Sydney: l’ex lazzaretto è un resort “consapevole”

by • 29 Aprile 2020 • Mosaico, Patrimonio888

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Dopo lunghi travagli, il primo e più vasto sito di quarantena australiano è un luogo di villeggiatura particolarmente attento al valore della memoria

 

SYDNEY (AUSTRALIA). A differenza della madrepatria britannica, che a salvaguardia del libero scambio abolisce la quarantena dal 1896, la colonia Australia pratica l’isolamento preventivo degli immigrati fino all’inoltrato ‘900. I tre mesi di navigazione per raggiungere l’Oceania dall’Europa costituivano già una quarantena naturale, ma la white Australia preferiva restare asserragliata per proteggersi dai newcomers delle terre confinanti, Sudest asiatico e isole del Pacifico – percepiti in sé come minaccia letale.

A North Head, presso la bocca del porto di Sydney, sostavano forzatamente navi cinesi, giapponesi, arabe, olandesi, francesi e, naturalmente, inglesi. Un promontorio di arenaria collegato alla terraferma da un istmo, dove resiste ancora oggi il primo, più vasto e più a lungo operativo sito di quarantena di tutto il Paese. Ampliato a metà ‘800 per l’afflusso di cercatori d’oro: da una capienza iniziale di 150 persone raggiunse il migliaio negli anni ’20 del XX secolo, predisponendo 65 edifici in 30 ettari. Recinzioni e sentieri imponevano all’interno una stretta separazione tra classi, razze, sani e malati. Tutto intorno il bush originario, costellato di sepolture e iscrizioni rituali aborigene. Un ambiente unico, riconosciuto – non a caso – riserva naturale già dal 1933. E una vertiginosa visuale a 360° sullo skyline metropolitano, che fa da volano a prezzi immobiliari tra i maggiori del Paese.

Nel 1977, dopo aver ospitato i rifugiati del ciclone Tracy e gli orfani del Vietnam, la struttura chiude. Nel 1984 passa dal governo federale allo Stato e viene inclusa nel Sydney Harbour National Park. L’ente pubblico gestisce l’area come meta turistica, sfruttandone suggestione e leggende su presunti fantasmi. Si tenta di reperire fondi pubblici per rimediare al declino in cui è caduta. Nel 1993 ci si arrende e si annuncia la gara per l’affitto a lungo termine ad un gestore privato. Scoppia il finimondo: l’operazione viene percepita come l’alienazione di un bene pubblico sottratto ad una pianificazione unitaria del porto, e un caso di grave abuso della memoria. Si teme per le specie a rischio estinzione, la locale colonia di pinguini. Seguono mobilitazioni di comitati, una commissione governativa d’inchiesta, ricorsi in tribunale. Nei primi anni 2000 due incendi distruggono l’ospedale (1883) e un corpo degli ex alloggi di terza classe. Solo dopo nove anni di iter, il gruppo Mawson, operatore nel turismo culturale, si aggiudica la progettazione, realizzazione e gestione del riuso. Quello che viene siglato è un conservation agreement: il 20% dei guadagni tornano alla conservazione di sito e parco.

«È stato un progetto di forte valenza politica – ci spiega il titolare della Paul Davies Architects, studio che ha guidato il ridisegno dell’area lungo ben dieci anni – per questo i processi sono stati minuziosamente regolati: per intenderci, 200 domande di autorizzazione lavori». L’operazione è stata costosa, l’equivalente di 12 milioni di euro, con finanziamenti pubblici irrisori. Ed è tuttora sottoposta a monitoraggi ambientali biennali.

La Q station ha aperto come resort a 4 stelle e mezzo nel 2008. Un centinaio di posti letto, sale conferenze, un ristorante ricavato nell’ex locale caldaie e un centro visitatori nell’ex deposito bagagli e nell’ospedale, ricostruito à l’identique – servizi d’accoglienza collocati negli shed in mattone intorno al molo, degli anni ’10 del Novecento. L’hotel attuale si rivolge ai cultori della storia e del paesaggio, non del lusso ad ogni costo. Le camere non hanno l’aria condizionata e, sempre per i vincoli di tutela, un terzo addirittura non ha bagno privato. La grande partita progettuale è stata peraltro quella d’insonorizzare e rendere ignifughi i corpi degli alloggi sulla collina – edifici leggeri, prevalentemente in legno – mantenendo inalterate al 90% le strutture storiche. «Ma il successo maggiore – sottolinea Davies – è stato d’innalzare il comfort senza cancellare il carattere collettivo delle tipologie, con le lunghe verande in condivisione». Così si trasmette qualcosa dell’esperienza storica della quarantena. Il grande senso d’isolamento dell’area, secondo Davies, rimane sostanzialmente immutato.

 

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