Rebuild 2019, l’innovazione c’è e si vede

by • 1 Luglio 2019 • Professione e Formazione865

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L’ottava edizione ha riproposto il tema dell’industrializzazione delle costruzioni. Per il decollo servono economie di scala e una domanda aggregata. Centrale il ruolo della progettazione, sempre più alle prese con la sfida climatica ed energetica

 

MILANO. Si è chiusa l’ottava edizione di Rebuild, la piattaforma dell’innovazione del settore delle costruzioni. Ospitata negli spazi della fabbrica di via Orobia 15 (nell’immagine di copertina di Jacopo Salvi), la tre giorni, dal titolo “(Re)Making cities, piattaforme innovative per le città”, ha messo al centro della riflessione il tema della riqualificazione delle aree urbane e delle periferie. L’edizione 2019 si è caratterizzata anche per altri temi, molti dei quali dedicati al mondo dell’architettura: dalle nuove formule del real estate alla sfida delle green cities, dal digital design all’edilizia off-site, dai quartieri multifunzione agli spazi ibridi.
«Nella manifestazione di quest’anno – ha commentato Thomas Miorin, ideatore e presidente REbuild – ai filoni dell’economia circolare e della diminuzione delle emissioni di CO2 abbiamo affiancato la dimensione sociale e culturale. Solo incrociando questi aspetti nella loro complementarietà si può creare valore e inclusione, rendendo disponibile l’innovazione anche per le periferie».

Un esempio di quanto auspicato da Miorin è il quartiere Ripamonti, nella zona sud di Milano, che ha ospitato la manifestazione: anni fa era una zona abbandonata e degradata, oggi è rinata grazie al processo avviato da privati che hanno realizzato importanti progetti, in dialogo con il Comune, come Fondazione Prada, il business district Symbiosis, il coworking di Talent Garden. Interventi in cui la cultura, l’arte, la ricerca, l’artigianato e il design sono riusciti a mettere in gioco un percorso condiviso di rigenerazione.

Si è a lungo parlato di cambiamento e d’industrializzazione del settore delle costruzioni, cavallo di battaglia da sempre di REbuild. Questa volta però accompagnata, nelle parole di Ezio Micelli, presidente dell’advisory board di REbuild, da una sorta di ammissione. «Per produrre il cambiamento necessario all’industria delle costruzioni, il mercato da solo non basta. Per favorire il cambiamento radicale che proponiamo occorre un’interlocuzione con i governi, per dare il via a piani, nazionali e locali, di edilizia industrializzata. Solo così sarà possibile realizzare le economie di scala che ancora oggi frenano i processi d’innovazione, all’interno dei quali saranno fondamentali le partnership tra pubblico e privato per determinare il cambiamento auspicato. Servono anche forme customizzate di partnership pubblico-privato». Un deciso cambio di direzione, quello indicato da Micelli: per anni infatti REbuild aveva volutamente evitato il confronto con la politica e con il governo nelle sue differenti forme, pensando che sarebbe bastato il mercato da solo a determinare il cambio di passo.

Si spiega così la presenza di Mauro Burgio, direttore di Bryden Wood, studio di progettazione internazionale con base a Londra e vincitore di The Queen’s Awards for enterprise: innovation 2018 (premio per soluzioni innovative in grado di ridurre il divario tra le costruzioni e la produzione manifatturiera), che ha illustrato la collaborazione tra lo studio londinese e il governo britannico sui temi dell’industria digitale centrata sulla manifattura. «Se si vuole andare in fretta e nella direzione dell’economia circolare e della produzione edilizia off-site – ha sostenuto Miorin – che è ciò che da anni proponiamo, serve mettere in gioco risorse finanziarie adeguate, come ha fatto di recente il Regno Unito, stanziando per la sola edilizia scolastica quattro miliardi in quattro anni, avviando un programma d’industrializzazione su scala nazionale».

Protagonista a REbuild l’architettura italiana e internazionale, con Antonio Citterio & Patricia Viel, Marco Piva, demogo, SUMs architects e GG-loop, tra gli altri, oltre a Zaha Hadid Architects, Bryden Wood e Snøhetta. Ha particolarmente impressionato la presentazione di Jette Hopp, project director di Snøhetta, che ha posto in evidenza il rapporto tra ambiente naturale e produzione di energia. «Stiamo lavorando – ha raccontato Hopp – a progetti ambiziosi, studiati con consorzi di aziende, all’interno dei quali collaborano costruttori e produttori, servizi e tecnologia, e in cui la sostenibilità non rappresenta un extra-costo, ma un nuovo modo di pensare e progettare». Il riferimento della manager riguarda i progetti Powerhouse, in cui è l’edificio a produrre una quantità di energia maggiore di quanta ne consuma, e Svart: un hotel, pronto nel 2021, anch’esso in autoproduzione energetica situato – è questa la particolarità – appena sopra la linea del Circolo polare artico.

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