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Scritto da: Città e Territorio Patrimonio Professione e Formazione

Comunità e architettura: chi plasma chi?

Comunità e architettura: chi plasma chi?

Villa Angaran San Giuseppe (© Rete Pictor)

La Summer School Vicopelago 2.0 riflette sul riuso adattivo: ex monasteri e beni religiosi non sono contenitori da rifunzionalizzare ma sistemi di relazioni da comprendere in un processo continuo di cura e trasformazione. Il caso di Villa Angaran, progetto di TAMassociati

 

LUCCA. Un edificio esistente ha perso, o ridotto, la sua funzione storica, per la quale era noto o era nato, e ora potrebbe essere disponibile ad accogliere un nuovo uso. A prima vista il quesito pare di natura architettonica. Le discussioni e gli esempi presentati durante la Summer School Vicopelago 2.0 hanno tuttavia messo in crisi questa lettura apparentemente semplice.

L’appuntamento lucchese, dedicato a processi partecipativi, innovazione sociale e riuso adattivo del patrimonio culturale delle comunità religiose, ha affrontato il riuso non come semplice sostituzione di una funzione con un’altra, ma come un processo che coinvolge memoria, comunità, sostenibilità economica, governance, partecipazione e cura.

Il convegno “Valorizzazione sociale e culturale dei beni sottoutilizzati o dismessi delle comunità di vita consacrata: risultati e processi”, ha riunito la gran parte di questi aspetti. Il patrimonio religioso è stato considerato come eredità spirituale e presidio sociale, e le condizioni della sua valorizzazione valutate considerando la vocazione dei beni ecclesiastici secondo il diritto canonico, la capacità e i limiti degli enti del terzo settore nell’attuazione di processi di trasformazione a vantaggio della collettività, l’impegno per la necessaria sostenibilità economica delle operazioni.

All’intersezione di questi contributi, è il progetto architettonico a dilatare i propri confini e a ridefinire il proprio significato. Una domanda, in particolare, ha attraversato il dibattito: Chi plasma chi? È l’architettura a dare forma alla comunità che la abita, o è una comunità che cambia che rimodella anche l’architettura? Il riuso adattivo cessa allora di essere un mero problema di inserimento di un nuovo programma funzionale in una struttura esistente e diventa piuttosto una negoziazione tra ciò che si eredita e ciò che serve, in un processo ove il paesaggio locale nelle sue componenti umane e culturali non può non entrare.

Villa Angaran San Giuseppe, ex casa di gesuiti a Bassano del Grappa (Vicenza), illustrata da Tommaso Zorzi e Simone Sfriso (TAMassociati), ha reso questo rapporto particolarmente tangibile. Oggi il complesso riunisce servizi sociali e sanitari, ospitalità, ristorazione, agricoltura e altre attività d’impresa, consentendo a comunità e attività diverse di convivere. Anche il paesaggio circostante fa parte della vita quotidiana: il complesso sorge in un ampio parco lungo il fiume Brenta e i suoi spazi aperti sono condivisi da utenti dei servizi di cura, visitatori, camminatori e persone che qui lavorano o fanno volontariato. La conservazione del bene, in questo caso, non passa dalla specializzazione funzionale e dalla separazione tra patrimonio e vita urbana, ma dall’esatto contrario, ovvero dalla possibilità che la vita quotidiana contribuisca alla continuità d’uso del bene.

 

Imparare dal paesaggio

I monasteri non hanno un paesaggio naturale tipico né corrispondono ad un unico tipo edilizio. La loro fondazione non può essere ricondotta a un rapporto standardizzato con la topografia, la vegetazione, il contesto urbano o il clima. Ma il riuso adattivo riguarda il futuro dei beni tanto quanto il passato. Anche quando le condizioni ambientali non spiegano perché un monastero sia sorto in quel luogo, le condizioni che oggi lo circondano potrebbero contribuire a stabilire che cosa esso possa diventare. E qui il paesaggio smette di essere semplicemente scenario.

Il racconto del processo di rifunzionalizzazione di Villa Angaran, per esempio, parte esplicitamente dal principio di imparare dal paesaggio, intrecciando natura, società e patrimonio culturale. La questione, dunque, non è se il paesaggio sia presente nei processi di riuso adattivo. Il punto è come vi partecipi, il ruolo che gli viene assegnato. Il tema è emerso in modo molto più esplicito nel secondo convegno pubblico promosso nell’ambito della Summer School, “Dal campo alla fabbrica: paesaggi e architetture della produzione agroalimentare”, dedicato alle ville agricole e ai monasteri e conventi come custodi di un patrimonio culturale immateriale legato al paesaggio e alle tradizioni agroalimentari locali. Gli interventi hanno attraversato i sistemi rurali storici, la memoria, la cura e la produzione agroalimentare.

