Kengo Kuma: serve umiltà di fronte alla potenza della natura

by • 17 ottobre 2016 • Interviste, Mosaico3020

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Per l’archietto giapponese, intervistato in occasione del workshop internazionale Kaira Looro, mantenere un basso profilo è necessario per realizzare architetture in grado di aiutare le persone nei momenti di emergenza e crisi

 

CATANIA. Dal 4 all’11 settembre 2016 si è tenuto il workshop internazionale Kaira Looro finalizzato all’elaborazione di una serie di progetti di architettura fondati sui principi di autocostruzione sostenibile per il soddisfacimento dei bisogni umanitari attraverso sperimentazioni e metodologie progettuali finalizzate allo sviluppo del territorio e delle economie locali della Regione di Sedhiou in Senegal. Il workshop è stato organizzato dall’associazione no profit Balouo Salo, attualmente impegnata nella realizzazione di un ponte diga in terra che proteggerà la vallata di Tanaf permettendo così la coltivazione di 10.000 ettari di terreno. I proventi del workshop saranno destinati a coprire una parte dei fondi occorrenti alla realizzazione di quest’opera, che mira a risolvere la grave emergenza umanitaria causata dall’invasione delle maree in terreni coltivabili, causando malattia, malnutrizione e povertà. All’organizzazione del workshop hanno collaborato anche IN/Arch Sicilia, il Laboratorio di Architettura e composizione architettonica II del DICAR dell’Università degli Studi di Catania e hanno partecipato l’Ambasciata della Repubblica del Senegal in Italia e la Camera di Commercio e del Governo di Sedhiou (Senegal). Il workshop ha visto la partecipazione di oltre 140 studenti e professionisti, impegnati nell’elaborazione di 11 differenti progetti pensati per rispondere alle esigenze primarie della popolazione senegalese: centro per la coltura di ostriche e pesce; abitazione tipo; centro per le assemblee e per la distribuzione dell’acqua; centro per il deposito e la lavorazione del riso; centro per la costruzione e l’insegnamento della Kora; sartoria; mercato all’aperto; porticciolo e centro di costruzione per le piroghe; centro per l’artigianato; scuola; piccolo centro ospedaliero. Sotto la guida di 22 studi di architettura internazionali e siciliani (tra cui Archinauten; Kengo Kuma; ARCO; Stefano Boeri Architetti; Mohn + Bouman Architects; Studio Libeskind), le attività progettuali sono state articolate da una serie di lectures. In occasione della conferenza di apertura, abbiamo posto a Kuma alcune domande sul ruolo dell’architettura nelle situazioni di emergenza in caso di catastrofi naturali.

 

Il suo modo di fare architettura è sempre stato rispettoso degli elementi naturali e attento al contesto. Che cosa è cambiato nel suo rapporto con la natura dopo il catastrofico evento dello tsunami?

Nel 2011 lo tsunami innescato da un terremoto sottomarino al largo della costa di Tōhoku e il conseguente incidente nucleare che ha interessato la centrale di Fukushima hanno profondamente sconvolto la nostra società poiché sono state distrutte intere città caratterizzate dalla modernità e dalle innovazioni tecnologiche. Questa distruzione ha reso evidente l’estremo squilibrio di potere che sussiste tra la natura e gli edifici, mettendo a nudo la grande debolezza della nostra civiltà industriale. Dinnanzi a questo disastro ci siamo sentiti come se il progresso nel quale avevamo vissuto fino ad allora fosse servito solo a distruggere la natura e, conseguentemente, l’umanità.

Dopo lo tsunami la mia idea di natura è radicalmente cambiata: prima, infatti, mi limitavo a pensare che la natura fosse importante ma, dopo questa catastrofe, ho cominciato a comprendere che la natura non è affatto debole e che la sua forza – rispetto a quella di un edificio – è assolutamente sovrastante.

 

Come è cambiato il suo modo di utilizzare i materiali industriali dopo questo evento?

