L’inaugurazione della chiesa, su progetto di Edoardo Milesi, conclude i 25 anni di costruzione di un complesso religioso contemporaneo, nelle colline della Maremma
CINIGIANO (Grosseto). Raggiungere il monastero di Siloe, nella frazione di Sasso d’Ombrone, è come partecipare a una caccia al tesoro nell’alta Maremma grossetana. Un luogo di silenzio e pace dove il paesaggio, l’architettura e le opere d’arte invitano alla meditazione e alla scoperta, anche di sé stessi.
In origine, una grande quercia e un ovile
Ci vuole una certa determinazione per arrivare al Monastero di Siloe, fra le colline di Cinigiano, in una zona remota della provincia di Grosseto. Solamente a un certo punto i cartelli stradali indicano che la strada è giusta, ma non la salita ancora da percorrere, in parte su strade sterrate che assomigliano a sentieri. Quando, oltrepassati alcuni caseggiati, compare il pianoro verde costellato di sculture appare chiaro di essere arrivati sulla collina di Poggi del Sasso dove i monaci benedetti scelsero di stabilirsi negli anni Novanta. Il monastero, che prende il nome dalla piscina di Siloe citata nell’Antico Testamento, è defilato rispetto alla prospettiva centrale che inquadrata la Cappella del Pellegrino, costruita trasformando un ex ovile in pietra e che, insieme alla grande quercia, erano i soli elementi di questo luogo.
È questo il primo asse fondativo del monastero, che è andato conformandosi in quasi un quarto di secolo, sull’impianto progettato da Edoardo Milesi e dal suo studio Archos, utilizzando materiali del luogo e la stessa natura come matrici generative.
La Cappella, consacrata nel 2001, conserva i due muri antichi, le aperture verso il mare, la feritoia d’oriente. Mentre legno, pietra, intonaci di terra sono utilizzati per definire la nuova funzione rimarcata dall’abside con la grande croce che è ripresa, in maggiori dimensioni, dalla chiesa appena completata e inglobata nel monastero.
Soglie in sequenza nel paesaggio
Il monastero è in secondo piano per lasciare a chi arriva tutto il tempo necessario per ammirare il paesaggio. La facciata vetrata centrale che emerge delle parti in pietra minimizza l’impatto dell’edificio, che si articola su diversi livelli: geometrie semplici e materiali come legno, pietra, rame, vetro, ferro e zinco, in parte scavato rispetto al piano sulla sommità della collina.
L’anfiteatro verde realizzato nello scavo delle fondazioni da una parte incornicia la facciata principale, dall’altra mostra la parte ipogea e la sua forte relazione con il paesaggio stesso. Il recinto di lamiera che lo delimita è solo la prima di una serie di barriere da oltrepassare per trovare la via d’entrata. Il muro in pietra a sinistra della facciata principale, dove scorre l’acqua poi convogliata nell’anfiteatro, nasconde infatti il percorso che conduce all’ingresso, a sua volta strutturato attorno a un chiostro sul modello di quelli cistercensi.
È sempre oltrepassando un altro muro in pietra, a chiusura della facciata laterale, che si riesce a individuare l’entrata della chiesa. È don Stefano, uno degli 8 monaci della comunità residente, ad accoglierci e a farci da guida all’interno delle zone pubbliche del piano terra distribuite dal corridoio vetrato parallelo al chiostro, un lato del quale è dedicato alla foresteria, in fase di completamento. Questo nuovo nucleo amplierà i 4 volumi per l’accoglienza realizzati in legno grezzo e disposti lungo il pendio, per non alterare i piani di campagna e mantenere un rapporto diretto tra architettura e suolo.
La luce è uno degli elementi progettuali principali del complesso monastico, che segue la regola benedettina “Ora et Labora”. Nelle aree pubbliche viene appositamente filtrata da setti che modulano l’esposizione, mentre nelle aree private da brise-soleil in legno che è, fra i materiali naturali, quello che crea un più intenso rapporto con l’ambiente: all’esterno, nella versione grezza, tende a scurire con il tempo, mentre all’interno produce un’atmosfera calda e raccolta caratterizzando rivestimenti, molte strutture, serramenti e arredi, frutto di dettagli curati e di disegni ad hoc.
In particolare, abbiamo notato le maniglie scanalate in ottone delle finestre e quelle in corten di grandi dimensioni delle porte, ma anche l’utilizzo di tecniche antiche come il finto legno per le colonne in acciaio della chiesa che è stato realizzato completamente a mano, con l’aceto come diluente, e che Edoardo Milesi rivendica come “scelta non solo materica, ma profondamente simbolica: nel monastero ricorre infatti una trama di rimandi che agisce sulla memoria, anche a livello inconscio. Come accade nelle antiche chiese e abbazie, le tecniche costruttive e decorative diventano strumenti di evocazione, capaci di richiamare esperienze già vissute altrove, sedimentate nel tempo e nella storia del sacro”.
Luce e ambiente, verso l’infinito
Le sale polifunzionali, la sala capitolare e il refettorio si affacciano direttamente verso il paesaggio o il chiostro proprio per sottolineare la loro funzione pubblica. La biblioteca, che definisce la chiusura a sud del chiostro, rappresenta invece la soglia tra il nucleo monastico e il territorio per il quale è un punto di riferimento culturale e spirituale. Il percorso, nel nostro caso solo di visita, si conclude all’interno della grande aula della chiesa, con orientamento est-ovest, che ha dettato l’impianto generale.
La scenografica copertura a vela e il grande mosaico azzurro in vetro dietro l’altare, che attutisce i rumori, contribuiscono a produrre un‘atmosfera di assoluta calma. La luce naturale calibrata dalla grande apertura zenitale e dalle basse vetrate laterali diffonde ombre controllate sulle superfici chiare, mentre la luce artificiale è regolata da un sistema domotico all’avanguardia, controllabile anche da remoto.
La parte impiantistica è ridotta al minimo necessario per limitare i campi elettromagnetici. L’approvvigionamento idrico è assicurato dall’acqua di pozzo, accumulata in una cisterna sotterranea, e restituita tramite un impianto di fitodepurazione mentre quello elettrico dall’impianto fotovoltaico in copertura.
La natura e la luce caratterizzano questa architettura, che pur nella evidente geometria, sembra radicata nell’identità del luogo. E fa pensare a Giacomo Leopardi e al suo “L’infinito”: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle, | E questa siepe, che da tanta parte | Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. | Ma sedendo e mirando, interminati | Spazi di là da quella, e sovrumani | Silenzi, e profondissima quiete […]”.
Immagine di copertina: Il Monastero di Siloe, Cinigiano, Grosseto, 2025 (© Cristian Carrara)






































