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Scritto da: Patrimonio Professione e Formazione

Memoria, poi bene comune, ora luogo sospeso

Memoria, poi bene comune, ora luogo sospeso

Veduta della facciata del Monastero delle Clarisse di Cerreto Sannita, Benevento

La trasformazione del Convento Meridiano di Cerreto Sannita (Benevento) è un esempio emblematico di rigenerazione culturale. Delle sue potenzialità e dei suoi limiti. Un racconto che riflette su modalità e temporalità

 

CERRETO SANNITA (Benevento). Un enorme convento abbandonato, una piccola comunità e un territorio segnato dalla marginalità, ma ricco di potenzialità. Da questi elementi nasce l’esperienza di Convento Meridiano a Cerreto Sannita (Benevento) narrata da Guido Lavorgna, progettista culturale ed esperto di comunicazione integrata e sviluppo dei territori.

È intervenuto al convegno “Valorizzazione sociale e culturale dei beni sottoutilizzati o dismessi delle comunità di vita consacrata. Risultati e processi”, della Lucca Summer School Vicopelago 2.0. International Summer School e dedicata quest’anno a “participatory processes, social innovation and adaptive reuse for cultural heritage of religious communities”.

Un intervento che ha ripercorso la nascita, lo sviluppo e il precoce epilogo del progetto, tenendo al centro il rapporto tra stakeholder e territorio, soggetti che possono essere sia motori di rigenerazione partecipativa sia suo definitivo ostacolo.

 

Cicli di rigenerazione

Nel Sannio Telesino la rigenerazione è intrinseca ai luoghi. Il terremoto del 1688 è uno spartiacque: interi borghi vengono rasi al suolo e anche Cerreto Sannita inizia una nuova vita in pianura, abbandonando le macerie dell’antico abitato e adottando una organizzazione moderna, di facciate barocche su ampi viali ortogonali.

Il più grande edificio conventuale è quello delle Clarisse. Dopo le soppressioni del 1866 e un periodo di inutilizzo, il complesso passa alle Suore del Buono e Perpetuo Soccorso, che lo trasformano in convitto e scuola magistrale con annesso asilo fino alla chiusura, nel 1996, provvedendo per quasi un secolo maestre ed educatrici a Lazio, Puglia e Molise, ed accogliendo generazioni di bambini cerretesi. Con questa prima trasformazione, il parlatorio, un tempo destinato al silenzio e alla contemplazione, viene aperto verso l’esterno e il chiostro diventa un ampio cortile per il gioco dei bambini.

Il nuovo millennio porta sul complesso in abbandono un nuovo interesse, guidato dall’associazione “Mediterraneo Comune”, finalizzato a restituire l’edificio alla comunità.

 

Laboratorio di futuro

Nel 2017, le prime interlocuzioni con la Curia diocesana dimostrano la proprietà dell’Ordine del Perpetuo Soccorso. Si apre un percorso partecipativo per riportare a nuova vita il mastodontico complesso: circa 6.500 mq di superficie, attorno ad un cortile di 1.500 mq, più un’ex area ortiva di circa 3.500 mq. L’ex convento diventa laboratorio urbano con il coinvolgimento di tutte le parti della cittadinanza: bambini e ragazzi, famiglie con figli, anziani soli. E quei giovani che, in un’area economicamente depressa e attraversata da spopolamento crescente, avevano scelto di restare.

Per ciascun gruppo, la mappatura dei bisogni e delle attese porta all’emergere di esigenze ancora irrisolte. Non solo un doposcuola o un centro di aggregazione per anziani, ma anche un teatro e un cinema: funzioni che, nei primi anni Duemila, in un paese di poco più di 3.000 abitanti del Sud Italia, sembravano difficili persino da immaginare.

Fondamentali i legami di affezione: la memoria degli anziani che ricordavano l’asilo e le suore; i ricordi di maestre ed ex maestre che erano state studentesse al convitto. Proprio questa memoria collettiva è diventata il volano verso il futuro. Grazie al coinvolgimento della comunità, il progetto è stato presentato alle Suore del Perpetuo Soccorso, che hanno deciso di investirvi, concedendo al consorzio di associazioni riunito sotto il nome di Convento Meridiano l’utilizzo del complesso per i prossimi  30 anni.