Il ventesimo secolo è stato caratterizzato dall’arroganza di architetti e ingegneri che hanno costruito credendo che la buona progettazione e le moderne soluzioni tecnologiche fossero molto più forti della natura. Dopo lo tsunami, ho cominciato a pensare che non avremmo dovuto più usare i materiali industriali e che non avremmo mai più dovuto costruire confidando nel potere della tecnica o nella bellezza delle forme. Dopo questa catastrofe, tutti noi abbiamo scoperto di essere estremamente deboli di fronte alla grande forza della natura e credo che questa scoperta ci possa portare in un mondo migliore. Quella dello tsunami è stata una grande lezione per noi architetti: il progetto è uno strumento potente ma la sua forza è nulla di fronte alla potenza della natura. L’influenza dello tsunami ha messo in luce la necessità di mantenere un atteggiamento umile di fronte alla potenza della natura. L’umiltà può essere una riflessione sulla scelta di materiali, dettagli e scala dell’edificio, per questo credo che la parola chiave per l’architettura dopo lo tsunami sia l’umiltà.

 

Come si combina la sua idea di architettura come anti-oggetto con l’idea di architettura per l’emergenza?

L’architettura anti-oggetto è necessariamente umile, non entra in competizione con la natura e sa offrire ciò di cui le persone hanno bisogno. Essere umili, mantenere un basso profilo è assolutamente necessario per realizzare un’architettura in grado di aiutare le persone nei momenti di crisi che si verificano durante una catastrofe naturale. La mia idea di anti-oggetto riguarda un’architettura che non è oggetto fine a se stesso ma è invece capace di rispondere ai veri bisogni umani. Il low profile che caratterizza l’architettura che io chiamo anti-oggetto è necessario per aiutare le persone perché permette di ascoltarne i bisogni.

 

Qual è il ruolo della partecipazione nelle architetture per l’emergenza?

La partecipazione è un processo che permette di ascoltare i bisogni della comunità e di rispondere alle caratteristiche del sito. L’ascolto aiuta ad avere un approccio che è totalmente opposto a quello della creazione di un oggetto. Bisogna ascoltare le persone e il contesto; e la partecipazione è un aspetto centrale dell’umiltà che deve caratterizzare il nostro essere architetti nei momenti di crisi.

 

Quanto è importante, nei suoi progetti, il rapporto con il paesaggio?

Credo che il rapporto tra il costruito e il paesaggio sia il legame tra l’architettura e la comunità. Abbiamo bisogno di ascoltare la natura, di connetterci al paesaggio, di non sopraffarlo con grandi oggetti perché quest’atteggiamento di ascolto crea la giusta relazione tra le persone, la società di cui fanno parte, la natura e il cosmo.

 

Dopo il 2011 si è intensificato il suo interesse per le architetture dell’emergenza. In che modo questi progetti rispondono ai bisogni essenziali dell’uomo?

Dopo l’esperienza dello tsunami io e molti altri colleghi giapponesi abbiamo sentito la necessità di condividere la nostra esperienza e di testimoniare cosa sia cambiato nella nostra società a partire dalla catastrofe. Come architetti ci siamo chiesti cosa potessimo fare dinanzi a quella devastazione e se fosse in qualche modo possibile rimediare a quell’errata idea di progresso che ci aveva condotto a quello stato. Insieme ad altri colleghi (tra i quali Toyo Ito, Kazuyo Sejima, Hiroshi Naito e Riken Yamamoto) abbiamo fondato il gruppo “Kishin no Kai” e ci siamo impegnati a discutere e confrontarci per capire quale dovesse essere il contributo della nostra professione nella ricostruzione. In questo dibattito è nata l’idea di una casa per tutti (“Minna No Ie”), progettata intorno ai bisogni essenziali dell’uomo.

Nella mia ricerca, mi sono ritrovato spesso a indagare architetture minime, basate sull’utilizzo di strutture semplici e facilmente assemblabili che permettano di costruire con rapidità un efficace riparo in caso di emergenza. La “Casa Umbrella”, per esempio, dimostra come si possa costruire uno spazio che può essere abitato da ben 15 persone semplicemente assemblando altrettanti ombrelli. Questo può garantire una facile soluzione abitativa durante le emergenze, infatti ognuno può facilmente portare con sé un ombrello e 15 persone, mettendosi insieme, possono costruire un luogo in cui rifugiarsi in maniera facile e veloce.

 

La “Water Branch House” si basa sull’assemblaggio di contenitori di plastica facilmente reperibili e leggeri entro i quali può scorrere del fluido che permette di modificare la temperatura dello spazio interno.

