Dorte Mandrup tra natura e artificio (ma con umiltà)

by • 21 Settembre 2020 • Mosaico, Progetti1645

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L’approccio dell’architetta danese sta facendo scuola: il progetto come interpretazione del contesto e valorizzazione dell’ambiente in pericolo

 

Mentre sono in tanti a dare per scontata la fine dell’architettura e a perseguire un piano di mimetizzazione accelerata di tutto ciò che in passato ne avrebbe caratterizzato le fattezze, affidandosi al camuffamento fiabesco di una natura consolatoria, guardando ad alcuni singolari progetti della danese Dorte Mandrup (1961) siamo di fronte ad un genere di architettura che s’insinua nella natura riattivandone i destini sempre più in pericolo, adoperandosi per acuirne senso e bellezza, restituendocela più forte di prima, raccontandone certi segreti. Un’autenticità che va oltre il semplice romanticismo. Il problema, infatti, non è l’architettura ma la “pessima architettura” che deturpa i paesaggi (siano essi urbani o naturali): da sempre il problema è il dialogo, la capacità di esplorare territori altri senza per questo appropriarsene in maniera indebita.

Mandrup, che ha un passato come scultrice e ceramista, nel 1991 si è laureata alla Aarhus School of Architecture e otto anni dopo ha fondato il suo studio con sede a Copenaghen. Nel 2018 ha ricevuto il Finn Juhl Award – riconoscimento onorario a vita della Danish Arts Foundation – ed è stata nominata presidente del prestigioso Premio Mies van der Rohe per l’architettura contemporanea. Un assaggio del modus operandi dell’architetta danese è andato in scena nello stesso anno durante la Biennale di Venezia “Free Space”, con la singolare installazione “Conditions” (simulazione di differenti condizioni climatiche). Si trattava di un’anteprima dell’Icefjord Center, progetto in fase di realizzazione a Ilulissat, sulla costa occidentale della Groenlandia, a 250 km dal circolo polare artico: un centro studi sui cambiamenti climatici in quest’area patrimonio dell’Unesco dal 2004 dove, a causa del riscaldamento globale, il noto fiordo di ghiaccio si è ritirato per diversi chilometri. Il progetto è stato anche parte della mostra “Irreplaceable Landscapes” (Copenaghen, 22 marzo – 26 maggio 2019) presso il DAC (Danish Architecture Center), insieme ad altri con funzioni simili: il Wadden Sea Centre di Ribe (2017) in Danimarca, il Wadden Sea World Heritage Centre (2021) a Wilhelmshaven, in Germania, che incorporerà i resti di un bunker, e il Wadden Sea World Heritage Centre (2021) che si trova sulle acque di Lauwersoog, nei Paesi Bassi, ideato su palafitte di legno, con riferimento ai moli del porto storico. Pensati per uno studio approfondito della natura in vista di una sua salvaguardia, questi interventi si affacciano su tre distinti paesaggi nel mare di Wadden che si estende per 500 chilometri lungo le coste di Paesi Bassi, Germania e Danimarca, dichiarato patrimonio dell’umanità e parco nazionale. Dunque, si tratta sempre di scenari dove la natura incontaminata offre spettacoli grandiosi, paesaggi selvaggi e potenti ma in pericolo e dove l’acume creativo di Mandrup porterà nuova attenzione: «Devi mostrare un certo grado di umiltà quando metti una struttura in un ambiente naturale così spettacolare allo scopo di informare su qualcosa di importante come il cambiamento climatico». Il vero problema, infatti, è che la natura è in pericolo ed è in tale direzione che è necessario concentrare le energie.

