La favela dietro al muro

by • 20 agosto 2009 • Città e Territorio662

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RIO DE JANEIRO. A marzo, l’Empresa de Obras Públicas ha dato inizio nella comunità di Dona Marta, favela della zona meridionale di Rio, alla realizzazione del primo «eco-limite»: così viene definito un muro di cemento armato alto 3 m e lungo 634 che sostituirà l’attuale sbarramento in cavi di acciaio. Una serie d’interventi analoghi è destinata a circondare 13 comunità per uno sviluppo di 14,6 km, arginandone l’espansione verso ulteriori fette dell’Area di protezione ambientale della mata atlantica. In alcuni casi è prevista la demolizione di costruzioni che si trovano oltre la linea tracciata, soggette a rischi di frana, con ricollocazione o indennizzo degli abitanti (circa 445 famiglie nella sola Roçinha).
L’intervento s’inserisce in un progetto più vasto di urbanizzazione già in corso nell’ambito del Programma federale di accelerazione dello sviluppo. Dona Marta e Roçinha ospitano diversi progetti che puntano sulla dotazione minima d’infrastrutture sanitarie, sulla realizzazione degli accessi e sulla dotazione di nuove residenze (comunque insufficienti), asili e scuole, ospedali, strutture sportive e d’integrazione sociale, oltre a una passerella firmata nientemeno che da Oscar Niemeyer. L’impatto del muro dovrebbe ridursi nella Roçinha attraverso la sua integrazione in un sistema che comprende la realizzazione di un Centro di studi ambientali e di un parco ecologico, oltre che dal tentativo, piuttosto debole, di ricoprirlo di vegetazione nativa. È però proprio sull’efficacia ecologica del nuovo eco-limite che si sono concentrate molte delle critiche che continuano ad alimentare il dibattito sul progetto, sostanziando le argomentazioni di chi vi vede un malcelato tentativo d’incrementare ulteriormente la divisione sociale: il rischio è che si trasformi in supporto per nuove costruzioni abusive, rappresentando una minaccia per l’equilibrio ambientale di alcune aree. Più immediati gli svantaggi che risultano dalla segregazione della comunità dalle risorse della mata e dall’imposizione di una significativa barriera visiva. L’opzione avanzata dalla Secretaria Municipal de Meio Ambiente di un muro alternativo (60 cm di mattone ecologico sormontato da 1,6 m di rete metallica) è stata scartata dalla Prefettura, mentre altre proposte sono arrivate dal mondo professionale, dimostrando la vitalità di un potenziale ideativo con cui i promotori del progetto non hanno saputo confrontarsi.
La risposta all’effettiva necessità di regolamentare l’espansione delle favelas spacca ancora una volta in fronti contrapposti popolazione e addetti ai lavori, chiamando in causa antiche polemiche sulla legittimazione delle comunità informali e sulla valutazione delle risposte repressive che costellano la storia della cidade maravilhosa. Non pochi sospetti sono stati incoraggiati dalla concentrazione degli interventi nelle comunità della zona sud, che negli ultimi anni non sembrano avere registrato una percentuale significativa di crescita: esse sono infatti limitrofe a quartieri medio-alti, in molti casi responsabili anch’essi della perdita di grosse porzioni di mata lungo i fianchi collinari. Se il riferimento di José Saramago al muro di Berlino o a quello palestinese concede molto alla letteratura e poco contribuisce alla comprensione del problema, è evidente che un muro non va incontro alla progressiva integrazione delle comunità nel tessuto urbano auspicata da alcuni progetti, come «Favela Bairro», a livello municipale.


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