Franco Zagari a Catanzaro: ripensando a Piazza Matteotti

by • 22 novembre 2017 • Forum, Progetti1837

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Riceviamo e pubblichiamo una lettera che, in occasione dell’uscita della monografia, rilegge una delle opere di Zagari in Calabria

 

Il pretesto del libro

Il recente volume Franco Zagari. La parola ai progetti (Librìa, Melfi 2017) raccoglie in forma monografica il lavoro di un architetto e paesaggista di profilo internazionale, attraverso un affascinante racconto in prima persona dei suoi progetti e un acuto saggio di Fabio Di Carlo. L’occasione è utile non tanto per fare il punto su una figura la cui portata dell’opera realizzata rappresenta una sorta di misteriosa storia dell’architettura contemporanea parallela a quella ufficiale, quanto per concentrarsi sul contributo che Zagari ha apportato in Calabria come progettista, estrapolando tra le tante opere, la significativa piazza Matteotti a Catanzaro. Altri potrebbero raccontare meglio del profondo ed originale costrutto culturale che lo stesso ha generosamente sperimentato fondando la Scuola di paesaggio della Mediterranea a Reggio Calabria. Scrivo questo, palesando innanzitutto il mio essere partigiano oltre che di un percorso formativo e di continuo scambio di lavori, studi e ricerche sul progetto di paesaggio con l’autore, anche di un innamoramento giovanile nei confronti di questa piazza che ha poi forse segnato il mio percorso.

 

Piazza Matteotti 1991-2015

A new and surprising interpretation of public space with the floor as a large picture and the place itself as a large urban sculpture

(Jahn Gehl & Lars Gemzøe)

Per la generazione di architetti del paesaggio che si andava formando, piazza Matteotti (realizzata nel 1991 su progetto di Zagari e Ferdinando Gabellini con Enzo Amantea e Antonio Uccello) ha rappresentato un momento di crisi e dibattito: un segnale rivelatore che nuove visioni contemporanee in Calabria erano possibili. Il racconto era stratificato, denso, polemico, in maniera talmente sofisticata e dirompente che, accanto alle funzioni dello spazio celebrativo e conviviale, ne rivelava come l’esistenza di un’anima ineffabile parallela. La ricca e complessa grafia bicroma in nero assoluto d’Africa a strisce lucide e fiammate, con inserti in travertino bianco, caratterizza uno spazio ottico cinetico che definisce una passeggiata somigliante all’opera di un ebanista. Cadenze, movimenti e pause si susseguono come in una sequenza musicale. Spazialità instabili e mai ripetute ricompongono l’intorno attraverso un forte timbro, creando un carattere originale dove si alternano diversi temi nei quali la bellezza si dichiara mantenendo sempre dei margini di mistero; una sensazione sulla quale mi sono interrogato spesso. “La piazza meno manutenuta al mondo” dice l’autore ma, aggiungo, anche una piazza forte, che ha subìto il tempo con durezza e humour.

L’opera di Zagari da sempre divide e affascina. Sono modi originali di rileggere e trascrivere i luoghi, attraverso una sperimentazione continua di forme, materiali e usi. La costruzione geometrica del disegno definisce le superfici e lo spazio, ma è anche strumento entro cui far sedimentare la complessità dei layer e dei suoi significati, e intimamente riconoscersi, in un “istinto di somiglianza” che, come scrive Raymond Radiguet, “è la sola linea di condotta che non sia artificiosa” (1923). Sono dunque storie che mettono assieme sintonie, sensazioni, materiali e caratteri quasi mai evidenti.

La riqualificazione, completata nel 2015 (su concorso vinto da Zagari con Ferdinando Gabellini, Giovanni Laganà e Domenico Avati), diviene operazione necessaria ad un abbandono quasi trentennale dal quale la piazza ha saputo difendersi, come detto, con forza. Ascolto, nuovi materiali e colore hanno aggiunto ricchezza formale e narrativa. La scaletta, da sempre al centro di un dibattito pretestuoso, è sostituita per volontà dello stesso, con una fontana di vetro che ne ripete l’impronta triangolare e cerca di rinnovarne, docilmente, lo stesso ruolo carismatico.

Ho sempre avuto l’impressione che il progetto di paesaggio di Zagari muova da una trascrizione umana dell’esistente, attraverso una condotta certamente artificiosa che narcisisticamente tende a riportare la percezione del paesaggio ad un istinto di già conosciuto e di somiglianza. Una trascrizione interpretativa della società, delle sue crisi delle sue mistificazioni; e ovviamente della bellezza. Anche per Zagari, come per Claudio Magris, credo valga l’assunto che “scrivere sia sempre trascrivere”, perché nel paesaggio come nella narrativa “senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate”.

 


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