Aldo Rossi alla «finestra del poeta»

by • 7 Aprile 2016 • Mosaico, Reviews4408

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Alla GAMeC di Bergamo l’unica tappa italiana della mostra itinerante che indaga l’immaginario figurativo dell’architetto con un repertorio di circa 150 opere realizzate tra il 1973 e il 1997

 

BERGAMO. Come ricordava Alberto Ferlenga, l’opera di Aldo Rossi è come un romanzo in cui si ritrovano, dall’inizio alla fine, elementi di una poetica, affascinante, formata da frammenti ricorrenti. Con un linguaggio personale inconfondibile, la sua architettura si è sempre espressa simultaneamente attraverso la forma scritta, costruita o disegnata e ha segnato con una forza avvincente la seconda metà del secolo scorso, dagli anni ‘70 fino al 1997, anno in cui si è spento all’età di 66 anni.

L’architettura per Rossi non è mai stata solo un mestiere, era una passione totale che lo portava a parlarne, scriverne e disegnarne costantemente. I suoi fondamenti teorici, messi a punto anno dopo anno attraverso l’impegno universitario e la parallela pratica progettuale, sono stati per generazioni di studenti delle facoltà d’architettura uno dei capisaldi della formazione. L’architettura della città (1966) rimane ancor oggi un testo fondamentale nello studio dei fenomeni urbani e dell’architettura, mentre l’Autobiografia scientifica è la chiave di accesso indispensabile per rintracciare gli aspetti caratterizzanti della poetica del grande architetto milanese.

La celebrità mondiale giunta grazie ai suoi edifici costruiti in tre continenti è stata conclamata nel 1990 dal premio Pritzker, per la prima volta attribuito a un architetto italiano. La pratica del progetto, così importante per lui, non è mai stata disgiunta dalla sua abilità artistica che l’ha sempre accompagnato sin dagli albori, portandolo a realizzare disegni destinati ad essere riprodotti in copia con le più svariate tecniche.

Ed è proprio questa parte della prolifica opera di Rossi ad essere al centro della mostra itinerante che è allestita alla GAMeC. Unica tappa italiana di un percorso che ha già toccato il Bonnenfanten Museum di Maastricht (ospitata nell’omonimo edificio progettato da Rossi) e lo spazio Archizoom all’École politechnique fédérale di Losanna, la mostra permette di vedere per la prima volta insieme un repertorio di circa 150 opere realizzate tra il 1973 e il 1997.

 

Come ricorda il curatore Ton Quik, la grafica ha sempre affascinato il maestro milanese. L’articolata galleria di lavori inizia con i primi esperimenti pittorici in cui Rossi, ancor prima di diventare celebrato architetto, si cimenta con raffigurazioni di paesaggi urbani industriali che riecheggiano il mito sironiano della periferia milanese, da sempre sua fonte d’inesauribile ispirazione.

Nelle tre sezioni cronologiche (anni ’70, anni ’80 e anni ’90) emerge prorompente tutto l’immaginario di forme e memorie che abbiamo imparato a conoscere, secondo una lunga e affascinante sequenza di disegni e riproduzioni dai tratti forti in bianco/nero o dai colori intensi. In essi si ritrovano alcuni masterpiece rossiani, fra tutti il Teatro del Mondo realizzato in occasione della Biennale di Venezia del 1980 e il grande Cimitero di San Cataldo a Modena. Ma non mancano le note composizioni in cui sono mescolati – in un continuo incontro/scontro di forme – i frammenti di architettura, i tipi della città storica e moderna, le citazioni dei suoi edifici costruiti o solo progettati (come il monumento ai Partigiani di Segrate o l’unità residenziale del quartiere Gallaratese a Milano). In mezzo a questo gioco di mescolanze ibride – attraversate a volte da malinconia, a volte da giocosità – si aggiungono anche citazioni di opere d’arte e monumenti (come le chiese veneziane o il San Carlone di Arona), o addirittura oggetti rubati alla vita quotidiana e domestica, come bottiglie, bicchieri e le immancabili caffettiere, spesso rappresentati volutamente con scale totalmente alterate.

Un posto particolare nel percorso espositivo lo occupa la “Città analoga”, famosa e dibattuta opera sperimentale maturata nel periodo di docenza al Politecnico di Zurigo ed esposta alla Biennale di Venezia del 1976. Concepita e realizzata con la complicità dei suoi assistenti universitari Bruno Reichlin, Fabio Reinhart ed Eraldo Consolascio, l’esperimento è una memorabile riflessione su una città immaginaria, sospesa fra memoria e desiderio, rappresentata attraverso il collage di fotocopie di parti urbane, architetture storiche e progetti dello stesso Rossi. La “Città analoga” è corredata anche da un’applicazione sperimentale per tablet e smartphone sviluppata da Dario Rodighiero, doctoral assistant all’École politechnique di Losanna, che permette d’identificare ogni singola parte che compone il collage, fornendo informazioni e rimandi di approfondimento.

L’opera di Rossi, anche se vista dalla sola angolazione del suo apparato grafico, continua a fornire occasioni di studio e approfondimento, e non smette di affascinare. Forse perchè frutto della curiosità di un uomo sempre affacciato a quella “finestra del poeta” che gli ha permesso di osservare e conoscere il mondo da una prospettiva diversa. Come lui stesso ebbe modo di dire: «La mia più importante educazione formale è stata l’osservazione delle cose; poi l’osservazione si è tramutata in una memoria di queste cose. Ora mi sembra di vederle tutte disposte come utensili in bella fila; allineate come in un erbario, in un elenco, in un dizionario».

In copertina: Aldo Rossi lavora nel laboratorio della Houston Fine Art Press, 1986. Photo Richard Newlin

Per_approfondire

ALDO ROSSI – La finestra del poeta – Opera grafica 1973-1997

A cura di Ton Quik

GAMeC, Bergamo, fino al 24 luglio

La mostra è la parte conclusiva di un progetto più ampio nato dalla collaborazione tra il Bonnefantenmuseum e la Fondazione Aldo Rossi, con lo scopo di studiare i soggetti e le tecniche delle stampe di Rossi, anche indagando nel dettaglio il contesto storico e le ragioni che lo hanno spinto a scegliere questo mezzo espressivo. Un’analisi che ha portato le due istituzioni a ricercare i legami tra le opere in serie e i suoi disegni, attraverso un’accurata ricerca in collaborazione con l’Istituto centrale per la grafica di Roma, l’Archivio del moderno di Mendrisio, la Van Eyck Academy di Maastricht e l’École politechnique fédérale di Losanna.

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