20 interni domestici per 100 anni

by • 5 Marzo 2020 • Design, Mosaico, Reviews1428

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Visita alla mostra “Home Stories 100 Years, 20 Visionary Interiors”, al Vitra Design Museum fino al 28 febbraio 2021

 

WEIL AM RHEIN (GERMANIA). Per quanto gli storici dell’architettura di solito si concentrino su edifici e su grandi piani urbanistici per definire gli “stili”, questi movimenti sono anche costituiti da interni domestici. Le nostre case sono l’espressione di come vogliamo vivere; configurano le nostre routine quotidiane e influenzano sostanzialmente il nostro benessere. Dagli anni ’20 ai giorni nostri la linea temporale del design domestico rivela come in questo ambito si siano rispecchiati anche i mutamenti sociali e le innovazioni tecnologiche. Gli ambienti infatti riflettono i comportamenti sociali, la cultura e le politiche del nostro tempo; il design per la casa rappresenta una grande fetta dell’industria globale e alimenta anche un intero ramo dei media. Negli ultimi anni, un cambiamento profondo nel modo di percepire l’ambiente domestico è legato a piattaforme web come Airbnb, Instagram o Pinterest: grazie ad esse possiamo pubblicizzare il nostro appartamento e considerarlo sempre più come un bene da commercializzare. Tuttavia, la questione dell’abitare o dei modi di vita manca sempre più di un discorso responsabile.

“Home Stories 100 Years, 20 Visionary Interiors” riunisce una selezione di progetti emblematici che raccontano 100 anni di storia del design e degli interni privati. Tuttavia non possiamo parlare di una mostra completa, perché 20 progetti, seppur supportati da imperdibili materiali d’archivio, possono dare solo un’idea di quelli che sono stati i grandi cambiamenti in questo lungo arco temporale.

 

Un viaggio a ritroso nel tempo

A partire da questioni odierne come la riduzione dello spazio abitativo e dei confini tra lavoro e vita privata, la mostra riporta i visitatori indietro nel tempo: dalla moda anni ’70 per il loft, al passaggio dalla vita formale a quella informale negli anni ’60, all’ascesa degli elettrodomestici negli anni ’50, fino ai primi esperimenti di distribuzioni a pianta libera negli anni ’20. Una varietà di argomenti illustrata attraverso casi studio storici, considerati all’epoca visionari, di architetti tra cui Assemble, Lina Bo Bardi e Josef Frank, artisti come Andy Warhol, Roland Penrose e Lee Miller, nonché designer d’interni come Elsie de Wolfe e Cecil Beaton.

Suddivisa in quattro sezioni tematiche, dimostra come la progettazione degli ambienti abitativi non sia solo influenzata da singoli arredatori di spicco, ma prenda anche spunto dal mondo dell’arte, dell’architettura, della moda o della scenografia.

La prima sezione, “Spazio, economia, atmosfera: dal 2000 a oggi”, descrive il cambiamento in corso in ambito abitativo, ad esempio con Yojigen Poketto Apartment (Studio Elii, Madrid, 2017) che riesce a sfruttare una superficie minima grazie all’estrema versatilità degli arredi. Con Antivilla (Arno Brandlhuber, Potsdam, 2014) dimostra come un’ex fabbrica possa essere riqualificata ad ambiente domestico, fino al progetto Granby Four Streets Community Housing (Assemble, Liverpool, 2013-17) dove, in stretta collaborazione con gli abitanti, è stato salvato dalla distruzione un insediamento di case a schiera di epoca vittoriana riconvertendo gli spazi adattandoli alle nuove esigenze abitative contemporanee e realizzando elementi d’arredo con materiali presi dalle case.

“La reinvenzione degli interni: 1960-1980” indaga le radicali rotture con la tradizione che si ebbero nell’interior design dagli anni ’60 agli ’80. Lo stilista Karl Lagerfeld, un appassionato collezionista di progetti firmati dal Gruppo Memphis, trasformò il suo appartamento di Monte Carlo (1983) in un santuario del postmodernismo, mentre la Silver Factory di Andy Warhol (New York, 1964-67) fu uno dei primissimi esempi di un edificio industriale abbandonato riconvertito in ambiente domestico, che portò alla ribalta l’idea di loft living. In mostra anche IKEA, che ha permesso di arredare molte case con mobili moderni a prezzi accessibili, ma questo sviluppo ha contribuito a considerare i mobili e gli oggetti d’arredamento come intercambiabili e di breve durata, con negative conseguenze per l’ecologia. Legate a questa sezione due installazioni accessibili situate all’esterno del museo: nella stazione dei vigili del fuoco progettata da Zaha Hadid è esposta una ricostruzione del leggendario Phantasy Landscape (Verner Panton, 1970) mentre, di fronte al museo, la micro-casa Hexacube (George Candilis, 1971) testimonia come già nel periodo si sperimentassero unità abitative modulari mobili.

“Natura e tecnica: 1940-1960” illustra la fluidità dei confini fra ambienti interni ed esterni che divenne il tema privilegiato di spazi abitativi come nella Casa de Vidro (Lina Bo Bardi, San Paolo del Brasile, 1950-51), in contrapposizione con il video del famoso “dibattito in cucina” fra Richard Nixon e Nikita Chruschtschow (1959), quando i due politici, in una casa prefabbricata costruita per l’Esposizione internazionale di Mosca, discussero della qualità abitativa e degli standard domestici nei due sistemi politici.

Nell’ultima sezione, “Gli inizi dell’arredamento moderno: 1920-1940”, i lungimiranti concetti che ancora oggi caratterizzano molti spazi domestici. Architetti, come per esempio Ludwig Mies van der Rohe, ridefinirono completamente la struttura e la disposizione degli spazi domestici (Villa Tugendhat, Brno, 1928-30) e poi il concetto del Raumplan di Adolf Loos che applicò un principio simile alle tre dimensioni dello spazio (Villa Müller, Praga, 1929-30). In totale contrasto con tali approcci modernisti, vi erano molti contemporanei che continuavano a lodare ornamenti e decorazioni come forma espressiva; fra questi, l’americana Elsie de Wolfe, autrice del volume The House in Good Taste (La casa di buon gusto), pubblicato nel 1913, e considerata una delle prime arredatrici d’interni professioniste della storia.

Molto curato, anche dal punto di vista grafico, l’ampio catalogo, attraverso fotografie, disegni e contributi di vari autori, come il capitolo di apertura A Sense of Space curato da Jasper Morrison. Meno d’impatto e forse poco efficace l’allestimento che, pur considerando l’aspetto della modularità ed adattabilità, per spostare la mostra in altri luoghi, dialoga poco con l’argomento e non rende l’idea di domesticità.

 

Prossimo passo, la riplasmazione dello spazio aperto

Il Campus Vitra è un organismo in costante mutamento. Questa volta però non sarà un nuovo edificio a caratterizzare lo straordinario polo del design, bensì la riprogettazione del grande spazio verde tra la Vitra Haus e lo stabilimento di Alvaro Siza. Avviato nel mese di maggio, “Perennial Garden” è un intervento concepito dal paesaggista olandese Piet Oudolf che crescerà nel corso degli anni. Non un semplice giardino, ma una vera e propria composizione artistica vegetale che offrirà una nuova esperienza all’interno del campus.

 

Home Stories: 100 Years, 20 Visionary Interiors

Vitra Design Museum, Weil am Rhein (Germania)

Fino al 23 agosto

Curatore: Jochen Eisenbrand con Anna-Mea Hoffmann

Allestimento: Space Caviar

 

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