Pete Kercher: correggiamo gli errori di decenni di consumismo

by • 3 Dicembre 2019 • Design, Interviste828

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Nella giornata internazionale delle persone con diverse abilità, un dialogo con il cofondatore di Design for All sul ruolo del progettista e sul futuro dei servizi

 

Pete Kercher è cofondatore, past president e attualmente ambasciatore di EIDD – Design for All Europe. Anglo-tedesco trasferitosi in Italia da oltre 40 anni, è designer strategico che opera in molti paesi europei, occupandosi del progetto per l’inclusione della diversità umana, con un interesse particolare per il campo del patrimonio culturale. Lo intervistiamo in occasione della giornata internazionale delle persone con diverse abilità (3 dicembre).

 

Bureau of European Design Associations, Associazione per il disegno Industriale, Design for All, Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno, solo per citarne alcune. Lei è figlio e protagonista di una cultura europea del design che brilla per la sua capacità, negli anni, di generare rapporti, costruire reti e condividere pensieri comuni. A suo avviso, esiste ancora una differenza tra i designer europei e i colleghi provenienti dal resto del mondo?

Un paio di settimane fa ero in Corea per una conferenza molto interessante: “First Chuncheon UD International Forum”, con il sottotitolo “Global City: City for All”. Gli altri relatori arrivavano da Singapore, dagli Stati Uniti, dalla Danimarca e naturalmente anche dalla Corea. Condividendo i nostri intenti, nel campo dell’utilizzo mirato del progetto per realizzare l’inclusione della diversità umana, era notevole quanto abbiamo condiviso anche in termini di metodologia. Per rispondere alla domanda, quindi, non penso che si possa identificare un designer-tipo per l’Europa, perché esistono tanti tipi diversi all’interno di ogni area geografica. Eppure una certa cultura condivisa esiste in Europa, non tanto nel progetto di per sé, ma nell’humus della nostra storia condivisa che, inevitabilmente, ha delle ripercussioni sulle cose che si progettano e quindi sui modi di progettare. Certo che ci sono ancora differenze, e mi auguro che ce ne saranno sempre, non tanto e non necessariamente per motivi geografici, ma per le culture di origine e di conseguenza per le culture di applicazione del progetto.

 

Nella prima edizione della Design for All Summer School, Lei ha incuriosito i partecipanti affermando: “Non chiedete ai designer di risolvere problemi, chiedetegli invece di accettare sfide”. Dalla commissione di un incarico al coinvolgimento nell’ideale che quell’incarico porta con sé. Può la ricerca del profitto ricollocarsi in questa transazione?

Credo proprio di sì, nella misura in cui un progetto di successo si definisce anche in termini di utili per il risultato del processo progettuale. E quel processo dovrebbe, a mio avviso, partire non tanto dalla ricerca di un problema da risolvere, che richiede una messa a fuoco sul lato negativo di una situazione, quanto dalla ricerca di una sfida alla creatività. A prima vista la differenza può sembrare una quisquilia, un vezzoso e sterile discorso di semantica, mentre è l’esatto contrario: concependo il lavoro del creativo in termini unicamente di problemi da risolvere, applichiamo al creativo una camicia di forza che limita le sue azioni, negandogli la possibilità di volare in alto e guardare la situazione nel suo contesto olistico, ove cogliere la sfida d’immaginare risposte innovative e non dettate dai parametri del passato (ossia: i parametri che avevano causato il problema). Sia chiaro: per quanto nobile, il design non può sopravvivere in puro stato di altruismo ma deve poter guadagnare il giusto, sia perché i migliori siano attratti dal lavoro di progetto, sia perché si possano poi permettere di campare in modo dignitoso. E non fa affatto male guadagnare, anche bene, se quel guadagno riesce a mantenersi etico, sia nei modi che nei risultati.

 

Il designer secondo Pete Kercher. Studiare, specializzarsi, insistere nella formazione per un design inclusivo, potrà mai rappresentare uno sbocco lavorativo dedicato? In altre parole, si potrà vivere di soli servizi specialistici basati sui principi del Design for All?

In un certo senso, ho già reagito a questa domanda con la risposta precedente. Ma per chiarire ancora di più, vorrei che si capisse dov’è precisamente che si trova il futuro della professione del progetto, anche per spazzare via alcune idee poco realistiche. Parte della mia attività consiste nell’insegnamento in questa materia affascinante. Ai miei studenti suggerisco sempre di non disperare se, dopo aver finito lo studio, non troveranno necessariamente un facile posto di lavoro nei campi convenzionali del design italiano. In parte perché sforniamo migliaia di nuovi progettisti ogni anno, ma in parte perché il mondo non è più quello degli anni del boom del design italiano, gli anni ’50-’60-’70, per intenderci. Ma non è che scarseggia il lavoro per i progettisti: basta uscire dall’aula e guardarsi intorno (a dire il vero, a volte basta guardarsi intorno senza nemmeno uscire dall’aula): vedranno un mondo e un ambiente artificiale progettato piuttosto male, costruito peggio e con manutenzione che spesso rasenta lo zero. Un mondo che non rispecchia, se non a caso, le esigenze della realtà della diversità umana che ora l’abita e che deve adattarsi ai suoi ostacoli, alle sue barriere, alle sue sciatterie progettuali. Nel futuro anche prossimo, con la popolazione che invecchia, i servizi specialistici saranno i servizi progettuali che oggi sono considerati principali: i prodotti di alta gamma, i mobili costosi, gli appartamenti di lusso e così via. I servizi di Design for All, invece, saranno quelli più necessari e richiesti, per poter correggere gli errori di decenni di consumismo basato sulla funzione che siamo tutti maschi venticinquenni in perfetto stato di salute che non faticano ad adattarsi alle difficoltà create da un mondo progettato male.

