Contropiede di Koolhaas: ed è Countryside!

by • 2 Marzo 2020 • Mosaico, Professione e Formazione, Reviews4154

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Il futuro post-umano è in campagna, parola dell’architetto olandese, che espone le sue ultime ricerche al Guggenheim Museum di New York

 

La storia di Rem Koolhaas (Rotterdam, 1944), a partire dagli esordi come giornalista e sceneggiatore, è simile a quella di un romanziere del nostro tempo, poi diventato un’agile spia dell’architettura e della città contemporanee, quindi un discepolo indisciplinato, creatore di concetti spiazzanti, sia scritti che disegnati. «Se guardi al presente in modo creativo, puoi anche liberare futuri. Quindi, in questo senso, non siamo così tanto previsori del futuro, ma abilitatori del futuro». I fiumi di parole che scorrono nei testi dell’architetto/ricercatore olandese sono come avvertimenti in codice per il tempo che verrà e non solo. Da qui il fascino, la capacità di analizzare il presente senza preconcetti, seguendo il filo rosso di una modernità imperante che scandaglia le menti tenendole all’erta con analisi acute, a tratti acide e schiaccianti. Soprattutto c’è la città, i suoi abitanti e le loro vacue passioni, minimaliste e sole, alle quali Koolhaas ha dedicato insistente attenzione. Tutto, infatti, si muove per smuovere il tassello “uomo” e farlo rimbalzare – anestetizzato – altrove sin dalla tesi di laurea (discussa nel 1972 all’Architectural Association di Londra, con Madelon Vriesendorp, Elia e Zoe Zenghelis), primo banco di prova per una città ai limiti del possibile che devia i propri abitanti, «prigionieri volontari dell’architettura», dalle consuetudini, dirottandoli su una maxi fascia continua di funzioni extra, destinata al piacere e allo svago personale, lasciando il centro storico di Londra in stato di catatonico abbandono.

 

Funzionalismo critico

Da allora in poi il funzionalismo, piuttosto che essere banalmente demonizzato (come molti architetti hanno fatto già a partire dagli anni Sessanta, spingendo l’acceleratore sulla forma e sulla sua indipendenza dalla funzione), è stato lo strumento di maggiore evoluzione per l’architettura prodotta. Le funzioni, una volta identificate, vengono passate al setaccio dell’occhio critico che ne enfatizza gli effetti vitali, fino alla costruzione di nuove forme di funzionalità che rubano letteralmente la scena a qualsivoglia ambizione architettonico-formale, la cui estetica appiccicaticcia sembra essere ben lontana dagli obiettivi di questo architetto “involontario” del nostro tempo (tra i tanti esempi spiccano Villa dall’Ava, la Maison à Bordeaux, la Seattle Central Library, l’Axel Springer Campus, il Brighton College…). Una sorta di “funzionalismo critico”, sponda fertile per rimpolpare una disciplina mutante, dove la modernità viene assorbita e reinventata come recitava uno dei capitoli della Biennale “Fundamentals”, curata da Koolhaas nel 2014.

 

Urbanesimo mutante

L’attività ufficiale inizia nel 1975 insieme agli autori della tesi e a una giovanissima Zaha Hadid (ma ancora sotto l’egida di Oswald Mathias Ungers) con la fondazione dello studio OMA (Office for Metropolitan Architecture), con sede a Londra, New York e Berlino, per sviluppare «una forma mutante di urbanesimo» poiché, secondo Koolhaas, «la vita nella metropoli rappresenta un esperimento collettivo nell’invenzione e sperimentazione di una nuova cultura… Attraverso la sua iperdensità di persone e tecnologia, la metropoli fa implodere tutte le forme di architettura precedenti». Non a caso, protagonista di noti testi di Koolhaas sulla metropoli sono la città generica (liberata dalla schiavitù del centro, dalla camicia di forza dell’identità), la bigness e il junk-space, in grado di scoraggiare ogni genere di velleità architettonica, ora diluita nella “grande dimensione” metropolitana o nello “spazio-spazzatura”; quel mix d’ineluttabilità generata dalla proliferazione incontrollata d’ingredienti urbani da urlo: dallo shopping in poi.

