Sharing Models – Manhattanisms

by • 26 luglio 2016 • Mosaico, Reviews759

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In mostra allo Storefront for Art and Architecture di New York le proposte di 30 studi internazionali alla domanda: come cambia Manhattan sotto l’influenza della sharing economy e delle nuove forme di collettività?

 

NEW YORK. Le ultime settimane hanno registrato le vendite di ben quattro appartamenti con cifre tra i 14 e i 27 milioni di dollari (circa 13-24 milioni di euro) nella cosiddetta “torre di matita” a Manhattan, il grattacielo residenziale più alto dell’Occidente, progettato da Rafael Viñoly Architects. Gli acquirenti, celati sotto i nomi di varie holding company, potranno godere di mega piscina, cinema e ristorante privato del celebrity chef Shaun Hergatt. Se simili vendite si sono recentemente ridotte di numero (Brexit, stragi e incertezze sull’imminente elezione presidenziale americana tra gli altri fattori), il mercato newyorkese degli appartamenti attorno ai 3 milioni di dollari va ancora benissimo e gli affitti procedono di pari passo. Niente di nuovo, dunque, sotto “la cupola di caldo” che in questi giorni ci opprime. Ormai, da decenni e da molti punti di vista, Manhattan è una città fantasma.

Quindi, perché proprio adesso una mostra come “Sharing Models – Manhattanisms”, allo Storefront for Art and Achitecture fino al 2 settembre? Concepita come un gioco (tipo “cadaveri eccellenti”), offre le risposte di 30 studi internazionali alla domanda: come cambia Manhattan sotto l’influenza della sharing economy e delle “nuove forme di collettività”? Oltre ad assegnare a ogni studio una fetta dell’isola da ovest a est (comparti che esplicitamente non corrispondono a quartieri storici o etnici), la Galleria ha dato ampia libertà di manovra ai partecipanti.

La risposta che più esplicitamente affronta il tema delle politiche edilizie proviene da SITU Studio (Brooklyn): un’ondulazione semi-opaca sopra vari palazzi di lusso rappresenta le divergenze tra i costi reali degli appartamenti e l’IMU (ovvero le tasse sulla proprietà – ampiamente ridotte per i miliardari grazie a regolamenti favorevoli). C’è invece chi osa una critica dei dispositivi attorno alla condivisione (spazi co-working, Uber, ecc.), considerandoli espressione di neoliberismo. C’è poi chi parla di co-abitazione con animali e “natura” in un futuro assai roseo.

Lo studio Schaum/Shieh ha optato per un gioco dell’oca con pezzi colorati, da inserire in appositi spazi/lotti, che ci porta “oltre i palazzi totemici” (e Trumpiani). Se non si vive una città (a Manhattan ormai ci si lavora, si fa il turismo culturale e consumistico, si investe ma non si abita nel senso profondo della parola) che cosa diventa l’edilizia se non un gioco di altissima finanza? Il loro progetto, che non commenta direttamente la “fetta” a nord di Central Park da loro avuta in sorte, presuppone – auspica – una flessibilità positiva, una ricerca ludica di spazi intermedi come mi suggerisce Troy Schaum, titolare insieme a Rosalyne Shieh del gruppo che opera anche a Houston, città molto più accessibile ma per certi versi altrettanto spettrale. Nel loro progetto non si riconosce un quartiere già esistente di Manhattan. Si dispongono invece, su assi più orizzontali che verticali, strane forme in plastica colorata: dolmen, blocchi, infradito per una pedicure o mini-gru di scarico merci. Niente post-apocalisse (non ancora); niente lotta per il diritto alla città (e poi, da parte di chi?); niente demolizioni per rincominciare democraticamente. Si tratta di un’apertura. E forse, per ora, noi che ci stiamo, provvisoriamente ambivalenti tra amore ed odio, non possiamo chiedere altro.

 


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