Verde, acqua, mobilità e partecipazione hanno trasfromato lo spazio pubblico, promuovendo una nuova strategia urbana. In dialogo con l’assessora Barbara Negroni
Agronoma e paesaggista, Barbara Negroni è anche assessora del Comune di Casalecchio di Reno e, nel progetto di riqualificazione della Croce, ha seguito direttamente il percorso amministrativo e progettuale che ha portato alla trasformazione dello spazio pubblico, contibuendo a orientare il progetto verso l’integrazione tra infrastruttura verde, gestione delle acque, biodiversità e mobilità sostenibile. Le abbiamo fatto qualche domanda sul progetto e sul processo.
Il progetto di riqualificazione della Croce nasce da una strategia più ampia dell’amministrazione. Quale valore può avere per la collettività un intervento di questo tipo?
Il progetto nasce dalla volontà di costruire una strategia di intervento sul territorio e non di procedere per episodi isolati. La Croce è un quartiere a cui siamo particolarmente legati, ma che presentava alcune criticità: in estate le temperature elevate generavano vere e proprie isole di calore, mentre durante gli eventi meteorici intensi l’elevata urbanizzazione rendeva complessa la gestione dell’acqua, con problemi anche per gli edifici. Abbiamo quindi cercato di costruire, progressivamente, un sistema di interventi capace di rispondere a queste condizioni e, contemporaneamente, di migliorare la qualità dello spazio pubblico.
La strategia riguarda anche la mobilità: la Croce confina con Bologna e rappresenta un punto di connessione importante tra Casalecchio e i comuni limitrofi. Rafforzare la rete ciclopedonale significa quindi costruire continuità territoriale, permettendo di attraversare il quartiere in sicurezza a piedi e in bicicletta.
Il progetto è il risultato di un percorso iniziato ben prima della sua realizzazione: come si è sviluppato il processo, dal confronto con gli abitanti alla definizione del masterplan e poi alla concreta trasformazione degli spazi pubblici?
Siamo partiti da un percorso di partecipazione con gli abitanti, avviato prima della pandemia. Il confronto con i cittadini ci ha permesso di individuare criticità e potenzialità del quartiere e, soprattutto, di costruire un masterplan. È stato uno strumento fondamentale anche per comprendere l’entità delle risorse necessarie e poter accedere successivamente ai finanziamenti regionali.
Un primo intervento ha riguardato proprio la piazza, trasformando un parcheggio in uno spazio pubblico più permeabile, con raccolta delle acque e una nuova organizzazione della sosta. Per la cittadinanza è stato anche un passaggio culturale importante: togliere spazio alle automobili per restituirlo alla collettività ha generato inizialmente qualche conflitto, ma oggi sono gli stessi cittadini a riconoscere il valore di quella trasformazione.
La seconda fase ha esteso il progetto al sistema degli spazi pubblici circostanti: circa 23.000 mq tra parco e percorsi, oltre 2.200 mq di superfici impermeabili rimosse, nuovi sistemi di drenaggio e rain garden, pavimentazioni permeabili, nuove alberature, arbusti ed erbacee. È stata inoltre separata la componente pedonale da quella ciclabile, migliorando sicurezza e fruibilità dei percorsi.
Da assessora, ma anche da agronoma, quali sono state le scelte più importanti e significative?
Sicuramente era importante lavorare con uno studio capace di affrontare il progetto in modo multidisciplinare. PAMPA Studio ha lavorato insieme alle diverse competenze necessarie, comprese quelle ingegneristiche e legate alla gestione delle acque.
Uno degli aspetti fondamentali è stato mettere insieme infrastruttura verde e infrastruttura blu, dal momento che i rain garden, le pavimentazioni drenanti e i sistemi di raccolta e riutilizzo dell’acqua non sono elementi aggiunti al progetto, ma ne costituiscono una parte strutturale. La stessa logica riguardava la vegetazione: nuove alberature e specie arbustive ed erbacee aumentano la permeabilità, contribuiscono alla biodiversità e migliorano le condizioni microclimatiche.
Parallelamente, il progetto ha lavorato sulla mobilità, creando connessioni più sicure tra piazza, parco e rete ciclopedonale. È importante che un’infrastruttura verde non sia soltanto un sistema ecologico, ma possa essere attraversata, vissuta e utilizzata quotidianamente.
A qualche mese di distanza dall’inaugurazione, qual è il risultato che considerate più significativo?
È ancora presto per misurare tutti gli effetti, soprattutto quelli sociali e culturali. I benefici ambientali possono essere più facilmente quantificati; molto più complesso è misurare quanto un nuovo spazio pubblico migliori il benessere, aumenti le frequentazioni o generi nuove forme di socialità. Stiamo cercando di lavorare anche su questo aspetto, coinvolgendo gli uffici che si occupano di welfare.
Un risultato importante è però già evidente: il progetto ha modificato il modo in cui diversi settori dell’amministrazione lavorano insieme. Urbanistica, lavori pubblici e ambiente hanno dovuto confrontarsi e costruire una modalità più integrata di intervento. Questo cambiamento culturale è forse uno degli esiti più importanti del progetto.
E poi c’è un risultato molto concreto: oggi abbiamo un quartiere più permeabile, più verde e più connesso, con spazi pedonali e ciclabili più sicuri e una maggiore capacità di gestire le acque meteoriche. La rigenerazione urbana, in questo caso, non significa aggiungere qualcosa alla città, ma modificare il modo in cui ciò che già esiste funziona.




















