Urbanistica futurista milanese: il disordine del discorso e altre catastrofi

by • 17 maggio 2014 • Città e Territorio638

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MILANO. Lo ammetto, non ero mai riuscito veramente a capire fino in fondo l’universalità e il senso profondo dell’affermazione di Roland Barthes che il fascismo è “obbligare a dire”, fino a quando mi è capitato, all’incontro organizzato a fine gennaio all’’imperialregio Ordine degli architettori di Milano Dall’Expo al post Expo, una sfida per la regione urbana milanese di ascoltare la relazione di Luciano Pilotti, presidente di Arexpo. Il responsabile della società incaricata di gestire il dopo Expo apre con un elegante paralogismo: “lo sviluppo urbano trascina lo sviluppo economico”, servendo una lezione di urbanistica trascendentale al raggelato uditorio che, a parte una minoranza di claque onnipresente di sbavanti cirenei, vassalli e valvassori, rimane interdetto in bilico tra il riso e il pianto, come nelle migliori rappresentazioni del teatro dell’assurdo di Ionesco. Alla fine dell’ispirata arringa davanti alla nuova presidente dell’Ordine Valeria Bottini, consiglieri e pubblico sbigottiti, giunge la catarsi, dove all’incalzare delle domande sempre più indispettite e seccate del pubblico, si assiste a una vera e propria riedizione dell’ultimo nastro di Knapp, con un riprendersi infinito delle medesime argomentazioni affumicatorie, volte più ad ottenebrare le coscienze e a disperdere la rotta nelle nebbie del disordine del discorso che a chiarire. Un discorso i cui contenuti chiamare ideologici sarebbe un affronto da far sembrare il pensiero debole di Vattimo e Rovatti una solida costruzione ontologico-assiomatica pari alla Fenomenologia dello spirito di Hegel. Si celebrava costì, nelle polluzioni decostruttive dell’Expopensiero, un funerale, quello dell’urbanistica riformista democratica e delle sue eredità, nella quale erano naufragate le speranze e le buone intenzioni di generazioni di utili idioti e ora sgomenti architettori creduloni. Un mito che aveva costituito una delle narrazioni istituzionali universitarie più fortunate e condivise, almeno quanto l’altra favola edificante, quella del moderno per tutti, con cui si sono inebetiti stuoli di generazioni di bambacioni pronti a cullarsi nel sonno dell’utopia per poi gettarsi nel mare procelloso della professione su dei sì fragili vascelli.
Franco Brioschi soleva citare ai suoi studenti un grande maestro dell’epistemologia contemporanea, Nelson Goodman che, a sua volta riprendendo uno dei fondatori della semantica, metteva sull’avviso del pericolo di scambiare le proprietà dei nostri discorsi con quelle dei nostri oggetti. Nel caso in questione, le proprietà del discorso tendono irresistibilmente al principio di indeterminazione, o meglio all’indeterminatezza di principio, che fa sì che chiunque vi presti orecchi e attenzione vi senta evocata la presenza di un senso, ma sempre impossibile da afferrare con compiutezza man mano che vi si accosti da vicino, con qualsivoglia strumentazione. Sembrerebbe, in altre parole, una confutazione empirica del primo teorema sulle grandezze non commutabili di Borh-Heisemberg che, secondo l’interpretazione di chi, come Hans Reichembach, credeva, ingenuamente, che una misurazione di q non potesse essere fatta nel medesimo tempo di una misurazione di p e viceversa, ovvero tutte le affermazioni intorno a valori simultanei di grandezze non commutabili sono dette affermazioni complementari e se due affermazioni sono complementari, al massimo solo una di esse è fornita di significato mentre l’altra ne è priva. Ossia è difficile che una modalità prettamente speculativa e predatoria sia contemporaneamente etica, partecipativa, cooperativa, condivisa! Altrettanto impossibile risulta indagare, mediante indagine estrinseca, nel locutore, altrimenti presentato come centrifugato delle contemporanee eccellenze curriculari, quanto anticamente veniva popperianamente presentato come indispensabile principio di