La casa mediterranea, tra mito e racconto (rassicurante e acritico)

by • 18 Dicembre 2019 • Reviews1061

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Coderch, Ponti e Rudofsky in una mostra a cura di Antonio Pizza presso la Fondazione ICO di Madrid

 

MADRID. Meno di un anno dopo l’inaspettata (per alcuni) donazione degli archivi di José Antonio Coderch al Museo Nazionale Reina Sofia di Madrid, la capitale spagnola ospita una mostra in cui le opere dell’architetto barcellonese assumono un ruolo centrale. “Imaginando la Casa Mediterránea: Italia y España en los años 50” è il titolo con il quale si delineano le tracce di una storia conosciuta: la ricerca di un’architettura moderna radicata nei paesaggi e nelle tradizioni di un sud dell’Europa latino identificato col Mare Mediterraneo. La presunta atemporalità delle costruzioni vernacolari e una possibile domesticità lontana dalle retoriche macchiniste e funzionaliste dello “stile internazionale” si presentano come premesse e obiettivi di quella ricerca; Barcellona e Milano come centri fondamentali di diffusione e scambio; Coderch e Giò Ponti come personaggi principali del racconto, pur con i decisivi contributi di Bernard Rudofsky.

La mostra si apre con una spettacolare ripresa statica del mare dall’interno della Casa Rovira di Coderch (1967), primo episodio di un allestimento che cerca di evocare un’esperienza dell’architettura e del paesaggio attraverso disegni, fotografie e modelli. L’atmosfera di lusso, calma e voluttuosità che trasmettono queste immagini è il filo conduttore di un percorso, approssimativamente cronologico, che ordina i materiali in un racconto piuttosto privo di contraddizioni e conflitti. Dopo le anticipazioni dei progetti degli anni ‘30 di Ponti con Rudofsky (villa Marchesano a Bordighera, albergo di San Michele a Capri) e della Casa Oro a Posillipo di Luigi Cosenza con Rudofsky, presentati con straordinari disegni originali e fotografie, si arriva al punto nodale dell’incontro tra Ponti, Alberto Sartoris e Coderch nel 1949, e alle pubblicazioni nelle pagine di «Domus» delle successive opere di Coderch e Valls a partire dallo stesso anno; segni di un precoce interesse internazionale per l’architettura spagnola del dopoguerra confermato dalla sezione della Triennale di Milano del ’51 curata da Coderch, accuratamente documentata. Il contenuto della mostra include quindi altri sguardi, luoghi ed esperienze: i viaggi di Figini e Moretti a Ibiza, le opere di Federico Correa e Alfonso Milà, di Peter Harnden e Lanfranco Bombelli a Cadaqués, o il decisivo contributo di fotografi tra cui Giorgio Casali. Il percorso incantato attraverso architetture e paesaggi di grande bellezza si chiude, cronologicamente, con l’ultima e splendida casa di Rudofsky nel sud della Spagna (Frigiliana, Málaga, 1969-71), firmata da Coderch.

Quest’opera dell’architetto austriaco, vicina nel tempo e nelle forme alla prima dimora del danese Jørn Utzon a Mallorca, basterebbe per capire le ambiguità e contraddizioni assenti nel racconto storico sull’architettura della casa mediterranea. Da una parte, la debolezza dei discorsi sull’identità e il senso di appartenenza fondati su ragioni storiche, geografiche, antropologiche, di un regionalismo “corretto” che oggi sappiamo pericolosamente collegabile a sentimenti e progetti di esclusione fondati sull’idea di comunità. Dall’altra, la contraddizione tra un’architettura aperta alla natura e al paesaggio e le condizioni di privilegio, eccezionalità e distanza che permettono una tale apertura: i grandi lotti sul mare e le loro recinzioni. Quindi il distacco dal problema tipicamente moderno dei grandi numeri e del turismo di massa, che troverà in quei linguaggi “regionali” un repertorio disponibile alla distruzione dei paesaggi che si volevano abitare, almeno nel Mediterraneo spagnolo. Per ultimo, il forte contenuto ideologico di un’architettura che evoca l’equilibrio del vernacolare in un paesaggio delimitato e protetto e una domesticità spogliata, ispirata alla presunta semplicità del mondo rurale e delle case dei pescatori, ma che si può capire solo attraverso la combinazione tra tecnologia moderna (la macchina, il telefono) e la presenza del signore (dominus) come autorità dentro una struttura legata ai valori della famiglia tradizionale. La casa, insomma, come strumento per proteggere l’intimità e le gerarchie (il muro e la porta come dispositivi fondamentali), lontana dai conflitti urbani, ma anche luogo per la socializzazione, il riposo e lo svago di una élite che si vuole confortare nell’ordine immutabile di certi paesaggi e tradizioni.

L’omissione delle contraddizioni di quell’architettura potrebbe interpretarsi ironicamente come operazione profondamente ideologica, coerente con il ritorno rassicurante dei racconti mitici, compresi quelli sui grandi maestri dell’architettura. Dovremo accettare allora, come ha segnalato Joan Ockman, che la ricerca e la curatela attuali siano intenzionalmente spogliate di contenuto critico, della negatività e il conflitto che sono all’origine di ogni possibilità di cambiamento e che rischierebbero di oscurare il risplendente panorama della casa mediterranea offerto dalla mostra.

Italia y España en los años 50

A cura di Antonio Pizza

Fondazione ICO, Madrid

Fino al 12 gennaio 2020

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