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Scritto da: Mosaico Progetti

Architettura alpina, evoluzione di un mito

Architettura alpina, evoluzione di un mito
Fasi e tendenze di 40 anni di costruzione nei contesti montani. Appunti di una storia critica che spazia da est ad ovest, dall’Alto Adige alle esperienze iconiche nei Grigioni svizzeri, dall’attenzione ai materiali ad una nuova idea di abitare in quota

 

Mentre sui social si discute animatamente sugli esiti del Villaggio olimpico di Cortina con le sue 377 casette in legno per gli atleti, l’avvio dei nuovi Giochi olimpici invernali rappresenta un’occasione per ragionare sullo stato dell’architettura alpina contemporanea.

 

Peter Zumthor e una nuova idea di costruire in quota

Oramai sono passati quasi 40 anni da quando, nel 1988, un ancora non notissimo Peter Zumthor inaugurava la Caplutta Sogn Benedetg a Sumvitg, nei Grigioni, vera icona e simbolo di una nuova idea del costruire in montagna, ben lontana dai masterpiece della piena modernità novecentesca realizzati da Carlo Mollino o da Lois Welzenbacher.

Che la recente produzione architettonica alpina europea abbia rappresentato uno dei principali driver dell’architettura contemporanea internazionale è ben testimoniato da un libro, di imminente pubblicazione presso la tedesca Jovis, intitolato “The Making of Alpine Architecture: Media, Awards, and Exhibitions in Vorarlberg and Grisons”, scritto da un giovane ricercatore del Politecnico di Torino, Matteo Tempestini.

Il volume ripercorre puntualmente la fitta sequenza di mostre, premi, iniziative culturali che a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo costruiscono l’immagine e l’aura sacrale della nuova architettura alpina, sul solco delle opere di Peter Zumthor, Valerio Olgiati, Bearth & Deplazes, Gion A. Caminada.

Perché certamente il primo fulcro della nuova architettura alpina è nei Grigioni. Critici autorevoli come Martin Steinmann e Bruno Reichlin sottolineeranno a più riprese il carattere inedito di questi progetti, la loro capacità di mettere in scena il non visto e l’inedito attraverso un lavoro di straniamento sulla tettonica delle forme (grazie anche al contributo di ingegneri come Jürg Conzett) e sui materiali. Una sottile opera di straniamento che permette all’architettura di riconquistare – si pensi alle Terme di Vals – una dimensione quasi primigenia e ancestrale.

Anni ’90: legno e cultura diffusa

Con l’avanzare degli anni ’90, ai successi internazionali dell’architettura grigionese si affiancano i progetti dell’area austriaca del Vorarlberg. Con un radicale capovolgimento di fronte. Non una collezione di pochi oggetti emblematici, ma una produzione dai caratteri programmaticamente diffusi, che fa della rinnovata filiera del legno locale – a cui il governo del Land dedica in quegli anni ingenti sostegni – il suo punto di forza. Innovazione tecnologica, ecosostenibilità, riproducibilità rappresentano i topoi di questa nuova architettura, che attraverso le opere di Hermann Kaufmann, e più recentemente di Bernard Bader, conquista la ribalta internazionale.

Quanto sta avvenendo nei Grigioni e in Vorarlberg – santificato dalle 4edizioni del premio internazionale Neues Bauen in den Alpen, coordinato da Christoph Mayr Fingerle a partire dal 1992 – non lascia le altre regioni alpine indifferenti. Gli anni a cavallo del passaggio di secolo vedono certamente una vivacità di iniziative e progettualità in diversi luoghi delle Alpi.

Con una sottolineatura: il tema di un’architettura di qualità, e della sua capacità di interagire con la dimensione economica, culturale, sociale dei territori, trova riscontro principalmente nei paesi di lingua tedesca e delle Alpi centro-orientali, dove la crescente autonomia regionale che prende corpo in questi decenni si trasforma in occasione per una riorganizzazione delle competenze amministrative locali sui temi architettonici e del paesaggio in un’ottica di innovazione.

Esemplare da questo punto di vista l’esperienza – oltre che del Vorarlberg – dell’Alto Adige-Südtirol. Il lavoro culturale portato avanti dalla Fondazione Architettura Alto Adige con la sua rivista “Turris Babel”, l’estendersi dell’istituto del concorso, determineranno una produzione architettonica ricca e diffusa, ben lontana dalle secche dell’architettura del resto d’Italia.

Meno turismo, più comunità

Diversa sarà invece la traiettoria delle Alpi di matrice latina, dove la centralità assegnata ai temi della valorizzazione storica e delle tradizioni, ma anche una dipendenza culturale dai territori di pianura, non consentirà lo sviluppo di una nuova architettura alpina, anche se in anni più recenti la produzione architettonica del Trentino, nonché delle Alpi occidentali italiane in un’ottica di rigenerazione e di neopopolamento delle tante valli abbandonate, sta dando vita a esiti di qualità crescenti.

Ma al di là delle valutazioni sulla qualità architettonica, un dato sembra caratterizzare la produzione architettonica contemporanea alpina rispetto a quella della modernità novecentesca: se i vari Mollino, Chappis, Welzenbacher costruivano essenzialmente ville e seconde case, alberghi e stazioni funiviarie, oggi i progettisti realizzano in primo luogo scuole, strutture di welfare, abitazioni, edifici agricoli e per attività economiche. A sottolineare la centralità del nuovo tema dell’abitabilità della montagna su quello del mero consumo turistico.

Oggi l’immagine della nuova architettura alpina si è diffusa su gran parte della catena, con i suoi volumi semplici e i suoi rivestimenti lignei. Ma la regione alpina europea è ancora uno spazio di riferimento per la ricerca architettonica internazionale? Sovente alcuni dei principali protagonisti dei decenni passati sembrano optare per sofisticate forme di manierismo prive di quella forza che era stata capace di far assurgere l’architettura alpina contemporanea a qualcosa che trascendeva la propria radice specifica.

E il libro di Tempestini, che ha indagato quantitativamente il fenomeno della nuova architettura alpina attraverso l’analisi delle principali riviste internazionali, mostra che il momento di massima diffusione e successo è stato nei due decenni a cavallo del secolo. Tutto finito, quindi? Probabilmente no. Oggi, alla critica e alla cultura architettonica il compito di andare a indagare tra le mille pieghe delle montagne, per scoprire i tanti progetti in gran parte sconosciuti che stanno sorgendo a servizio delle comunità. Forse progettualità meno eclatanti, ma non per questo meno importanti per il futuro della montagna.

 

Immagine di copertina: Peter Zumthor, Caplutta Sogn Benedetg (© Cristian Dallere)

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Tag: , , , , , , Last modified: 31 Gennaio 2026