Roma. La sensazione che si ha alluscita della mostra Re-Cycle. Strategie per larchitettura, la città e il pianeta è quella di un piacevole cambiamento: sembra che il Maxxi Architettura abbia finalmente abbandonato il rassicurante tepore del XX secolo delle mostre precedenti per lanciarsi nellarena della contemporaneità. La rassegna focalizza losservazione sulle modalità di riciclo nel loro rapporto con lo spazio, presentando numerosi progetti realizzati in tutto il mondo che hanno previsto il riuso di ampie porzioni di tessuto urbano e recuperi dinfrastrutture dismesse quali silos, carri ponte e linee ferroviarie, basi di sommergibili, porcilaie, discariche, vagoni ferroviari o container; una campionatura di strategie di «rivitalizzazione» di ambienti che hanno perso la loro utilità e significato. La mostra è lesito di una ricerca decennale, come puntualizza Pippo Ciorra nellottimo catalogo curato insieme a Sara Marini, e la ricchezza del materiale esposto testimonia la lunga maturazione del tema. Quando ci si allontana tuttavia dallalveo architettonico per perseguire una forma di transdisciplinarità, il corpus esibito denota una certa debolezza: le poche opere di taglio artistico, quali lanonima «Music on bones», 4 long playing ottenuti da lastre radiografiche provenienti dallex Unione Sovietica, le foto di uninstallazione dellartista Song-Dong e un video di 1.500 ore appositamente realizzato per la mostra del celeberrimo programma televisivo «Blob» non riescono a innescare un effettivo dialogo con la maggioranza di testimonianze «architettoniche». Va inoltre sottolineata la perdita di unopportunità, quella dintendere la mostra non solo come sintesi di una ricerca ma come innesco di possibili indagini e strategie future. Mancano riferimenti che aiutino a orientarsi nella molteplicità ed eterogeneità del materiale esposto, suggerendo percorsi critici e letture basate, ad esempio, sulla scala di progetto o sullutilizzo di certi materiali piuttosto che altri. E in questo non aiuta lallestimento, risolto mediante luso di supporti realizzati con strati sovrapposti di cartone ondulato.
Stimolante è invece lidea di declinare uno stesso tema per quasi tutte le sezioni del museo in altre mostre parallele. Il dipartimento «Collezioni di fotografia» coglie un aspetto del riciclo niente affatto scontato: la mostra Permanent error a cura di Francesca Fabiani, raccoglie scatti del fotografo sudafricano Pieter Hugo in una discarica in Ghana, dove vengono smaltite le obsolescenze tecnologiche occidentali, qui convogliate dallipocrita illusione di riciclare computer, telefonini e altri dispositivi nellintento di colmare il divario tecnologico tra Primo e Terzo mondo. Ed ecco che il riciclo si manifesta per quel che è: un purgatorio di nubi tossiche, animato da unumanità dallo sguardo fiero eppur reso miserabile, nulla di più distante dai vagheggiamenti ecofriendly occidentali.
La sezione «Educazione», sovrintesa da Sofia Bilotta, affronta il tema con un work in progress che fa bella mostra di sé nel piazzale antistante il museo: qui, guidati dallo studio di architettura tedesco Raumlaborberlin, alcuni studenti selezionati da 20 licei italiani costruiscono un alloggio temporaneo con materiali edili di scarto.
La sezione «Design», curata da Domitilla Dardi, rimane più distante dal tema generale e non riesce a riannodarsi al fil rouge della mostra: appare infatti troppo labile la relazione che lega il riciclo alla citazione fuori scala di una parte di una capanna indigena dellAmazzonia proposta dai fratelli Campana con linstallazione Maloca. I due geni contemporanei del ready made sono comunque riusciti a realizzare un progetto godibilissimo.
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