 

Ci elenchi tre elementi chiave che ritiene lacunosi, sfocati o del tutto assenti nella formazione attuale dei designer.

Per i motivi descritti sopra, vorrei vedere più energie spese per studiare e capire la realtà del mondo e dei suoi abitanti: la diversità umana deve costituire la base di ogni progetto che non sia intenzionalmente esclusivo. Basta con la superficialità del pensiero a compartimenti stagni: vorrei vedere più studio della sociologia del design.
Vorrei vedere gli studenti di oggi imparare l’importanza dell’umiltà nei confronti di tutti: gli addetti alla pulizia possono insegnare anche al più eminente architetto come progettare gli spazi per facilitare le operazioni di pulizia che, se eseguite in un palazzo con una struttura complicata, nel quadro di un bando vinto al ribasso, sono condannate alla superficialità. I punti difficilmente raggiungibili sono difficili da pulire: è là che si raccoglie la sporcizia che facilita l’accumulo dei batteri. Nel vecchio paradigma, l’esperto doveva sapere tutto, ma nessuno nasce esperto e oggi il vero esperto è chi sa di non sapere e sa a chi rivolgersi per imparare. In terzo luogo, vorrei cambiare l’approccio alla tecnologia. Da una parte, oggi, si tende a concepire la tecnologia in termini di un mezzo che potrà salvarci da tanti errori: invece di riprogettare i dislivelli, si propongono inverosimili (e costosissimi) marchingegni per superare le scale. Marchingegni che spesso non funzionano, perché richiedono un’altrettanto costosa manutenzione. Dall’altra parte, il mondo del progetto troppo spesso si limita a reagire alla spinta tecnologica, creando applicazioni a volte di discutibile utilità, semplicemente perché lo sviluppo tecnologico ci fornisce un nuovo mezzo: il mondo della ricerca tecnologica lavora in autonomia a creare potenzialità per le quali il mondo del progetto deve poi inventare usi. Io preferirei invece vedere più collaborazione tra il progetto e lo sviluppo di nuove tecnologie, di modo che queste possano rispondere più precisamente alle esigenze percepite da quello nel corso del suo operato nel mondo reale. Mi permetto anche un quarto desiderio. Vorrei che i progettisti del futuro imparassero a parlare le lingue del processo decisionale: non mi va d’incolpare sempre i progettisti per gli errori progettuali, che spesso sono frutto delle decisioni da cui i progettisti sono esclusi. Troppo spesso, il progettista viene coinvolto solo per lo styling, quando le vere decisioni progettuali sono già state prese, ma da chi non ha la necessaria competenza (decisori aziendali o della pubblica amministrazione). Se vogliamo correggere questo, però, occorre insegnare ai progettisti la cultura necessaria per interloquire con i decisori e anche il linguaggio necessario per convincerli. Vanno bene le autocelebrazioni del mondo del progetto, ma non a patto di restare in splendido isolamento e sentirsi offesi se gli altri non ci capiscono.

 

Dal number-centred design al people-centred design. Il designer, in questo cambio di metodo radicale, dovrebbe iniziare a progettare ignorando i dati statistici, la vita riportata e le informazioni di seconda mano. Dovrebbe invece basarsi su storie che ispirano, sulla vita reale e sull’osservazione diretta delle cose. Nell’epoca delle piattaforme pervasive come Instagram o Pinterest, dove tutto il design si raccoglie per tendenze e influencer, basterà il pensiero individuale a generare valore e interesse?

La domanda poteva essere rivolta agli studiosi di storia, materia in cui ci sono coloro che spiegano i grandi sviluppi in termini di grandi personaggi (da Alessandro Magno o Cesare a Luigi XIV o Napoleone), e altri che preferiscono spiegazioni basate sui cambiamenti sociali a lungo termine. Che cosa cambia il mondo e i prodotti del progetto? I grandi nomi, le archistar e gli star designer, i pensatori che sembrano spingere lo sviluppo di nuove tendenze, dal Bauhaus al Postmoderno? Oppure sono le forze sociali di cambiamento a costringere questi a riformulare i loro quadri di riferimento? A dire il vero, non credo vi sia una risposta univoca. Voglio credere che il mondo del progetto segua le esigenze dello sviluppo della società, seppure a volte in modo lacunoso e con un certo ritardo, e che lo farà sempre di più in modo cosciente e coerente, applicando una rigorosa metodologia di analisi e collaborazione. Non bisogna sopravvalutare il volume del rumore creato dai social media, nelle tendenze del design come in quelle della politica. Di fronte alle urla e ai confronti spesso violenti delle diatribe politiche nei social, vediamo che le persone che la pensano diversamente spesso convivono ancora in pace nella vita quotidiana. Nella stesa maniera, non sopravvaluterei l’impatto delle tendenze dichiarate in Pinterest o Instagram: per ora esistono e poi saranno sostituite da qualcosa di diverso. Ma anche in passato, quando regnavano le riviste patinate, non tutti compravano le creazioni più estreme delle archistar che le patinate volevano farci credere fossero vitali per la nostra sopravvivenza. E intanto decine di migliaia di persone andavano a comprare da Ikea. Una certa frangia è sempre esistita ed esisterà sempre, e meno male. Ma non confondiamola con il mainstream. Detto questo, mentre credo che il pensiero individuale faccia sempre fatica a generare valore e interesse finché agisce da solo, non bisogna mai dimenticare che tanti pensieri individuali, presi assieme, possono costituire una massa critica che può fare la differenza. L’unione fa la forza.

 

Immagine di copertina: secondo Pete Kercher il mondo attuale esige dalla diversità umana l’adattamento ai suoi ostacoli, alle sue barriere, alle sue sciatterie progettuali (© Ubaldo Spina 2019)

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