verità critica o auto critica. Seguendo il paradosso di Epimenide il cretese, ci troveremmo di fronte all’aggiornata versione pastrufaziana dell’Epimenide urbanista che affermerebbe questa volta con implacabile puntiglio e determinazione che tutti gli urbanisti sono degli imbecilli. Il ductus illocutivo meriterebbe una descrizione e analisi minuta, addentrandosi in quella terra di nessuno che segna il confine tra psicologia e psichiatria; il florilegio-Frankenstein di citazioni una seduta straordinaria dell’Accademia della Crusca: mixitè, fast-post, densification, smart-city, intangibilità delle attività e generazione di esternalità positive… Un pirotecnico MERZbau, neanche Kurt Schwitters o l’ultimo Joyce della Finnegan’s Wake avrebbero osato tanto, creando l’epifania di una vera e propria neolingua da mistero buffo, che rottama in un colpo solo sia la poetica crepuscolare, intimista e scapigliata dell’Aldo Rossi di L’Architettura della città, sia i verbosi e ponderosi equilibrismi pastoral-teologici di un Piercarlo Palermo in tweed con la sua policy d’antan, per tacere della paginazione inarrestabile, della deflagrazione delle esauste tecnicalità, delle metastasi ed elefantiasi legislative del Manuale di Urbanistica del Colombo, alla sua milletrecentesima edizione, come di new urbanism, P2P urbanism e altre diavolerie contemporanee. Anche il fantacontrattualismo dirigista triadico masseroliano, basato su libertà, equità e semplicità, che doveva mettere fine a “30 anni di cultura del sospetto” e sostituire definitivamente l’urbanistica dei vincoli con quella creativa, sembra preistoria. Una delle eredità più imbarazzanti di questo attualismo sarà il confronto o il paragone tra loyalists urbanists, spesso angosciosamente aggrappati a poltrone e istituzioni sempre più traballanti, tra i quali, con la sfrontata sicumera di chi padroneggia gli arcani tecnicismi, primeggia la teoria del bicchiere mezzo pieno, delle divergenze parallele e della cautela sproporzionale contrapposto al ridottissimo e sparuto manipolo dell’intelligenza critica dei desperate urbanists, desolati cantori della fine della stagione del compromesso democratico tra capitale e democrazia e della trasformazione della contrattazione in sopraffazione, delegittimati, prepensionati, espropriati del proprio ruolo, trattati come paria e evitati da tutto l’establishment come appestati.
Il modello del nuovo? La forza illocutiva s’ispira naturalmente al migliore futurismo fonico marinettiano: Zang Zang! Tum Tumb!! a cui però paradossalmente la pirotecnica forza iconica. E qui sono davvero tristi i tropici urbanistici serviti agli interdetti e sgomenti architettori. Se le proprietà del discorso si adattano plasticamente alla sofistica del futurismo urbanistico, che sganciato da ogni velleità etica e utopistica si libra nella pura poesia pragmatista, le proprietà degli oggetti o meglio le loro rappresentazioni discendono nell’averno del fuffismo architettonico circense complicato da padiglionite acuta fulminante: una vera pestilenza inarrestabile e dilagante per tutta la città, i cui effetti fortunatamente solo temporanei, però, ci rassicurano! Non temete, tutte le prove d’ingegno andranno distrutte dopo l’evento (pensiamo insieme alle fatture…). Una seconda rassicurazione, più inquietante, tutte le architetture eco friendly chic, sostenibili e biodegradabili saranno graziosamente poggiate e poi imbullonate su una piastra di 90 ettari di cementi armati carrabili a doppia altezza, per evitare che il vento le porti via. Il piastrone per impedire gli assalti degli assatanati visitatori, capace di sostenere uno stadio di calcio in qualsiasi parte di esso, sarà difeso da una doppia cintura di presidi: una via d’acqua certificata altissima purissima ma con divieto di balneazione e doppia cintura di tangenziali a tre piani con barriera premium e posteggio a 40 euro. Con l’omaggio al “Da Vinci” delle Vie d’acqua si rinnova la tradizione rinascimentale del bastione fortificato e dell’architettura militare lombarda.