 

Non funzioni ma relazioni

Se i contributi del primo incontro citato hanno mostrato che l’architettura nei processi di riuso adattivo non è separabile da comunità, economie e istituzioni, quelli del secondo hanno dimostrato che nemmeno si possono trascurare il ruolo del paesaggio orografico, di quello agrario e delle produzioni locali. Il riuso adattivo si colloca all’intersezione di queste tematiche. Invece di chiedersi se debba prevalere la lettura sociale o quella ambientale nel determinare un uso futuro, la domanda più feconda potrebbe essere come far operare le due istanze in simultanea.

È l’approccio che la Summer School ha sostenuto e incoraggiato. Il lavoro dei 22 partecipanti – ricercatori e studenti di formazione, provenienza e lingua diverse – ha mostrato che l’ex monastero è stato di rado inteso come un contenitore vuoto in attesa di un nuovo programma. Le proposte hanno invece combinato vita collettiva, formazione, cura, attività culturali, abitare temporaneo o di lungo periodo, agricoltura e produzione alimentare, puntando su gestione condivisa, occupazione flessibile e memoria. Nel complesso, i progetti suggeriscono che il riuso degli ex comparti dei religiosi possa essere inteso come rete di relazioni piuttosto che come scelta di una nuova funzione.

Forse, allora, il riuso adattivo di un bene inizia ancora prima che se ne scelga il programma. Se la rifunzionalizzazione si chiede di che cosa abbia bisogno una comunità, la lettura ambientale si domanda che cosa il territorio possa sostenere. Il paesaggio è inteso non solo nel suo carattere culturale o visivo, ma viene altrettanto considerato attraverso i sistemi fisici che vi operano, dove la terra agricola svolge insieme ruoli produttivi, ecologici e sociali. Queste condizioni non intervengono a determinare un programma, ma possono orientare il ragionamento.

Un programma socialmente desiderabile può non rispondere alle capacità ambientali di un sito, così come un intervento ambientalmente appropriato può non rispondere ai bisogni delle componenti sociali. Sostenibilità economica e patrimonio culturale aggiungono a loro volta condizioni proprie. Il riuso adattivo diventa dunque una negoziazione tra bisogno sociale, memoria culturale, possibilità economiche, capacità architettoniche e condizioni ambientali. Non è la ricerca di un ideale rapporto con la natura, fissato sulla nostalgia di modelli passati, né l’obbligo di trasformare ogni monastero non più in uso in un progetto agricolo o ecologico: è una questione di custodia e di cura.

Agli edifici esistenti si chiede sempre più spesso di accogliere nuove vite, mentre le condizioni attorno a loro continuano a cambiare. L’adattamento deve riguardare non solo l’edificio, ma le relazioni che permettono di continuare ad abitarlo.

 

Nuovi equilibri

Nel loro insieme, le discussioni e i lavori di Vicopelago 2.0 hanno progressivamente ampliato i confini della questione. L’edificio ha condotto alla comunità; la comunità ha portato a interrogarsi su partecipazione, cura, governance e sostenibilità economica; il paesaggio ha introdotto coltivazione, produzione e relazioni ambientali. Ciò che sembra importante, ora, è non considerarli come strati successivi, ma come condizioni che agiscono continuamente l’una sull’altra, in contemporaneità. E si torna così alla domanda: Chi plasma chi?

L’architettura plasma le comunità, ma anche le comunità trasformano l’architettura. Il paesaggio condiziona entrambe, mentre l’occupazione umana rimodella a sua volta il paesaggio. Il riuso adattivo può quindi essere inteso non come un atto unidirezionale, che assegna una nuova funzione a un vecchio edificio, ma come un processo di interpretazione tra ciò che esiste e ciò che verrà. Forse il futuro del riuso adattivo non sta solo nel chiedersi quale nuova vita dare a ciò che già esiste, ma quale nuovo equilibrio costruire tra architettura, comunità e paesaggio in modo tale che queste componenti possano sostenersi a vicenda nella loro produzione di significato.

Questo articolo è redatto e pubblicato nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e il Centro Studi Cherubino Ghirardacci. L’obiettivo è la diffusione e la comunicazione delle attività culturali legate alla Vicopelago 2.0 International Summer School.

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Tag: , , , , , , , , Last modified: 23 Settembre 2026