Nel 1978 la pubblicazione del testo Delirious New York pone Koolhaas all’attenzione internazionale: amoreggiando con il tema della congestione urbana di Manhattan, finisce per scrivere il manifesto retroattivo di uno dei luoghi più ambiziosamente densi e metropolitani del pianeta. Delirio che viene accompagnato dalla mostra “The Sparkling Metropolis”, dove vengono esposti 50 disegni di città di architetti e artisti della sede londinese di OMA e che si svolge al Guggenheim Museum di New York, lo stesso luogo dove si è da poco inaugurata la mostra Countryside, The Future” (20 febbraio – 14 agosto 2020), l’ultima fatica di questo guru dei tempi moderni che non ha mai smesso di fare ricerca (nel 1999 è co-fondatore di AMO, il thinktank, ora diretto da Samir Bantal, nato per sviluppare pensiero critico sui progetti di OMA), e che ora approda nei terreni vergini (si fa per dire) della campagna. Sembrerebbe un cambio di rotta, ma non è così.

 

Rem e la campagna del post-umano

Chi fa ricerca non restringe mai il proprio campo d’azione barricandosi e circoscrivendo argomenti, ma insegue traiettorie sempre differenti, cercando di non lasciare mai nulla d’intentato.«Ora sono interessato alla campagna per la stessa ragione per cui prestavo attenzione a New York negli anni ‘70… Perché nessun altro lo stava facendo». E la campagna si sa, è il contraltare della città, è quell’universo che ora più che mai la città reclamizza e che vediamo spuntare qua e là in lussureggianti condomini nel tentativo di ritrovare un equilibrio e una soluzione ai problemi ambientali, irretiti dalla vita agreste e dalle sue promesse accattivanti di poter finalmente respirare a pieni polmoni. In realtà, quello che Koolhaas e i suoi collaboratori hanno scoperto è che, mentre le città implodono fino all’inverosimile, giocando di recupero e combattendo giorno per giorno contro tutti i possibili mali che la “selvaggia” convivenza urbana impone, la campagna, da luogo d’inciviltà da cui fuggire, si sta trasformando in luogo di redenzione civile, appianando contrasti e bandendo tempi morti a favore di una ferrea organizzazione quasi disumana, tanto da presentarsi come un ente in grado di garantire una sopravvivenza automatizzata, a tratti anche bello e attraente.

Ancora una volta, Koolhaas ci prende in contropiede. La campagna sta cambiando veste, si sta macchinizzando e sta scavando nel futuro molto più in fretta di quanto la città si stia scavando una fossa più o meno confortevole in cui sopravvivere degnamente. Si tratta di una modernità silenziosa, affidata a sofisticati sistemi di produzione robotizzati, che si prepara a rovesciare equilibri oramai dati per scontati. Contro ogni aspettativa, dunque, la campagna apparterrebbe al post-umano.

 

La mostra al Guggenheim

Le ricerche presentate hanno un carattere antropologico e sociologico: raccontano storie e trasformazioni della campagna illustrate lungo i sei livelli della rampa del museo newyorkese, ognuno con un tema specifico. Mentre all’ingresso, sulla Fifth Avenue, ad accogliere i visitatori ci sono un contenitore per coltivazioni industriali ermeticamente sigillato che coltiva pomodori sotto luci a LED rosa in un microclima altamente sofisticato, e un trattore Deutz-Fahr di alta tecnologia, utilizzato nell’agricoltura industriale.

Da qui in poi vengono esibiti i mondi muti da cui Koolhaas è stato affascinato negli ultimi dieci anni. La nota caratteristica sono i capannoni industriali ripetuti pedissequamente «capannoni ultra-utilitari, lontani dall’ambizione architettonica», fatti per le macchine e non per l’uomo. Secondo Koolhaas negli ultimi cento anni non vi è stata un’architettura con un vigore simile, le cui performance si basano rigorosamente su codici, algoritmi, tecnologie, ingegneria, non intenzioni. «La sua noia è ipnotica, la banalità è mozzafiato». Questi pseudo edifici incarnerebbero, perciò, un nuovo tipo di sublime che trova eco nelle grandi serre estese a dismisura: dimostrazione palese che le piante non hanno più bisogno della luce del giorno o della terra (e di tanta acqua) per crescere, che possono influenzarsi e prendersi cura l’una dell’altra meglio di quanto le nostre attuali monoculture permettano loro, inondate di pesticidi…

Insomma, un mondo al passo coi tempi, evoluto e magnetico, distante dalle pratiche di vertiginosa urbanizzazione del pianeta e dai relativi compromessi, soprattutto al riparo dall’umano, dalle sue nevrosi ed estrema vulnerabilità.

 

Countryside, The Future

Solomon R.Guggenheim Museum, New York

20.02.2020 – 14.08.2020

 

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One Response to Contropiede di Koolhaas: ed è Countryside!

  1. […] fronte a noi, su quale terra poggiamo i piedi o quale cielo guardiamo. Del resto Rem Koolhaas, in “Countryside”, individua la campagna come il luogo della prossima utopia […]