Dopo il fast food, il fast post
Nell’imbarazzo di dovere spiegare infine qualcosa, il raffazzonato bricolage (balbum melius balbi verba cognoscere…) pretende non solo di vincere, ma anche di convincere e di argomentare. Questi son i sottili, raffinati tecnicismi degli specialisti che devono spiegare e argomentare le “scelte” fatte dalla politica, eloquente testimonianza di come il dibattito tra i progressisti reds sia approfondito quanto raffinato, ricco di spunti tanto da poter sostenere che fatalmente si è aperta la nuova via italiana alla socialdemocrazia 2.0 per cui possiamo finalmente dormire tranquilli tra due guanciali? Qualche incurabile impertinente uditore pretenderebbe anche di poter arrivare a dedurre addirittura una eventuale buona o cattiva fede nel locutore, nella presentazione del discorso oppure mettere in relazione evanescenti e retoriche dichiarazioni d’intenti con un ipotetico e per quanto vaporoso e annacquato programma “politico” di qualsivoglia orientamento: ebbene, a questo figlio dell’età dei lumi non potremmo rispondere che citando uno dei maestri della demistificazione, lo scrittore serbo Danilo Kis, profondo conoscitore dei meccanismi di deformazione della civiltà esplosi nell’enclave jugoslava, nel racconto Il maestro dell’Enciclopedia dei morti scrive “è inutile sporgersi nell’abisso altrui per cercare di scorgervi le proprie contraddizioni…”.
Ritornando all’incontro organizzato all’Ordine, mentre i rappresentanti dello stato maggiore della società Expo2015 spa Giuseppe Sala e il direttore generale della Divisione Construction & Dismantling Angelo Paris (ora in carcere…) avevano pensato bene di non farsi vedere, dopo insistenze e mugugni neanche tanto cordiali da parte del pubblico, tra gli sventurati illocutori veniva il turno di Paolo Galluzzi che, incalzato, ha ammesso che la gestione e progettazione del fast-post (…?!), notizia peraltro estorta obtorto collo, sarà, ex post, per evidenti opportunità tecnico-pratiche in mano al Comune di Milano, tramite l’ufficio progetti speciali diretto dall’architetto Giancarlo Tancredi insieme a MM, che segue Expo sotto l’aspetto tecnico. Il fast post subentrerà così al fast food delle rinomatissime Infrastrutture Lombarde per la liquidazione degli eroici dividendi. Questo insignificante dettaglio svela l’arcano endorsement del prima e del dopo al trionfante suono dell’«aggiungi un posto a tavola». Prove tecniche di pianificazione sovracomunale e di Area metropolitana nel cui merito menti maligne di folkenfiender hanno addirittura insinuato che il governo reds e il sottogoverno whites, che si erano già da un pezzo draconianamente spartiti la nuova torta metropolitana (i reds a nord-est nella Stalingrado di Sesto e i whites a nord-ovest su Rho-Pero) siano oggi tutti insieme pronti, nel nome delle larghe intese ad affondare le fauci nel fiero pasto di privatizzandi Trivulzi, Aler, Policlinici, Ospedali maggiori e minori, exdemanio, exconventi, exmunicipalizzate, expolitecnico, excaserme, dogane, distributori, scuole, tiri a segno, expiscine, excascine e excinema ecc. ecc… Nonostante tutto, l’amara morale che ne emerge rende giustizia finalmente alle logiche di programmazione per l’epifania dell’evento, che risultano dirimenti in fatto di politica culturale e ideologica; il corpo sociale (ed elettorale….) si adatta plasticamente a chi può dare di più: la fine di una possibile socialdemocrazia repubblicana, peraltro mai decollata, verso un dispotismo più o meno illuminato, capitanato dal caro qualsivoglia Leader e dalla politica come interfaccia cuscinetto tra il capitale e il popolo che naturalmente deve rimanere distante e incontaminato dal potere di corruzione del denaro, che vuole e può esser maneggiato solo da “tecnici” e mani abili e aduse a una certa confidenza con esso.
