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Scritto da: Mosaico Reviews

Olimpichetto, il teatro itinerante rispunta in Basilica

Olimpichetto, il teatro itinerante rispunta in Basilica
A Vicenza una mostra porta la riproduzione storica della scenografia di Vincenzo Scamozzi nel capolavoro di Andrea Palladio. Il racconto di un allestimento straordinario descritto da chi l’ha progettato

 

VICENZA. L’occasione di progettare l’allestimento di questa mostra nasce da una felice riscoperta nei magazzini comunali di un grande manufatto del 1948 del quale negli ultimi decenni si era quasi perduta la memoria: il così detto “Olimpichetto”, ovvero la ricostruzione della scena del Teatro Olimpico, realizzata nel 1948 in scala quasi reale. 

Ideato dal regista teatrale Guido Salvini, “Olimpichetto” è realizzato con materiali leggeri e pensato per essere smontato, trasportato e rimontato. Una macchina scenica di straordinaria raffinatezza e qualità, concepita per riprodurre in ogni luogo l’atmosfera del teatro palladiano. Salvini ne promosse la costruzione mentre preparava la messa in scena dell’Edipo Re di Sofocle, la tragedia con cui si inaugurò, nel 1585, il Teatro Olimpico. Lo spettacolo, rappresentato nel settembre 1948, fu il primo grande evento teatrale del dopoguerra vicentino. 

Con la stessa scenografia e parte della medesima troupe – la compagnia teatrale italiana della Biennale di Venezia, che annoverava interpreti affermati e giovani promettenti come Vittorio Gassman e Nino Manfredi – Salvini portò la produzione in tournée a Londra e Parigi, offrendo all’Europa l’immagine rinnovata di un’Italia che riscopriva il proprio genio teatrale e architettonico. “Olimpichetto” fu, a tutti gli effetti, un teatro palladiano itinerante: l’unico mai realizzato.

Una scoperta fortuita innesca la ricerca

La sua storia si intreccia con la volontà di rinascita artistica e civile di un paese e di una città che uscivano dalle rovine del conflitto. Il Teatro Olimpico, come è noto, è l’ultima opera di Andrea Palladio, che non ne ha visto la realizzazione e per la quale Vincenzo Scamozzi ha progettato la magnifica scena per l’Edipo appunto e che, nata effimera, fa mostra di sé e da sfondo a tanti spettacoli, ancora oggi dopo ben 5 secoli.

Siamo stati chiamati da Valeria Cafà, direttrice di questo ambizioso progetto, e dal Comune di Vicenza a pensare un allestimento che ospitasse “Olimpichetto” all’interno del Salone della Basilica palladiana, e ne raccontasse la storia. A tal fine il Comune ha commissionato ad Engim un attento lavoro di restauro e ha avviato una rigorosa indagine documentaria preliminare negli archivi, integrata da testimonianze dirette, che ha permesso di ricostruirne la genesi, i percorsi delle tournée e la ricezione critica, restituendo un quadro sorprendentemente vitale della cultura teatrale del dopoguerra.

 

Il primo e l’ultimo Palladio si incontrano

È chiaro che la sfida era creare non solo un racconto, ma riproporre un piccolo universo nel quale un’architettura compiuta fosse contenuta in un’ulteriore architettura compiuta, generando un’alchimia nuova di rimandi tra i dettagli autentici della Basilica e quelli in riproduzione della scena, tra la felice proporzione delle logge della Basilica e gli archi e le vie di Tebe. 

Il tutto poi intrecciato al fattore tempo, in cui la prima e l’ultima opera di Palladio entrassero in un gioco circolare di rimandi che ricomponessero un ciclo creativo. Si trattava quindi di dare vita a questa straordinaria convergenza di forme, contenuti e intenzioni.

È questa mostra, l’occasione per svelare al pubblico la macchina della finzione, di poter vedere il portento di ciò che sta dietro alla scena, un’occasione unica di poter girare attorno ad essa, in un percorso di solito precluso agli spettatori, ai quali di prassi si offre lo spettacolo della finzione. E noi abbiamo cercato lo spettacolo della realizzazione, del saper costruire, del saper ingannare l’occhio e di saper accendere la fantasia, ancora nella sospensione dell’incredulità.

 

Immerso nella luce naturale

Ci siamo trovati per le mani una scena di poco inferiore a quella originale, lunga 16 metri e alta 8, una struttura da inserire all’interno di un salone di 19 metri di larghezza e 16 di altezza, con ampie finestre e oltre esse, una splendida architettura di pietra di Piovene candida e in continuo gioco con la luce. 

Lunghe discussioni hanno portato a privilegiare la luce naturale e il rapporto di questa quinta con il suo contenitore, per creare una scena inedita e sempre cangiante, venendo in contrasto anche con l’idea usuale nelle mostre di un controllo totale della luce artificiale e accettando il naturale e la sua mutevolezza.

Anche grazie alla collaborazione con Mario Nanni che ha letteralmente “scritto le luci” e con il curatore Ivan Stefanutti, che ha fatto un enorme e colto lavoro di ricerca e ha dettato una trama, ne è emersa la visione di un organismo vivente in dialogo continuo con il luogo, i visitatori, il tempo e la storia.

Quinte sceniche e uno svelamento continuo

Restava poi il tema del racconto dell’avventura della costruzione di questa riproduzione, dei suoi viaggi in tutto il mondo e delle tante storie dei protagonisti che ne hanno calcato la scena. Lo sforzo è stato quello di snodare un racconto coerente che fosse anche esso parte di uno spettacolo e di una scena e non creasse una crasi rispetto all’esperienza di stupore che “Olimpichetto” determina.

Di qui la scelta di esporre i costumi originali, ancora custoditi dall’Accademia Olimpica e sapientemente restaurati da Paola Girardi come fossero attori e protagonisti nei loro splendidi colori e tessuti, che fronteggiano la scena come fossero allo specchio. A partire da Edipo naturalmente che con il suo splendido mantello rosso ad inizio percorso ci accoglie e fa da tramite tra noi e una Tebe che si palesa come una vera città, senza sipario.

In tale ottica tutta la mostra è costruita secondo un sistema di quinte che dialogano da un lato con il mondo del teatro e che dall’altro attraverso differenti altezze, volumi e colori, richiamano il tema delle due città, quella reale fuori dal salone e quella della finzione nel salone. Cerniera e sintesi di tutto, la Basilica palladiana. Per tutta la durata della mostra “Olimpichetto”, rispettando la propria vocazione, ospiterà spettacoli, concerti, conferenze, secondo un ricco programma, perché questa non è soltanto una mostra.

Immagine di copertina: fase dell’allestimento “Olimpichetto. Il ritorno di un ambasciatore”, Basilica palladiana, Vicenza, 2025 (© Studio Gabbiani & Associati)

 

“Olimpichetto. Il ritorno di un ambasciatore”

Basilica palladiana, Vicenza

20 dicembre 2025 – 22 febbraio 2026

Il progetto espositivo è ideato e promosso dal Comune di Vicenza con la co-organizzazione di Intesa Sanpaolo ed è curato da Musei Civici Vicenza, Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza e Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio

Direzione: Valeria Cafà, Musei Civici Vicenza

Curatela: Ivan Stefanutti

Progetto dell’allestimento: Gabbiani & Associati

Progetto illuminotecnico: Mario Nanni

Progetto grafico: Studio Mama

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Tag: , , , , , , , Last modified: 21 Gennaio 2026