Venezia. Ai Giardini di Castello, con la beata ma illuminata innocenza dellinfanzia, un bambino deportato alla vernice della Biennale dai giovani genitori esibizionisti, chiedeva alla mamma: «E adesso in quale casa andiamo?». Si riferiva, ovviamente, ai padiglioni nazionali, ma contemporaneamente sottolineava uno dei due temi principali della Biennale di Venezia 2011, ossia la mostra come luogo abitato e abitabile dagli artisti e dallarte. «Dove ti senti a casa?» era del resto una delle cinque domande del «questionario» che la curatrice Bice Curiger aveva diramato a tutti gli artisti partecipanti. E gli artisti hanno risposto a parole (nel catalogo) e in opere. I quattro «parapadiglioni» commissionati dalla Curiger a Franz West, Song Dong, Monica Sosnowska e Oscar Tuazon per ospitare lavori di colleghi sono soltanto laspetto più evidente (e un filo retorico) della questione.
In giro per la mostra sono numerose le opere che tentano di affrontare la relazione tra arte e spazio architettonico (eterno rovello: e in giro di Leon Battista Alberti e Lucio Fontana ce ne sono pochini), sia nella mostra «ILLUMInazioni» sia nei padiglioni nazionali. Non a caso, tra gli artisti storicizzati della lista figura Gianni Colombo, uno specialista del settore, con il suo «Spazio elastico». Ma in varie declinazioni, il tema si affaccia ovunque: tra le scale di Monica Bonvicini «daprès Tintoretto», nella sala di Fischli & Weiss che pare un omaggio a «Valori plastici», nellambiente creato da James Turrell.
Il tema dellarchitettura come memoria storica e civile è affrontato da Karl Holmqvist con la sua maquette del Palazzo della civiltà italiana allEur, o dai modelli che Andro Wekua ha ricostruito «a memoria». Cè anche chi si rapporta, con esiti e intenti diversi, con larredo urbano: Klara Lidén con i suoi cestini per la spazzatura, Philippe Parreno con il suo tendone luminoso e Shahryar Nashat con le panchine su cui accomodarsi per seguire un video. Tra i padiglioni nazionali, quello più raffinato in tal senso è lolandese, in dialogo con il santo patrono Gerrit Thomas Rietveld, che progettò ledificio ai Giardini, e lutopia dellarte totale e dellinterdisciplinarità cara alle avanguardie storiche. Nel padiglione costruito da Alvar Aalto, la partecipazione finlandese riguarda una riflessione sul concetto di spazio espositivo, mentre sulla struttura labirintica dellallestimento ha puntato molto laustriaco Markus Schinwald. «Architettonico», per sobrietà minimalista dellopera e per volontà estetica (quella di coprire la facciata neobizantina del padiglione greco) è lintervento di Diohandi. In base a una revisione del luogo comune di «spazio a misura duomo», può essere poi interpretato lintervento di Corban Walker nel padiglione irlandese. Mike Nelson, nel padiglione britannico, porta unopera concepita come ricostruzione a memoria di un luogo, di una mostra e di un altro luogo ancora, un «parassita» che abita il primo e si tramuta, appunto, in opera. Alla visionarietà inglese risponde quella del padiglione del Lussemburgo, uno spazio dettato da neobarocche prospettive sghembe. Un«aria» architettonica hanno cercato anche di conferire al loro spazio gli artisti che compongono il padiglione degli Emirati Arabi, dove peraltro il lavoro di Reem Al Gaith verte sulle trasformazioni urbane di Dubai. Una casa tout-court è quella creata nel padiglione estone, uno dei più interessanti e coinvolgenti di tutta la mostra. E ancora: per narrare la vita, la malattia e la morte di Christoph Schlingensief, il padiglione tedesco è stato tramutato in chiesa.
Ma allora le immagini hanno perso la loro magia? O, forse, gli artisti contemporanei stanno nuovamente, come ai tempi del Concettualismo, dismettendo il loro ruolo di creatori dicone (in verità, visto liconolatrico padiglione italiano, forse è meglio così)?
La Biennale 2011, se la si guarda sotto un certo profilo, è abitata da architetture vuote (disarmante, in tal senso, lopera di Anya Titova alle Corderie; dicono che lartista non abbia ancora un gallerista, e non cè motivo di non crederci) e risonanti di parole senza senso: quelle, pensate provocatoriamente come tali, di alcune installazioni sonore e video degli artisti, e quelle di molti testi critici in catalogo. Domina, nellinsieme, lidea di allestimento, di opera come spazio, dove il quadro diventa «pannello» o parete, la scultura arredo od oggetto. È lecito sospettare che tanta parte di quegli spazi sia in effetti al momento disabitata non solo dalle opere ma spesso anche dalle idee, e che ciò non sia responsabilità esclusiva del curatore di turno.
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