Rimane il problema dei lavori usuranti, della libera imprenditoria, degli intellettualoidi paranoici, della piena occupazione non umiliante e delle professioni cosiddette liberali che già angustiava Giuseppe Bottai durante la stesuradel suo irrinunciabile Contributi all’elaborazione delle scienze corporative (1939-XVIII / 1942-XX) del 1943. Se si rilegge la vicenda come una nuova e rinnovata fiammata del pensiero corporativo italiano, ingiustamente e frettolosamente liquidato dagli improvvidi alfieri socialdemocratici, bisogna aggiungere un pizzico di follia postfordista, in quei passaggi di relazione tra le parti dove al severo linguaggio denotativo della scienza viene sostituito quello connotativo della letteratura, delle favole e della magia. Allora tutto assume il senso della mistica epifania di nuova realtà: l’autoritarismo dirigista e programmatore 2.0 è morbidoso, ludico e giocherellone, mette insieme religione e laicismo, profitto e ideologia, etica ed edonismo, comunitarismo egalitario ed elitismo censitario, evoluzionismo e creazionismo, destra e sinistra, repubblica di Salò e partigiani, sindacati e confindustria. L’unica cosa che sicuramente non tollera è il dissenso critico indipendente. Disposto a credere a tutto ma non ad accettare la fede nella ragione, ritorna tra le sue pieghe l’amore mai smentito dell’irrazionalismo futurista e il piacere per le grandi sagre nazionalpopolari e il bagno di folla come la mostra della civiltà fascista e dell’autarchia, olimpiadi e compagnia bella, poi culminate con lo sfracello dell’EUR, nei cui confronti beninteso l’approssimazione e la pochezza urbanistica del progetto Expo è inimmaginabile. I render dei padiglioni una biennale dei poveri, dove gli unici elementi identitari riconoscibili, il padiglione Eataly e il superipermega Coop visto di sguincio col marchio decentrato in secondo piano hanno addirittura fatto venire nostalgia delle tende-accampamento di Stefano Boeri…

Triennale che passione: my name is Brand!
Senza nessun timore per una sovraexposizione mediatica, sospesa tra aspirazioni populiste e mecenatismo interessato, in tema di nostalgici repechage, non poteva mancare la Triennale, che in alcuni momenti potrebbe ribattezzarsi la Tritennale per la sconvolgente audacia e novità delle sue proposte, si mette in gara con i Pollock, Warhol e Manzoni di Palazzo Reale, fino a immaginare un vero e proprio ritorno al futuro come la ripresentazione (indovinate un po’…) dell’Esposizione internazionale delle arti decorative e industriali moderne e dell’architettura moderna, cosa di cui si sentiva effettivamente la mancanza. Accompagnata in propedeusi come antipasto dalla mostra del VII Triennale design museum Il design italiano oltre la crisi (?): Autarchia Austerità Autoproduzione: chicca veramente imperdibile sull’autarchia e la crisi (!) a cura di Beppe Finessi con allestimento di un giovane leone come (indovina indovinello…) Italo Lupi. Ha il primato, all’insaputa degli autori, di metter insieme fascismo, postfascismo, avanguardia radicale, postmoderno e autoproduzione high-tech, in un immenso minestrone mediatico col risultato di una pietanza sciapa e impersonale, servita alle masse senza nessun taglio critico interessante o alternativo, con un allestimento di scontata sobrietà che privilegia il superfluo. Mancavano solo il graphic design della repubblica di Salò, le pentole africane ricavate dagli elmetti ONU, il tropicalismo utilitarista cubano e brasiliano delle favelas e il funzionalismo brutalista dell’Europa dell’Est. Tutto sommato Nietzsche, con l’eterno ritorno aveva visto lungo: da qui non sembrerebbe poi così brutto, e forse in fondo auspicabile che la storia si ripeta, meglio se in farsa.
