Piazza Garibaldi a Napoli, c’è vita nello spazio pubblico

by • 21 Gennaio 2020 • Città e Territorio, Mosaico, Progetti1779

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A due mesi dal completamento, visita alla nuova “porta della città” su progetto di Dominique Perrault; i cittadini sembrano appropriarsene con consapevolezza

 

NAPOLI. Nel 2004 la Metropolitana di Napoli SpA affida a Dominique Perrault il progetto della stazione della Linea 1 della metropolitana e della piazza antistante la stazione ferroviaria centrale. L’intero invaso, nella configurazione degli anni ’60 successiva alla demolizione della stazione ottocentesca, è stato sempre un immenso vuoto di 365 metri per 165, frammentato dalle strade, dominio di automobili, autobus ed eserciti di pedoni.

A fine novembre 2019 è stata completata e riconsegnata alla città la nuova piazza Garibaldi. «Questo evento segna il completamento di un vasto progetto, caratterizzato dalla costruzione della nuova stazione della metropolitana (2013) e della grande galleria commerciale coperta (2015)», dice l’architetto francese. L’intento progettuale è la costruzione di uno spazio pubblico dove lo snodo ferroviario e metropolitano si configuri come porta della città. Il viale centrale lo divide in due: sul lato sud la piazza semi-ipogea al tempo stesso galleria commerciale ed accesso alle linee della metropolitana; sull’altro la piazza a livello stradale con 130 alberi, aree per il gioco e lo sport, una cavea scavata e gli accessi alle reti dei servizi nel sottosuolo. Si realizza così una molteplicità di funzioni come se fosse un’aggregazione di più piazze.

Dalla galleria commerciale sottoposta sale una selva di alberi di metallo che ricoprono con campiture di teflon le persone che camminano veloci verso i treni, si riconnettono con la quota stradale e si allineano con la copertura triangolare della stazione, in una sorta d’ideale linea prospettica che collega l’intero sistema con la statua di Garibaldi e l’inizio del centro storico. La stazione ferroviaria di Napoli fu realizzata dal 1954 al 1966 come rielaborazione di tre progetti vincitori ex equo dell’apposito concorso (B. Barinci, M. Battaglini, C. Cameli, M. Campanella, C. Cocchia, G. De Luca, M. Lombardi, P.L. Nervi, L. Piccinato, G. Vaccaro, U. Viale, B. Zevi). La soluzione di una pensilina, che poggia su una struttura tripode, copre i binari ed unifica tutte le funzioni necessarie, stabilisce una stretta relazione con la città penetrando in essa. Al contrario, il progetto di Perrault, al di là dell’allineamento descritto, non determina un vero rapporto con l’edificio. Uscendo dalla stazione non si ha la percezione di una connessione con lo spazio urbano, una strada intasata di automobili, autobus e pedoni separa visivamente e funzionalmente i due ambiti. Dal lato dello spiazzo alberato la vista verso la cortina edilizia di fronte viene in parte occupata dal reticolo di metallo, che lascia liberi solo gli ultimi piani dei palazzi, nascondendo l’unità dell’apparato decorativo. La geometria della foresta metallica contiene un’innegabile suggestione, ma non basta a nascondere le criticità. Dai teli colano gocce d’acqua e con il sole l’ombra che si stampa a terra è un brandello sfilacciato che non procura sollievo nelle giornate assolate. La cavea suscita perplessità, ubicata com’è in un luogo di passaggio frenetico e c’è il rischio che diventi il regno degli ambulanti abusivi e dei giocatori delle tre carte; stesso scenario per i campetti sportivi. Le posizioni dei volumi e delle rampe di accesso al parcheggio sottostante sembrano casuali e confondono l’unitarietà del disegno, mentre i lampioni progettati per Parigi nel 1996 arrivano a Napoli come una soluzione di riserva che sa di colonizzazione. Infine, i trolley dei viaggiatori sobbalzano e si rivoltano sulle bocciardature troppo profonde del basolato.

Eppure, l’idea di trasformare un fulcro della mobilità urbana ed extra in spazio pubblico dotato delle componenti tipiche della città, dalle strade ai giardini alle piazze, in continuità con il tessuto contiguo, aggiunge la qualità di una riconoscibilità a questo non-luogo per definizione.

Ora tocca alla città riappropriarsene, farne un uso intelligente, abitarlo in sostanza con la stessa cura che si destina alle proprie cose. Tocca a NOI, dalla scala microscopica a quella globale, NOI individui cittadini politici tecnici del tutto simili alla comunità di donne ed uomini di tutte le razze in attesa o in cammino che Michelangelo Pistoletto ha serigrafato sui pannelli di acciaio specchiante ai lati delle banchine della metropolitana. In alto un lucernario fa scendere la luce nel pozzo centrale, dove s’intrecciano le scale mobili ed i tubi delle aerazioni fino ai binari, mescolando riflessi e stralci mutevoli di realtà con le sagome immobili dell’arte che, invase dall’energia del cielo napoletano, si mettono in moto. Quando, facendo il punto della situazione, l’assessore competente qualche mese fa ci ha rassicurati annunciando che la piazza avrà cestini porta-rifiuti, sistemi d’irrigazione e panchine per evitare accampamenti, sono sembrate ipotesi inadeguate alla complessità di una città come Napoli dove il degrado è sempre in agguato. A distanza di quasi due mesi, passando di sera registro con la soddisfazione di essere stato finora smentito una tenuta: le persone siedono sui gradini della cavea, alcuni giovani giocano a basket, i lampioni diffondono una luce quasi domestica, mentre alberi ed aiuole sono in buona salute. La città sta facendo la sua parte.

In copertina, disegno di Davide Vargas

 

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