario che collega i reparti di produzione), otto navette e cinque traslo-elevatori che si muovono in orizzontale e verticale. Questa sofisticata macchina robotizzata è visibile ai visitatori grazie a un camminamento interno realizzato appositamente. Contraddistinto dal brillante verde del pavimento in resina e dei pannelli di metallo microforati, il percorso inizia nel volume che raccorda il nuovo magazzino ai capannoni esistenti e si conclude con la vista del “giardino segreto” di bambù.

 

Il contenitore: la scatola cieca

Pedrali ha affidato il progetto architettonico a Zucchi chiedendo di connotare la nuova architettura in rapporto al paesaggio circostante. La grande “scatola cieca”, alta 29 m e lunga quasi 150 m, cela il complesso contenuto automatizzato e ne comunica la presenza solo attraverso la grande finestra che si apre sul piazzale di carico. La superficie esterna del volume è l’esito di una ricerca estetica che si può riassumere nella citazione di Adolf Portmann richiamata da Zucchi: “La superficie opaca acquista un proprio valore come vetrina di fenomeni ottici […] si trasforma in un organo con possibilità del tutto nuove”. Le parole prese in prestito dal grande biologo fanno capire il valore che l’architetto milanese ha voluto attribuire al paramento esterno, chiuso e opaco, e le potenzialità espressive e relazionali in esso ricercate. La pelle, anziché essere un semplice involucro muto che contiene e protegge la macchina industriale, diventa un dispositivo che dialoga con il paesaggio, con l’ambiente, con il contesto.

 

Con il paesaggio. L’architettura industriale guarda al paesaggio della campagna e diventa la frontiera, il limite, l’ultimo baluardo prima dei campi agricoli coltivati. Da questo incontro nasce la metafora dei Fili d’erba e si genera la raffinata tessitura della superficie esterna: 5.000 m di lamelle d’alluminio in tre diverse tonalità di verde interpretano geometricamente la natura vegetale dei filamenti erbosi – ma anche dei rami d’albero o delle foglie di mais – che si protendono verso il cielo. La vegetazione è parte del paesaggio circostante agricolo e l’architettura ne assume la valenza e la reinterpreta per trovare una nuova espressione estetica.

 

Con l’ambiente. I pannelli di alluminio e le lame colorate interagiscono con le condizioni del luogo e diventano un dispositivo di percezione visiva che subisce il diverso comportamento della luce che cambia in base alle stagioni e alla situazione meteorologica. L’ambiente con le sue condizioni conferisce all’epidermide metallica un effetto “meteopatico” sempre diverso e può assumere, secondo Zucchi, “i toni iridescenti dell’ala di una farfalla”. I lisci pannelli di alluminio naturale in cui si riflettono i colori cangianti del cielo e dei campi sono lo sfondo sul quale si sovrappongono le figure dei fili d’erba colorati.

 

Con il contesto. La colorazione delle lamelle non è uguale su tutti i fronti: durante la fase progettuale, è stata studiata in funzione della percezione visiva dalle diverse angolazioni. Provenendo dalla campagna, dall’antica strada Francesca, il fronte si presenta come una sinfonia multicolorata di pennellate verdi, mentre dal centro abitato appare come una texture variegata sulle tonalità del grigio. Il diverso comportamento cromatico delle superfici non è l’unica attenzione rispetto al contesto. La disposizione planimetrica del magazzino asseconda le giaciture contestuali significative nella parte sud-ovest e il volume si piega disponendosi in parallelo alla roggia.

 

Risonanze artistiche

Guardando i disegni architettonici e gli schizzi di studio emerge la costruzione grafica della tessitura dei “fili d’erba”. Il ricorso alla geometria e all’ordine “matematico” in essa insito avvicina la ricerca ornamentale delle pareti ad alcune espressioni dell’arte concettuale e minimal. I disegni dei prospetti non sono esenti da una componente artistica (l’architettura è, in principio, un’arte) e alludono ai famosi Wall drawings di Sol LeWitt. Grandi pareti sulle quali i segni – linee tracciate con intenzione progettuale – riempiono il campo secondo uno schema geometrico definito; figure filiformi che si sovrappongono al fondale uniforme. Il grafismo di Zucchi parte dal desiderio di dialogare con gli elementi naturali ma, interpretandolo, approda a una elaborazione grafica, geometrica, se non artistica. L’esito è un murales di alluminio, destinato a rimanere nel tempo (a differenza della transitorietà dei disegni di LeWitt), fatto di segmenti colorati che alludono alla metafora naturale. Non è mimetismo e non è neppure un green wall (oggi tanto di moda) o un prato verticale: non c’è materia vegetale ma solo una geometria che la interpreta.

 

Un altro aspetto interessante, che stimola una lettura “artistica” di quest’architettura, lo si ha nel report fotografico che Pedrali ha commissionato a Filippo Romano per documentare tutte le fasi del cantiere. Le immagini (e il montaggio del video time-lapse) illustrano il singolare metodo costruttivo in cui il complesso telaio strutturale svolge il doppio ruolo di grande scaffale del magazzino e di struttura che sostiene l’edificio. Ma le stesse foto scattate durante il montaggio mostrano l’incredibile e inaspettata estetica del fitto sistema costruttivo che, ancora, rimanda la memoria alle bianche strutture tridimensionali di Sol LeWitt. Queste opere del maestro minimal americano contenevano una sottile riflessione che peraltro coinvolgeva anche concetti quali modularità, ripetizione, standardizzazione (ovvero i fattori centrali della produzione industriale).

 

I reticoli bianchi di LeWitt invitavano anche a meditare sul rapporto fra ordine geometrico basato su moduli elementari e bellezza della complessità spaziale che ne poteva derivare. La fotografia di Romano che ha fermato quei momenti del cantiere ci permette di guardare questa struttura ingegneristica che ritrova una (involontaria) assonanza linguistica con l’arte minimalista. Seppur con finalità diverse, entrambe discendono dal mondo del calcolo e hanno nel progetto il momento determinante: sono composizione geometrica tridimensionale complessa che si compie nella replica di regole elementari.


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