A questa pazza voglia di autocelebrazione non sfugge neanche l’indagine-mostra sul brand Milano, a cura dei “saggi” del Comitato Brand Milano, presentata in pompa magna come ricerca sulla percezione iternazionale di Milano, con direzione artistica e allestimento dell’ormai onnipresente Michele De Lucchi. Condotta con innegabile perizia e con acume critico da far impallidire il Savonarola, la sintesi è che i giovani milanesi bene, in fuga coatta e prebendata in ogni parte del mondo, quando rispondono alla domanda dove abiti dicendo “Milano!”, si sentono replicare “che figataa!”. Dimenticando che forse avrebbero la stessa risposta se dicessero Cernobyl (“allora hai visto la nube tossica spigionarsi dalla fusione del nocciolo e le rane con quattro occhi come a Springfield… che figataa!!!”). Il sindaco Pisapia, che temeva qualche rigurgito critico dei soliti sfascisti criticoni e facinorosi o marxisti vecchia scuola di Francoforte, si è sentito rasserenato e rassicurato dai risultati dell’agguerritissima ricerca sociologica IPSOAS, IULM oriented, nel quale si riconfermava il ruolo di Milano quale invincibile e indomabile capitale del luogo comune, delle corporazioni, dell’istruzione privata in conto pubblico, del conflitto d’interessi e del laicismo confessionale, in un sobrio clima da autocelebrazione continua. Al contrario di quanto afferma il signor Wolf, è sempre il momento buono per farsi complimenti a vicenda… In verso completamente opposto anche l’iniziativa irrinunciabile di ravvivare la cultura figurativa milanese, dopo il bagno delle avanguardie informali, attraverso una galleria di ritratti Viribus Illustribus, per superare Frà Galgario: gran lombardi che con il loro lavoro e pensiero e la loro fama hanno illuminato il capoluogo, insieme a quelle di tutti i sindaci fino a oggi. Anche qui l’intento è rimescolare le carte rinfrescando il plot delle Vite parallele di Plutarco alla luce delle nuovissime divergenze parallele; ci sono tutti, conta solo il successo, tranne, è stato aggiunto con un pizzico di sagace malizia, i podestà. Non si è capito se ci si riferisse anche all’attuale presidente della Provincia, oppure a indimenticabili sindaci come il garage oriented Gabriele Albertini e fata Letizia Moratti. In tema di vite parallele, qualche previdente ha obiettato che per i politici, presidenti di regioni ecc., di questi tempi sarebbe meglio andarci cauti e organizzare un nuovo famedio, magari a San Vittore che, come c’insegna Boeri con la proposta di trasferirvi la Pietà Rondanini, l’arte non deve solo divertire ma anche istruire… Per chi covasse ancora sopite ansie e velleità da prestazione internazionale, al suo arrivo in Triennale, nell’ingresso di augusta e austera romanità monumentale disegnato da Giovanni Muzio, sarà accolto da due rozzi colossi in poliuretano già scoloriti e corrosi, tale Minestrello e Pasticcina, come ci addottrina la targa bronzea apposta, frutto degli incubi dopo una cena pesante di Dante Ferretti. Presentate come rimembranzae d’après Arcimboldo, ricordano invece dinosauri impagliati della saga di Dragon Ball, fuggiti dal carnevale di Viareggio per spaventare i passanti… Scoprirai poi con raccapriccio la capitale del design infestata da una progenie di altri esseri di tal fatta: Enolo (Etilico, il mescitore di vini, padre dell’oblio e della sbronza felice!), Fornaro (raccapricciante mostro che toglie le pensioni ai poveri per pagarle ai ricchi…), Macedonia (una Mama sovrappeso che ci fa rimpiangere Carmen Miranda e miss Ciquita di Oscar Grillo…), per tacere di Norcinello e Ortolino (altro che Peppa Pig… pensiamo con nostalgia al sobrio Merdolino di Alessi e Giovannoni!). Questi pupazzoni, che senz’altro avrebbero fatto piangere di gioia Munari e Rodari, accoglieranno le gaie brigate di turisti, che al posto di andare a Ibiza e in qualsivoglia altro paradiso faranno a pugni per venire a Milano a farsi spennare i 22 euro (!) di accesso al recinto, portandosi con sé un indelebile ricordo. Le statue di Sironi della Triennale, in restauro nell’atrio che incontri appena dopo, pare abbiano pianto silenziosamente sangue dopo quest’affronto al design che fa sembrare il dito di Cattelan un ricercato e colto esempio di misura neoclassica da far impallidire Canova. Riescono comunque a spaventare a morte il turista colto e aggiornato, il quale credendo di essere capitato a Disneyland al posto della capitale del design, scappa a gambe levate a Sharm, a Dubai o a Marrakech…

