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Laura MilanScritto da: Interviste Professione e Formazione

Professione e università: nuova gerarchia di valori cercasi

Professione e università: nuova gerarchia di valori cercasi
L’attività dell’AIC – Architettura Italiana Contemporanea e un recente convegno a Parma vogliono rivitalizzare il dibattito pubblico sul progetto e riaffermare la responsabilità civile dell’architetto come intellettuale. Confronto con Dario Costi, responsabile scientifico dell’iniziativa

 

L’esperienza dell’AIC – Architettura Italiana Contemporanea e il convegno che il 20 e 21 gennaio ha raccolto docenti e architetti all’Università di Parma, nel simposio “Professare Professione. Geografie italiane del progetto di architettura”, vogliono riaffermare la centralità del progetto di architettura come sintesi tra pensiero, responsabilità civile e pratica operativa e spostare i confini tra pratica e insegnamento. Ne abbiamo parlato con Dario Costi, professore ordinario di Progettazione architettonica a Parma e fondatore, con Simona Melli, di Studio MC2AA.

 

Perché e con quali obiettivi nel 2023 si è costituita l’AIC – Architettura Italiana Contemporanea?

AIC – Architettura Italiana Contemporanea nasce come una esplorazione nazionale pensata per capire chi nelle varie sedi di architettura ancora mette al centro della propria ricerca il progetto inteso come pensiero costruito. Ci siamo ritrovati con Renato Capozzi, Luca Lanini e Andrea Sciascia con la preoccupazione, che abbiamo verificato essere fondata, che il progetto di architettura non fosse sempre praticato da parte dei docenti di progettazione. Sembra un paradosso ma è proprio così. Abbiamo capito allora che dovevamo intraprendere una grande battaglia culturale per riordinare la gerarchia di valori. Abbiamo capito che dobbiamo riaffermare l’importanza di una serie di rapporti che vediamo allentati: tra ricerca e progetto, tra teoria e progetto, tra storia e progetto. L’esito di questo lavoro biennale è la Carta per l’architettura italiana che abbiamo condiviso con tutti coloro che sono stati coinvolti. Potrà essere un’occasione di stimolo per i vari portatori di interesse e le istituzioni.

 

Dal recente convegno “Professare Professione” e dal percorso fatto fin qui, emerge con forza l’idea dell’architetto come intellettuale critico e attore politico. Quale spazio reale esiste oggi, in Italia, perché l’architettura torni a incidere nel dibattito pubblico e nelle trasformazioni delle città?

Lo spazio è davvero molto esiguo. Per questo va occupato con decisione attraverso una azione collettiva. AIC ha visto in questi anni stringersi un dialogo sempre più serrato con gli storici dell’architettura impegnati che si occupano di contemporaneo; preoccupa che siano davvero pochissimi, un’altra emergenza culturale cui mettere rimedio. Dai ragionamenti svolti con figure come Marco Biraghi, Antonello Alici e Giovanni Leoni abbiamo consolidato una precisa posizione sul ruolo culturale e politico dell’architetto come intellettuale tecnico. Il concetto tutto italiano di Architettura Civile, sorella della Società Civile e dell’Economia Civile cara a Stefano Zamagni, ci pone da tempo di fronte ad una responsabilità che l’etimologia comune tra professore e professionista evidenzia chiaramente. La dimensione etica di un agire che oggi non può non scontrarsi contro le dinamiche dominanti che stanno condizionando chiaramente la trasformazione dei sistemi urbani e il significato della stessa architettura.

 

Il progetto si riafferma come una “posizione culturale”. Quali responsabilità gli devono essere attribuite oggi, soprattutto in un contesto segnato da vincoli normativi, urgenze ambientali e trasformazioni sociali?

Viviamo il tempo della crisi definitiva dell’espansione urbana, del cambiamento climatico e dell’affermarsi silenzioso della quarta rivoluzione industriale. Vediamo un rimescolamento senza precedenti delle nostre società mentre la tenuta sociale dei contesti non è mai stata così a rischio. Con un’attenzione speciale a questi aspetti dobbiamo pensare bene a cosa fare interpretando queste problematiche come opportunità. La rigenerazione urbana, la rinaturazione delle città e l’applicazione critica delle nuove tecnologie abilitanti al servizio delle comunità sono le partite che dobbiamo giocare su tanti campi ma in maniera strategica, coordinata e collettiva. La sfida è alta ma le nostre città non riusciranno mai a vincerla se non ci sarà una mobilitazione generale e una sensibilizzazione culturale diffusa. Sarà possibile solo se imposteremo bene le cose, se, a parere mio, verificheremo nella condizione contemporanea l’attualità dei caratteri distintivi dell’architettura italiana, iniziando dal riconoscerli e riaffermarli: la cura, tipica degli studi di architettura, per le persone a cui è destinata, la vita da mettere al centro di ogni scelta, la città come terreno di elezione, il confronto continuo con la riflessione teorica, la lettura storica e la dimensione politica, il rapporto con l’ambiente. Sono tutti temi costitutivi dell’architettura italiana da sempre che si dimostrano necessari oggi più che mai di fronte allo scenario che vediamo delinearsi.

