Finalmente un «laboratorio» operativo, quello svoltosi, con lorganizzazione di Marco Romano e Carlo Gasparrini, a LAquila il 28 giugno su iniziativa dellInu e dellAssociazione nazionale dei centri storici, che ha chiuso la serie sul recupero della città e i cui risultati sono stati discussi pubblicamente l8 e il 9 luglio.
La riunione, a cui erano presenti numerosi specialisti ma assenti la locale Soprintendenza per i beni architettonici e del paesaggio, la Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici e i rappresentanti della Regione e della Provincia, ha evidenziato come non si possa ancora parlare di «progetto culturale» per la ricostruzione della città ma ha individuato criticità, errori da evitare, e alcune priorità che dovrebbero fare da sfondo ai prossimi incontri.
Introdotto da Pierluigi Properzi e Marco Romano, ha visto tutti daccordo nel mettere in rilievo la necessità del recupero dellidentità del luogo urbano (contro le new town) e il grosso problema delle gare dappalto, i vantaggi (pochi) e gli svantaggi (molti) delle gare europee che potrebbero, con una serie di probabili ricorsi a catena, allungare i tempi della ricostruzione. Su questo punto in particolare, come pure sullindividuazione immediata delle prime cinque zone entro le mura ove poter sperimentare le prime «ricostruzioni», il sindaco Massimo Cialente è stato molto chiaro. Il ricordo dellesperienza del Friuli (in particolare Gemona), la necessità di mappature precise dello stato di danno, la questione della ricucitura immediata dei sottoservizi e la necessità di «misurare» le strategie è quanto evidenziato invece dagli urbanisti (Bruno Gabrielli, Properzi, ma anche Elio Piroddi). Personalmente, ritengo che altri temi irrinunciabili su cui riflettere riguardino la necessità della permanenza dellidentità e della caratterizzazione dei vari tessuti storici sovrapposti, in parte ancora riconoscibili, senza dimenticare il valore di quella attuale. Anche se la questione è sempre legata alla qualità progettuale di ciò che si va a ricostruire o a integrare/sostituire, occorre comunque evitare operazioni di «facciatismo», di conservazione dei soli prospetti esterni, a scapito degli svuotamenti degli interni. È indispensabile conservare le tipologie nel loro insieme, e soprattutto il tessuto minore, anche privato, caratterizzante lintero centro (su cui le soprintendenze e il ministero non hanno, di fatto, competenza né controllo).
Da più parti (Mario Manieri Elia, Gabrielli, Properzi e da chi scrive) è stata evidenziata lurgente necessità di mantenere un giusto equilibrio tra la città storica nel suo insieme e la campagna, evitando saturazioni, lasciando riconoscibili gli spazi coltivati o verdi rispetto a quelli inurbati: impensabile lunione indifferenziata dellAquila con la cintura di new town, o la saldatura tra il capoluogo e le frazioni ognuna con identità e storia locale ben precisa.
Sul restauro, Marco Dezzi Bardeschi, trovando daccordo Manieri Elia, Giovanni Dispoto e il sottoscritto, ribadendo la necessità di mantenere il palinsesto delle stratificazioni (cui dovrebbe aggiungersi quella attuale, anche come linguaggio architettonico), sgombra il campo dellequivoco «demolizione vs ricostruzione», dando priorità alla conservazione e, semmai, al consolidamento. Sul fronte normativo, è stata auspicata da Franco Esposito una legge speciale per LAquila, al cui proposito riterrei possibile avanzare una richiesta allorgano centrale del ministero per ottenere una deroga o una variazione al Codice dei beni culturali, o prevedere una qualche forma di protezione anche se Gabrielli è del parere che già il Prg, o i piani attuativi, dovrebbero essere garanti (se ben costruiti) di un buon grado di protezione.
Per concludere, tutti, Cialente in testa, hanno concordato sulla necessità di riportare alcuni piccoli «volani» produttivi o attrattori nella città storica; pur senza bruciare le tappe di una ricostruzione che appare ancora lunga e difficile.
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