DesignFashionFoodCouture
A breve ci aspetta un’altra sconvolgente epifania rivelatoria: regioni italiane provinciali, rozze e acculturate ma volonterose come Bologna (dove solo dopo lunghe ed estenuanti discussioni si è deciso di non adottare il claim “Ma cosa sono i tortellini!!!” voluto dagli azzurri nostalgici di Federico Fellini e di bandire invece un concorso serio per un nuovo simbolo e immagine coordinata della città), il Trentino e Bolzano (gara internazionale per il nuovo simbolo e spot televisivi in linea con le più agguerrite tecniche di persuasione, famiglia, benessere, cultura e cibo in relazione al territorio e alle produzioni locali), l’Umbria e Urbino (con Sensational Umbria), si affannavano in concorsi nazionali aperti per svecchiare l’immagine delle loro regioni e sviluppare pratiche di marketing territoriale, incentrate sui noti pilastri della comunicazione visiva, tra cui creazione del brand, studio di un’immagine coordinata e comunicazione multicanale, con realizzazione di spot televisivi dalla regia ineccepibile, oppure chiamando un fotografo di fama internazionale come Steve McCurry a svecchiare e far uscire una realtà fuori dai tristi e frusti luoghi comuni. Ma ai pastrufaziani questo non basta! Ecco che sulla scia delle exponenziali spese a pioggia, sorge l’ideona di bucare le nubi della websfera con un progetto di comunicazione a impatto zero (ma non a budget…) che rischia di scontentare e insospettire addirittura anche il tipico babbeo da spennare, crocerista turista cinese o americano possibilmente in pensione facendoci rimpiangere gli spot della Costa Crociere. Con un pizzico di malizia tutta italiana, puntando sugli asset giusti per cui siamo ormai tristemente noti in tutto il mondo, il claim, partorito dopo infuocati e incendiari brainstorming spenti a furia di Martini, spritz e Campari nel salone delle feste al 65° piano del nuovo Pirellone, lascia sgomenti per la straordinaria forza comunicativa e la rivoluzionaria creatività: DFFC, ovvero DesignFashionFoodCouture (tutto attaccato…) Naturalmente la discussione più accanita è stata se mettere Fashion prima di Food, ma poi qualcuno ha detto mettiamoci una cosa che vale per tutto anche se nessuno di noi sa cosa sia, Design, così non mettiamo zizzania tra gli chef stellati e gli stilisti griffati. Poi, sapendo che la fortuna aiuta gli audaci, il correttore ortografico di Indesign, rigorosamente impostato su correzione automatica, corregge Couture con Colture e la frittata è fatta, si va in stampa. In questo caso più che colpo d’occhio è una strizzatina: quella che ti da l’ormai emancipata, maliziosa e misteriosa Lucia 2.0 che, smessi gli abiti tradizionali con gonna alla caviglia, assisa sul frutto di un incrocio contro natura tra una poltroncina Frau e un divano Le Corbusier foderata in un improbabile verde pisello, lascia il bel Renzo a fare il cameriere in smoking in un bar della Galleria (L’amore per noi è impossibile, c’è spazio forse per il sesso…), tiene stretta a sé l’enigmatica valigetta il cui contenuto è pronto a involarsi, a rapidi e svelti passi su décolleté tacco 12 verso Lugano. In che rapporti culturali e metaforici, quale messaggio diretto, indiretto o subliminale il frutto di cotanto sforzo produca lo lascio alla stupefazione del lettore, pungendomi vaghezza che sia più una comunicazione nella quale si riconoscono meglio le recondite fantasie dei committenti che quelle degli utenti. L’assessore regionale al Commercio turismo e terziario Alberto Cavalli (adesso sostituito da Claudio Parolini) sottolinea con enfasi e orgoglio il fatto normale che il tutto sia stato frutto di una gara (ci mancherebbe…); condizione necessaria ma non sufficiente…. Infine, come il Michelangelo che assesta l’ultima martellata al proprio capolavoro o il Canova che passa la cera per esaltare la lucida politezza del marmo, la stoccata, il colpo di genio, che come voleva Rambaldo Melandri è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione: only in Lombardia, chiude con sinistra e profetica evidenza il claim, per togliere ogni dubbio anche a chi ne fossero rimasti, anche perché con sensational Lombardia ormai si rischia l’equivoco…

