«Architetto-cooperante» è un neologismo professionale usato sempre più spesso negli ultimi tempi: unespressione sfortunata per certi aspetti, che accosta una professionalità tecnica per la società a una modalità etica di condivisione di conoscenze e capacità.
Il binomio architettura e cooperazione evoca progetti, edifici, spazi ma anche persone, comunità, luoghi. Quasi un’endiadi, come «sviluppo sostenibile», espressione ormai di uso comune: è possibile fare architettura senza «cooperare» osservando e ascoltando, per poi tradurre in luoghi e spazi le esigenze, le attese dei destinatari dei nostri interventi?
Quanto progettare sia un gesto politico e di condivisione lo dimostrano i progetti illustrati in queste pagine e nel «Magazine» allegato. Un fatto tuttavia non sempre scontato, neppure alle nostre latitudini.
Nel 1973 Victor Papanek descriveva in Design for the real world, utilizzando limmagine della piramide, la sproporzione tra lo spazio di azione dei progettisti (la sommità) e il mondo reale (la base), dove si collocano le vere necessità della maggior parte delle persone del pianeta. Un’immagine quanto mai efficace se si pensa ai tre quarti della popolazione mondiale in condizioni di estrema povertà.
Progettare per comunità lontane e disagiate ha senza dubbio un valore anche per chi progetta. Un interesse che cresce, anche in relazione alla crisi (economica ed etica) dell’Occidente globale, che spinge molti progettisti alla ricerca di nuovi valori e opportunità. Lo scenario della «cooperazione» che si apre loro innanzi è tuttavia poco preparato a offrire all’architettura un ruolo centrale; i programmi di finanziamento comunitari o promossi da agenzie internazionali, da cui dipende di fatto anche l’operatività degli organismi non governativi, la lasciano come un’azione sullo sfondo.
Gli obiettivi del millennio delle Nazioni Unite, ad esempio, non fanno esplicitamente cenno al valore della progettazione architettonica, sebbene la sua applicabilità sia trasversale agli otto target e dimmediato riscontro nel settimo, «assicurare uno sviluppo sostenibile». Eppure la sua funzione di potenziale strumento di sviluppo è ben chiara agli addetti ai lavori: migliorare un sistema educativo significa intervenire anche sulla tipologia delle scuole, non solo sul numero o sulla scelta dei materiali con cui costruire. Anche per ciò che riguarda l’abitare, sebbene si riconoscano ottime enunciazioni di principio (come nel caso dell’Oms che lo cita tra i fattori sociali determinanti lo stato di salute di una popolazione e la sua qualità di vita) è molto difficile trovare riscontro nelle prassi.
È dunque evidente la conseguenza di questo fenomeno sulle opportunità d’incontro tra committente e professionista: l’abboccamento è quanto mai difficile e, nel caso in cui si arrivi a formalizzare un incarico, la consapevolezza, la condivisione della prassi operativa non è sempre un fatto scontato, se mai piuttosto dibattuto. Spesso gli obiettivi si rivelano quasi inconciliabili: il progettista chiede modalità e tempi di esecuzione coerenti con le necessità e i vincoli individuati; il donor si aspetta il soddisfacimento delle attese nei tempi e nei costi stabiliti, spesso individuati in base a presupposti molto distanti dalla realtà contingente.
La partnership tra architetti e mondo della cooperazione soffre dunque dell’assenza di prassi consolidate: un progetto «socialmente utile» implica spesso una prestazione professionale pro bono (o di cui si riconosce un rimborso spese), quasi si tratti di un lusso che non ci può permettere o di un «di più», extra budget, che si regala. Eppure il «bello» è un diritto che anche le persone che non hanno futuro reclamano; credere che sia costoso è una devianza del mercato occidentale che lo identifica con il lusso.
Molti dei progetti presentati nel «Magazine» sono frutto di collaborazioni tra architetti e Ong attente, in qualche caso da loro stessi fondate, convinte della forza che anche un solo edificio «bello» può avere per una comunità, se realizzato su presupposti condivisi e collegato a programmi di natura sociale che lo rendano suscettibile di verifica e non un atto pericolosamente solipsistico.
Molta strada tuttavia deve ancora essere fatta perché l’idea di architettura sia associata a quella di diritto, affrancando i progettisti dal pericoloso (anche in termini di deprezzamento del lavoro intellettuale) ruolo di «volontari», dando loro il giusto spazio e le opportune responsabilità.
Se architettura vuol dire organizzare uno spazio massimizzando i benefici per una comunità alla luce di un equilibrio con le condizioni locali, progettare nella cooperazione può essere una delle sfide più alte per un progettista. E gli errori sono difficili da nascondere.
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[…] e Cooperazione” [pubblicata in inserto cartaceo da questa testata nel giugno 2012; qui l’introduzione dell’autrice]: «L’ingrediente principale del mio lavoro è la libertà. Per progettare ho bisogno di tre tipi […]