Ri_visitati. L’incompiuto delle Scuole nazionali d’arte all’Avana

by • 13 giugno 2018 • Mosaico, Patrimonio1568

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A oltre 50 anni dalla concezione, uno sforzo di cooperazione internazionale tra Cuba, Italia ed Inghilterra (con la partecipazione di Norman Foster) cerca di recuperare e conferire un uso a un’opera emblematica, abbandonata prima del completamento

 

Il passato

Le Scuole nazionali di arte cubana sono, secondo diversi critici internazionali, la più grande realizzazione architettonica della rivoluzione castrista. Furono costruite sul luogo del famoso Country club de L’Avana, regno dell’alta borghesia nel ricco quartiere di Cubanacàn, poco distante dal centro de L’Avana, con l’idea forte di trasformare un simbolo del capitalismo e della ricchezza di pochi, in un centro educativo gratuito, aperto a tutti i cubani ed ai giovani dei paesi in via di sviluppo dei tre continenti, vicino e contrapposto ai luoghi dei simboli dell’imperialismo americano, la Florida e Miami.

Nel 1961, Fidel Castro, che voleva per Cuba la più bella accademia d’arte del mondo, commissionò il progetto all’architetto cubano, di nonni italiani, Ricardo Porro (1925-2014), il quale chiamò a collaborare due architetti italiani, Vittorio Garatti (1927) e Roberto Gottardi (1927-2017). Secondo la storica israeliana Gili Merin, essi furono guidati da tre principi base: integrare le scuole al carattere esuberante del paesaggio; utilizzare laterizio prodotto localmente che, a causa dell’embargo statunitense, era meno costoso dei materiali “moderni” ed importati come l’acciaio e il cemento; usare la volta catalana come elemento dominante, la cui configurazione spaziale sarebbe stata in netta contraddizione con l’architettura “capitalista” dell’International Style. Volte organiche color terra contro le scatole bianche uguali in ogni parte del mondo.

Furono costruite cinque scuole: danza moderna, arti plastiche, arti drammatiche, musica e balletto. Tutte condividevano un approccio simile nei confronti dei materiali, della morfologia e delle strutture portanti. Ognuna però rappresentava una diversa interpretazione del sito e del programma funzionale specifico. Fortemente legato alla topografia naturale, il complesso si presenta oggi come una saggia operazione olistica: utopica fusione fra architettura e paesaggio in funzione della nuova didattica artistica rivoluzionaria. 

A description...

La Scuola di musica, progettata da Garatti, è una struttura a serpentina lunga oltre 300 m che doveva accogliere piccole sale per le prove. Il labirinto sinusoidale, che segue con delicatezza le curve di livello e che ricorda la relazione spazio-geografia del Collegio di Giancarlo De Carlo ad Urbino, avrebbe dovuto dialogare con le due sale per concerti e prove, purtroppo mai realizzate. Di Garatti è pure la Scuola di danza, realizzata solo in parte ed oggi pressocché abbandonata: un sistema di padiglioni coperti tra i quali si snodano percorsi intrecciati che favoriscono gli incontri, ispirato alla geometria delle fortificazioni italiane – il castello di Mondavio per esempio -, all’architettura “cristallina” di Gio’ Ponti e alle esperienze dell’espressionismo tedesco di Lyonel Feininger, Hugo Haring e Hans Sharoun. La Scuola di arti drammatiche, progettata da Gottardi, è dominata da un grande anfiteatro centrale, anch’esso non finito. Le aule, a pianta centrale e circolare, rivolte verso l’interno, creano un ambiente onirico, intimo ed accogliente. Sono dominate da ampie cupole rosse appoggiate solo su quattro punti, con una sorprendente leggerezza che fa pensare ai moderni archi dei palazzi di Brasilia od alle opere di Auguste Perret. Ombreggiati sentieri, come vicoli sinusoidali, accompagnati da muri in laterizio, seguono le curve di livello e collegano gli spazi pubblici esterni con le aule e l’auditorium centrale: una sorta di reinterpretazione rurale ed ecologica degli eleganti spazi fluidi di Francesco Borromini, nel dialogo sottile fra superfici concave e convesse. La Scuola di balletto, progettata da Porro, presenta una composizione dinamica di strade e cortili dalle differenti giaciture che convergono nella piazza centrale, coperta da un sistema di volte a raggiera frammentate, e con il suolo che si sviluppa su varie quote, a forma di stella in pianta. È, secondo il suo autore, il simbolo dell’esplosione drammatica dell’antico regime dittatoriale cubano. Protagonisti il sistema modulare delle spaziose aule -che ricorda le scuole di Hans Sharoun-, il contrasto fra linee spezzate ed inclinate e quello cromatico fra il bianco dell’intonaco – dalla texture rugosa – ed il rosso del laterizio. Testa e coda della scuola sono la piazza coperta e l’alto volume esagonale del teatro con la terrazza-belvedere, dalla quale si apprezza una didattica vista del complesso.