EDIT Napoli, sulla breccia tra reale e digitale

by • 23 Ottobre 2020 • Design684

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Report dalla seconda edizione della fiera di design d’autore e dei progetti curatoriali

 

NAPOLI. Si è conclusa la seconda edizione (16-18 ottobre) della rassegna di design d’autore, raccolta intorno alla produzione di oggetti fortemente connotati dai processi e le logiche dell’artigianato d’eccellenza, con la consapevolezza da parte di tutti – espositori, giornalisti, acquirenti, visitatori – che il tempo e il luogo in cui ritrovarsi a un anno di distanza sono appesi a un filo. Una parentesi fortunata, in un 2020 che ha visto gli appuntamenti del campo del design rimandati a tempi migliori; così, EDIT Napoli, a cura di Domitilla Dardi ed Emilia Petruccelli è diventata la prima fiera in presenza in Italia. Se, infatti, per gli eventi di maggior rilievo si è trasposta la programmazione sul web, la pandemia invece non ha intaccato la fiera partenopea, anzi presentatasi con un numero maggiore di espositori, 70 a fronte dei 60 della prima edizione, con un progetto curatoriale dal respiro internazionale (EDIT cult), e con un’attività commerciale che, grazie a una piattaforma digitale, continua a nutrire l’esposizione anche dopo la conclusione della fiera in presenza.

 

Mercato del prodotto

Molti i designer emergenti così come le firme già affermate, con collezioni di notevole livello sia italiane che straniere, merito di una selezione attenta delle curatrici. La Swing Design Gallery di Benevento, che da sempre promuove la produzione di designer internazionali emergenti, ha presentato “Tray for ashes”, i posacenere disegnati da Ghezzi Agerskov che espongono i mozziconi, facendo degli scarti della sigaretta un elemento compositivo e ludico da esibire, invece che da nascondere. Non il concetto ma la ricerca sulle qualità espressive della materia, invece, per Studio Zero (laboratorio multidisciplinare con sede a Como di Anna Seminara e Maria Francesca Cicirelli), che ha esposto la collezione di vasi in terracotta “Menadi” e i contenitori “Madrepora”, che raccontano attraverso un linguaggio scultoreo e astratto il legame ancestrale con la natura. Tipstudio (Tommaso Lucarini e Imma Matera, Firenze) ha presentato una riflessione sul ruolo degli scarti di produzione con la serie “Secondo fuoco”, realizzata a partire dai residui delle fusioni del piombo, inserite con perizia certosina in una nuova combinazione. Spazio anche alle aziende di nuova nascita oppure già strutturate: come la romana Forma&Cemento con la collezione di tavoli e librerie scultorei disegnati da Studio Irvine; o la fornace siciliana 950 ninefifty, che con le ceramiche di Margherita Rui celebra la bellezza dell’imperfezione e del fatto a mano; o il brand Orografie, che verrà inaugurato nel 2021 sotto la direzione artistica di Vincenzo Castellana e che ha organizzato un workshop, con una selezione finale di tre progetti da destinare alla produzione.

 

Cultura del progetto: EDIT cult

Se EDIT Napoli sposa appieno gli obiettivi primi di un evento commerciale, ovvero dare visibilità a espositori che non hanno la presenza comunicativa dei grandi brand, è anche vero che l’indirizzo curatoriale del progetto non viene mai accantonato, correndo parallelo all’idea di business. Non sono, infatti, solo gli espositori a crescere di numero in questa seconda edizione della fiera, ma anche i progetti curatoriali, con installazioni site specific che coinvolgono quattro aziende rappresentative del made in Italy, firme note del design e i tesori del patrimonio storico e culturale partenopeo. La connotazione curatoriale diventa evidente, infatti, quando si lasciano le sale barocche del complesso monastico di San Domenico Maggiore, che ospita l’esposizione fieristica, per riscoprire le bellezze di Napoli. Il design diventa così il passe partout per mettere a dialogo collezioni museali di grande rilievo con progettisti di oggi e brand italiani, raccontando allo stesso tempo un territorio che unisce storia, cultura e tradizioni.

È il caso del Museo archeologico nazionale di Napoli, sede della personale “Aritmia” di Andrea Anastasio, a cura di Alessandro Rabottini, che vede la riedizione di pannelli decorativi dall’archivio storico di Ceramiche Gatti 1928 di Faenza in relazione con i reperti archeologici di Pompei e dell’area vesuviana. Al Museo civico Gaetano Filangieri non si può non rimanere a bocca aperta di fronte all’istallazione “Ceramic tower”, la torre alta cinque metri che Jaime Hayon ha progettato per Bosa, un palcoscenico verticale che celebra alcune delle opere frutto di una collaborazione ventennale del designer spagnolo con il marchio italiano, inserita nella quadreria del museo e nella sua eterogenea collezione. Per finire, in un luogo simbolo della Napoli regale e dell’eredità borbonica, al Teatro San Carlo, sono esposte “Metamorfosi” di Martino Gamper per Moroso e “Madre e filo” di Andrea Anastasio per Foscarini, rispettivamente la collezione di sedute e le due lampade disegnate dai progettisti per i due brand.

 

Fiera in presenza e digitale

Con la pandemia abbiamo assistito a un completo sovvertimento di prospettiva negli eventi di settore, che spesso sono ricorsi all’uso del digitale per evitare di cancellare la programmazione. Un cambiamento epocale che ha messo in discussione l’intero sistema globale dell’esporre, del comunicare, del raccontare il prodotto, i materiali, le installazioni, a favore di modalità e canali alternativi ancora da mettere a punto. A tal proposito, Petruccelli sostiene che: «Non possiamo fermarci e non lavorare, anche perché la richiesta c’è. Deve però cambiare il modo in cui lavoriamo, bisogna ripensare in una chiave diversa gli eventi grandi e dispersivi, in cui non si riesce a partecipare se non in minima parte, a favore di rassegne di dimensioni più piccole e intime». Il designer Antonio Aricò, che in fiera ha presentato, con l’azienda MYOP, la collezione “A signurina” di sedie e tavoli ispirati dalla tradizione contadina, di ritorno dall’esperienza tutta digitale del “Materia design festival”, di cui è direttore artistico, sostiene: «I tempi sono maturi per parlare di eventi in digitale ma non si deve trattare di una rappresentazione fredda di un oggetto, è necessario comunicare poesia, calore, usare un linguaggio, un’estetica che riesce ad arrivare alle persone».

La rassegna partenopea risolve quest’apparente antitesi fra reale e digitale allestendo una fiera disponibile da remoto, con business room dedicate ai compratori e ai singoli espositori, e un tour virtuale in 3D, che permette di fruire della mostra anche una volta che questa si è conclusa. Si tratta forse di un precedente per guardare alle fiere di design in modo nuovo, per usare la tecnologia come una valida integrazione dell’esperienza fisica, mantenendo il legame con il territorio, per raccontare il design di oggi e quello di domani.

 

Immagine di copertina: la sala del Capitolo nel complesso di San Domenico Maggiore (foto di Serena Eller Vainicher)

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