 

Nella stessa direzione vanno i sistemi delle strutture temporanee “Fu-an” e “Air Brick”, dove lo spazio in cui ripararsi può essere velocemente plasmato gonfiando degli elementi plastici.

 

Infine vi è il sistema “Shimogamo”: una casa portatile che può essere rapidamente costruita aggregando dei leggeri sticks di legno dotati di magneti.

 

Tali sistemi costruttivi permettono di realizzare architetture mediante l’autocostruzione. Crede che questo sia importante?

Credo che l’autocostruzione sia la chiave per rispondere alle situazioni di emergenza e per questo sono impegnato a ricercare varie soluzioni che rendano facile, veloce e accessibile a tutti la costruzione di una casa in cui rifugiarsi. Il mio sogno è che ciascuno possa costruire il suo riparo per sopravvivere ai disastri. Credo che il contributo degli architetti sia quello di trovare delle strade alternative al calcestruzzo e alle costose architetture delle grandi compagnie multinazionali perché chiunque, in caso di necessità, deve poter facilmente costruire il luogo in cui trovare riparo.

 

Immagine di copertina: la Water Branch House (©Kengo Kuma and Associates)

 

Per_approfondire

Chi è Kengo Kuma

kengo-kumaKengo Kuma nasce nel 1954 nella Prefettura di Kanagawa, si laurea presso la Facoltà di Architettura della Graduate School of Engineering di Tokyo e dal 1985 al 1986 svolge attività di ricerca alla Columbia University. Dal 2001 è professore alla Faculty of Science and Technology della Keio University di Tokyo dove dirige il KumaLab, laboratorio votato alla ricerca su materiali e metodi costruttivi innovativi.

Nel 1987 Kengo Kuma fonda lo Spatial Design Studio, nel 1990 lo studio Kengo Kuma& Associates e nel 2008 fonda Kuma & Associates Europa, con sede a Parigi. Agli esordi Kuma ha lavorato soprattutto in Giappone ma nell’ultimo decennio il suo lavoro si è diffuso su scala internazionale con progetti in corso in vari paesi tra cui Cina, Francia e Gran Bretagna. Tra le numerose opere riconosciute a livello internazionale si ricordano:
l’Osservatorio Kiro-san a Yoshiumi (1994); la Casa Water/Glass, Atami nella prefettura di Shizuoka (1995); la Casa River/Filter a Tama Kawa (1996); il Teatro Noh nella foresta (1996); il Kitakami Canal Museum a Ishinomaki (1999); il Museo della Pietra a Nasu Tochigi (2000); il Food and Agricolture Museum a Setagaya Tokyo (2004); le sedi Luis Vuitton a Tokyo (2003) e a Osaka (2004); il museo d’arte Masanari Murai a Setagaya Tokyo (2004);; l’Edificio Z58 a Shangai (2006); il Municipio di Yusuhara nella prefettura di Kochi (2006); il museo d’arte Suntory a Tokyo (2007); il GC Prostho Museum Research Center nella prefettura di Aichi nel 2010; lo Yusuhara Wooden Bridge Museum a Yushuara (2010); l’Asakusa Touristic Informatin Center a Taito Tokyo (2011); la Nagaoka City Hall Aore a Nagaoka (2012); Toyama Kirari a Toyama (2015); il Complesso Hikari a Lione (2015); Naver Connect One in Korea (2016).

Nel 1997 Kengo Kuma ha vinto l’Architectural Institute of Japan Award e nel 2009 è stato nominato Ufficiale dell’Ordine delle Arti e delle Lettere in Francia. Il suo lavoro è stato riconosciuto a livello internazionale e ha ricevuto premi prestigiosi come lo “Spirit of Nature Wood Architecture Award” (Finlandia), il Grand Prix du Design Award 1995 Culturale JCD / istituzioni pubbliche per l’osservatorio Kiro-san a Ehime e il Premio del Ministro della Pubblica Istruzione, Cultura e dello Sport per il progetto “Yusuhara legno Museo Bridge”.

Kuma è autore di numerosi libri e articoli che criticano gli approcci più esibizionisti e “oggettuali” dell’architettura contemporanea, il suo manifesto è infatti il volume ” Anti-object: The Dissolution and Disintegration of Architecture”, scritto nel 2008, in cui propone un’architettura fatta di relazioni e costruita in armonia con l’ambiente.


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