Chi sono i ricercatori? Cosa fanno? Cosa vogliono? Pare che solo adesso ci si accorga di loro, eppure per anni hanno portato avanti circa il 35% per cento dei corsi universitari, garantendo qualità, continuità, impegno, spinti da un entusiasmo ascrivibile unicamente alla loro passione. Del resto, da quali altre motivazioni si potrebbe essere sospinti oggi a intraprendere questo tipo di attività che non offre né unadeguata remunerazione né una riconoscibilità in termini sociali?
Improvvisamente ci si accorge di loro perché si sono fatti promotori di unazione di protesta.
Da più parti la questione è stata liquidata frettolosamente, circoscritta, sminuita. Una questione che tuttavia non riguarda solo i ricercatori ma luniversità nel suo complesso, la formazione delle generazioni a venire, il futuro della nazione. Si è parlato di rivendicazioni sindacali, di riconoscimento di uno status, di sanatorie. Ma non è questo che chiedono i ricercatori.
Lo scopo della protesta è fermare un disegno di legge, il ddl 1905 recante «Norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e lefficienza del sistema universitario».
Tale testo di legge, infatti, se a una prima lettura appare pienamente condivisibile nel suo intento – che prevede una ristrutturazione complessiva del settore dellistruzione superiore mirata a razionalizzare limpiego delle risorse e la dislocazione delle sedi; leliminazione di sprechi e proposte formative di basso profilo; larmonizzazione dellintero sistema al suo interno e con quello degli altri paesi europei; nonché la trasparenza e il rigore delle procedure di reclutamento del personale docente – di fatto riduce la democrazia negli atenei consegnando le università nelle mani di manager di nomina politica e avviando una deriva aziendalistica e dirigistica delle università stesse; relega i giovani studiosi in un limbo assolutamente demotivante ponendo gli attuali ricercatori strutturati su un binario morto senza riconoscimento del lavoro svolto e senza reali prospettive di avanzamenti, prospettando per i futuri aspiranti un precariato di oltre dieci anni e di esito incerto, spesso legato più a criteri economici che scientifici; lede profondamente il diritto allo studio attraverso i continui tagli alle risorse destinate alla ricerca, la diminuzione dellofferta formativa, il progressivo aumento delle tasse a carico degli studenti. La cosiddetta «Riforma Gelmini», in sintesi, nega il futuro delle istituzioni pubbliche a favore di strutture private spezzando il nesso didattica/ricerca con la conseguente precarizzazione di questultima.
Non si tratta della «lotta dei ricercatori» ma di una lotta condotta dai ricercatori a favore di tutti o meglio a favore di quanti credono ancora nel futuro delluniversità pubblica. I ricercatori possiedono solamente loggetto del contendere, ovvero la facoltà di astenersi dalla didattica.
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