Iter: alla ricerca della modernità perduta…
Perennemente insoddisfatti e sempre alla spasmodica ricerca della perfezione, l’assessore regionale Cavalli e il presidente della Triennale Claudio De Albertis alzano la posta e mettono sul tavolo verde 100.000 euro per Iter: percorri la modernità, in una corsa contro il tempo, temiamo a marcia indietro. Un programma col quale si dovrebbe censire tutto il patrimonio del Novecento Lombardo, insieme al contemporaneo (?), renderlo disponibile su un portale web alla frotta di coloro che dovrebbero gettarsi a visitarlo (come, con chi e con che cosa non è chiaro, non tutto è Villa Necchi, spesso alcune proprietà, specie le più pregiate sono difese da torme di Dobermann ferocissimi…), oggi presentato attraverso un portale cupo e respingente, con colori tristi, grafica dimessa, caratteri illeggibili, scarsa funzionalità e mancanza d’ispirazione, e peggio, completamente svincolato da qualsiasi contenuto di promozione sociale o di relazione, con cui si proponeva la “valorizzazione del turismo culturale del moderno”. Il programma comprende l’aggiornamento delle schede con l’inserimento dei musei d’impresa e le località connesse al tema del design (?) e l’aggiornamento dell’inguardabile sito: “una homepage più intuitiva e user friendly” (meno male!…), con, ci spiegano accortamente, addirittura la realizzazione dell’immancabile app e versione iPad! Al di là delle dichiarazioni di principio sembra che l’iniziativa, a dispetto del periodo di vacche magre, sia avulsa da qualsiasi considerazione critico scientifica al di là del puro marketing, del già citato principio del minestrone Findus milleverdure, e da quello, altrettanto imbarazzante che, “considerata l’eccellente produzione architettonica che tutto il mondo ci invidia” (?), esprima “il mutamento degli stili durante il Novecento, il fulgore di molti protagonisti di questa nostra storia, la produzione presente nella quale spicca anche Palazzo Lombardia”. Nessuno ha spiegato in che relazione si mette, in questo periodo di vacche magrissime, con altre iniziative benemerite, come il censimento degli archivi e le ricerche avviate dal Politecnico e il SIRBEeC (il sistema generale di catalogazione informatica integrata open source del patrimonio culturale lombardo di Regione Lombardia e Mibac, pensato dall’assessorato alla Cultura in modalità diffusa e partecipata con soggetti pubblici e privati, avviato nel 1992 e oggi punto di riferimento nazionale…) In nome dell’autarchia e dell’ognun per sé nessun coordinamento con le svariate ricerche e iniziative di università, enti e ministero, spesso avversate e rese inefficaci, di faticosa e invisa catalogazione, compiute ai fini disinteressati della conoscenza scientifica, informazione, valorizzazione e tutela del patrimonio. Specialmente se in funzione di strumento e presidio dalle manomissioni e scempi compiuti in nome di quella “eccellente produzione edilizia che tutto il mondo ci invidia”. Un’indispensabile infrastruttura culturale identitaria e condivisa, espressione di un bene culturale comune materiale e immateriale, perennemente incompiuta, al cui progetto e realizzazione tanti hanno contribuito,(non citiamo nomi per non fare torto a nessuno). Una prova di intelligenza collettiva che se avesse potuto godere di direzione, coerenza e lungimiranza politica e un minimo di coordinamento, continuità e regolarità di risorse avrebbe costruito nel tempo una piattaforma condivisa per una base di dati seria e affidabile, accessibile, disponibile da lungo tempo, per studenti, addetti ai lavori e appassionati, certamente utile non esclusivamente a ripercorrere la modernità fino in Piazza Lombardia per contemplare in estasi il monumento al formigonismo infrastrutturale e ospedaliero!


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