 

Che ruolo deve avere l’università nel costruire una geografia del progetto capace di incidere realmente sul territorio e sulla pratica professionale?

Come diceva Emanuele Severino “la Scuola è il luogo della veglia”. La responsabilità che abbiamo come docenti universitari è quella di leggere la dimensione contemporanea dentro la sua profondità storica e di esprimere un giudizio, perché fare un progetto in fondo significa proprio questo. Significa prendere posizione. Ogni architetto vero sa cosa significa. Ogni progettista oggi deve capire se il suo posto è con l’architettura nella sua dimensione civile e nelle sue responsabilità o con la non-architettura facilmente scambiabile come merce da fornire, per usare le parole di Marco Biraghi.

 

Quale ruolo invece per gli Ordini (e quale spazio per una collaborazione con loro), anche loro da anni impegnati con risultati altalenanti nell’affermazione a scala nazionale della centralità del progetto e del ruolo dell’architetto?

Per le questioni di cui abbiamo appena ragionato sarà necessario articolare un fronte complessivo che avvicini tutti i vari soggetti che svolgono un ruolo. La politica, gli Ordini professionali, l’Università e le sue società scientifiche, le pubbliche amministrazioni, l’editoria, gli operatori del settore devono riuscire a svolgere un’azione strategica coordinata. Sappiamo che le posizioni culturali e i principi sono condivisi. Ma di fronte alle dinamiche disgregative dei sistemi urbani e alle sofferenze delle comunità che li vivono penso sia necessario uno sforzo speciale e un impegno particolare. La Carta collettiva che abbiamo condiviso in AIC verrà offerta a tutti loro come stimolo di partenza per un’azione comune.

 

In un contesto di separazione, spesso data per acquisita, tra università e mondo della professione, quali sono oggi i punti di maggiore frizione, ma anche le potenzialità concrete, nel tenere insieme ricerca accademica e pratica progettuale?

Con il convegno “Professare Professione” abbiamo provato ad avvicinare il mondo dei docenti che progettano con quello dei cosiddetti professionisti colti che esercitano il mestiere con capacità, sensibilità e impegno etico. Abbiamo verificato la naturalezza di un dialogo positivo, favorito dalla presenza degli storici impegnati sul contemporaneo. Ci siamo trovati in una sintonia ampia sull’atteggiamento, sulle attenzioni, sulle modalità di lavoro. Come spesso succede dobbiamo allora smontare i pregiudizi e le semplificazioni. Non è proprio tutto come spesso viene descritto. Se c’è un rischio evidente di distacco dell’università dalla realtà e della professione dal respiro culturale non dobbiamo rassegnarci. Dobbiamo indicare piuttosto ai giovani docenti e ai giovani colleghi il campo di un terreno comune su cui convergere da posizioni diverse. Il progetto è ricerca e mestiere insieme. Come pensavano i greci, leggere una crisi vuol dire fare una scelta. Anche qui prendere una posizione.

 

Guardando infine al futuro, alla “nuova generazione” di architetti, quali modelli di rapporto tra insegnamento e professione le sembrano oggi più fertili, e quali invece rischiano di diventare autoreferenziali o inefficaci?

Come abbiamo detto, la figura dell’architetto ha la grande qualità di essere una sintesi unica tra intellettuale e tecnico. Con Ernesto Nathan Rogers le due variabili dell’architettura sono bellezza e utilità, le sue qualità contemplano il contributo dell’arte e il pragmatismo dell’economia. L’architetto è quindi in partenza al centro di dialettiche continue che sembrano divergenti. Ma che sono in realtà la forza della sua specificità. Queste continue sollecitazioni lo rendono un soggetto fisiologicamente disponibile ad attraversare i campi e a tenere insieme tante cose. La questione della necessaria compresenza di ricerca e mestiere fa parte di questo DNA. Il ragionamento è alla fine molto semplice. La prima si fa con il secondo. La si fa o la si dovrebbe fare negli studi di architettura come nelle aule universitarie. La si deve fare sempre di più in maniera trasversale e dialogante mettendo il progetto, inteso come strumento etico che incide nella vita delle persone, al centro delle azioni dei professori progettisti e dei professionisti colti. Sono questi i due profili, nelle loro evidenti affinità, che dobbiamo rafforzare nella loro potenziale sinergia.

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Tag: , , , , , Last modified: 27 Gennaio 2026