 

La Casa di Cipì

Nel 2018 la vita rientra nell’ex-convento con l’asilo “Casa di Cipì”, basato sul volontariato e sul coinvolgimento diretto delle famiglie, dai genitori ai nonni, alcuni dei quali, ex elettricisti e falegnami, curano i primi interventi di sistemazione e messa in sicurezza. L’obiettivo è proporre una pedagogia innovativa: più lenta e attenta alle specifiche necessità dei bambini. Il risultato è immediato. A fronte delle poche iscrizioni alla scuola materna comunale, “Casa di Cipì” ottiene rapidamente consenso e l’esperienza produce un duplice dinamismo: il protagonismo sociale può creare comunità e, contemporaneamente, diventare il motore della rigenerazione di un bene abbandonato. Il vecchio monastero delle Clarisse comincia a trasformarsi in un bene comune, di cui la comunità si sente responsabile.

Dopo l’asilo arrivano le attività per gli anziani, le proiezioni cinematografiche, il laboratorio teatrale e incontri culturali ed educativi, per favorire il passaggio dalla dimensione individuale a quella comunitaria, richiamando simbolicamente l’antica funzione del monastero con il nome “Clausura”. Il progetto cresce e ottiene riconoscimenti anche fuori dal territorio. Nel 2018 vince il bando Culturability della Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura. Nel 2019 gli spazi del Convento ospitano la Summer School XYZ2019 della Scuola d’innovazione Open Source di Bari, dedicata alla co-progettazione e alla rigenerazione urbana.

 

La svolta mancata

Nel 2020 la disponibilità di 5 milioni di euro da parte della Fondazione Unipolis sembra aprire una nuova fase. L’importo è destinato a una ristrutturazione complessiva del comparto, fino ad allora utilizzato solo in parte, principalmente al piano terra, nel chiostro e nell’area dell’orto. Il progetto punta anche all’amplificazione del progetto socioculturale. In collaborazione con l’incubatore “Resto al Sud” si vuole creare un hub dedicato alla riscoperta dell’artigianato locale: ceramica, ferro battuto e falegnameria.

L’idea più ambiziosa è quella di creare una vera impresa sociale con gli artigiani e i piccoli imprenditori che non avrebbero semplicemente affittato uno spazio, ma sarebbero entrati in un vero e proprio ramo d’impresa di un soggetto unitario, dando vita a una realtà mutualistica. Sarebbe stato il definitivo passaggio da un progetto di riuso sociale a un modello di sviluppo locale che tuttavia non arriva a compimento.

 

Fallimenti e attese

Le comunità, e sovente le piccole comunità, non sono mai del tutto allineate. Sono anche luoghi di tensioni sotterranee e di conflitti. Nel luglio 2020 un esposto anonimo porta alla sospensione, da parte del Comune, dei permessi per tutte le attività. Ne segue la perdita della sovvenzione e la decadenza della concessione trentennale stipulata con le suore.

La vicenda ha conseguenze anche sulle successive elezioni amministrative, aprendo una questione più ampia: il processo partecipativo, elemento fondamentale per mettere la cittadinanza al centro dei processi di rigenerazione urbana, contiene al proprio interno anche il rischio del fallimento. La chiarezza e la bontà degli obiettivi non escludono la presenza di tensioni e contrarietà. Gli stakeholder che partecipano come protagonisti e promotori di un processo dal basso non sempre sono disposti a rinunciare ai propri privati obiettivi e quando nuove pratiche, fondate sul volontariato e sul protagonismo della comunità, rischiano di incidere su interessi economici o posizioni di potere consolidate, gli stessi soggetti possono trasformarsi da sostenitori in fattori di depotenziamento, giungendo anche a forme ibride di sabotaggio.

E nella scala locale e periferica sta anche il paradosso della vicenda. Se da un lato la depressione economica di quest’area ha consentito facilmente a questo ampio ed elegante comparto di essere concesso come luogo di costruzione di comunità, senza correre il rischio di divenire hotel di lusso o centro benessere come sarebbe potuto accadere in aree urbane con un florido mercato immobiliare, dall’altro questa esperienza è stata vittima delle dinamiche di paese: l’utopia si è spezzata, pur lasciando filtrare un’alternativa.

Convento Meridiano è stata la feritoia mediante la quale, per un certo tempo, si è potuta intravedere un’altra città. Oggi le attività sono in fase di riorganizzazione, in un clima di sfiducia e senza l’entusiasmo delle origini, e Cerreto Sannita si trova nuovamente a lavorare sulle proprie macerie, per sgombrarle e ricostruire.

Questo articolo è redatto e pubblicato nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e il Centro Studi Cherubino Ghirardacci. L’obiettivo è la diffusione e la comunicazione delle attività culturali legate alla Vicopelago 2.0 International Summer School.

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Tag: , , , , , , , Last modified: 23 Settembre 2026