Mandrup sembra operare in una sfida continua, sul filo del limite tra natura e artificio, senza mai cadere nel mero sentimentalismo ma con audacia e grande maestria. Se si considera il Wadden Sea Centre di Ribe (la città più antica della Danimarca), è straordinaria la materialità messa in scena, al di là di ogni aspettativa. Mandrup sembra calarsi nel luogo per estrarne fascino e carattere; usa in maniera innovativa, quasi poetica, un elemento locale antico, la paglia, e lo trasforma in materiale da costruzione integrale per l’esterno (pareti, grondaie e tetto), come se si trattasse di una scultura tattile da esplorare: «Quando si colloca un edificio in un paesaggio, è necessario evocare quella particolare atmosfera in quel particolare luogo, in modo che la collocazione e la forma dell’edificio enfatizzino l’intensità della natura circostante». Cosa di meglio della paglia, dunque? Il suo essere in grado di evocare immagini ancestrali ora addomesticate e colte, rassicuranti ma allo stesso tempo fuori dagli schemi: l’edificio sembra nascere dal caratteristico paesaggio che lo circonda, ma il suo utilizzo è totalmente differente da quello ben noto in zona. È così che la tradizione viene proseguita e, al contempo, indirizzata verso un nuovo genere di estetica. Il centro nasce come ampliamento di quello esistente, che illustra le meraviglie del mare di Wadden con particolare attenzione ai flussi migratori (fino a 12 milioni di oche, trampolieri, anatre e altri uccelli ogni anno) in una delle zone umide più estese del mondo, dove il tratto danese è caratterizzato da distese ininterrotte di fango, lunghe insenature cadenzate dal rincorrersi delle maree e chilometri di spiagge di soffice sabbia.

È soprattutto in questi contesti che il lavoro di Mandrup sta facendo scuola: «Un edificio può migliorare un paesaggio, aumentarne l’intensità o rafforzarne la bellezza, se collocato correttamente e se modellato in modo appropriato». L’architettura può rimettere in gioco la natura come patrimonio di tutti, non solo da ammirare a distanza ma anche da vivere a tu per tu nelle sue visioni più spettacolari. È il caso di The Whale (2022), l’osservatorio per avvistare le balene in cantiere ad Andenes, in Norvegia, esito di un concorso vinto nel 2019. Siamo a 300 chilometri a nord del circolo polare artico, dove la corrente del Golfo garantisce un clima ottimale per molte balene in migrazione. Ed è qui che sorgerà la nuova attrazione turistica, un mix di artificio e natura, dove la mano del progettista sembra rincorrere il paesaggio per carpirne funzionalità e magia: una copertura disseminata di pietre nasconde una struttura continua di cemento dove infilarsi come in un anfratto per ammirare i grandi mammiferi, studiarne il comportamento e molto altro.

Nel XXI secolo la natura, infatti, non ha meno valore di un’opera d’arte. Alla stessa stregua dei nuovi musei sorti ovunque in chiave di riqualificazione del territorio, così questi progetti ispirati dalla natura servono a divulgarne prodigi e fattezze; come una scultura o un quadro il cui valore crescerà nel tempo solo se l’uomo sarà in grado di preservarne il carattere.

Si tratta di progetti coraggiosi le cui tracce si ritrovano poi in quelli realizzati in ambiente urbano dove Mandrup osa, scioglie le redini di un linguaggio tanto espressivo quanto, ancora una volta, rispettoso del luogo. A partire dall’iconica Torre Salling (2015), in acciaio bianco, che ha cambiato il volto del porto di Aarhus (Danimarca), con un percorso interno che invita il pubblico ad ammirare dall’alto il contesto; fino alla Culture House and Library (in fase di realizzazione) nel cuore della città barocca di Karlskrona, in Svezia, dove la caratteristica facciata viene scomposta in una fitta maglia di finestrature con aperture grandi o piccole che di volta in volta inquadrano pezzi di città o lasciano intravedere l’interno, dove una grande scala scultorea collega i vari livelli dell’edificio (una sala d’arte, una biblioteca e un caffè), fino alla terrazza panoramica a coronamento del tetto.

Nel frattempo, lo studio danese è alle prese con un altro tema scottante, l’esilio. Lo scorso agosto, infatti, Mandrup ha vinto il concorso per il nuovo Exilmuseum di Berlino, che sorgerà vicino alle rovine della storica stazione ferroviaria Anhalter Bahnhof (1841), di Karl-Friedrich Schinkel. Da qui centinaia di persone (soprattutto intellettuali) fuggirono in esilio durante la seconda guerra mondiale, prima che fosse per buona parte distrutta dai bombardamenti nel 1943. Con le ingenti masse di profughi in ogni parte del pianeta, quello dell’esilio è un tema che, al pari con i problemi ambientali, assume oggi valore simbolico e sul quale occorre riflettere. Ancora una volta l’architettura è di scena in veste commemorativa e lenitiva degli errori/orrori umani.

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