Duomo di Orvieto: se le statue tornano a dialogare con lo spazio sacro

by • 20 Novembre 2019 • Patrimonio846

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Riceviamo e pubblichiamo una riflessione in merito alla ricollocazione di un rilevante ciclo scultoreo manierista e barocco all’interno del Duomo

 

La ricollocazione del ciclo scultoreo all’interno del duomo di Orvieto rappresenta una completa rilettura dei significati ed una nuova percezione dello spazio della cattedrale. Il nuovo progetto, dopo una lunga gestazione che si è protratta per alcuni decenni, a partire dalle posizioni assunte, tra gli altri, da Cesare Brandi, Federico Zeri e Antonio Paolucci, ha visto la luce trascorsi 122 anni dalla rimozione degli apparati figurativi manieristi e barocchi avvenuta nel 1897 a seguito dei restauri di matrice purista. I lavori di fine Ottocento asportarono gli altari cinquecenteschi insieme a capolavori prodromi della scultura barocca quali l’«Annunciazione» di Francesco Mochi (1603-1608). La nuova sistemazione consente di recuperare l’unità storica del complesso delle statue, completamente conservato, alla cui realizzazione parteciparono dal 1552 al 1729 personalità quali Raffaello da Montelupo, Ippolito Scalza, Giambologna e lo stesso Mochi.

Si tratta, come osserva il professor Vittorio Franchetti Pardo, uno degli artefici della riuscita di questa complessa operazione, di una nuova immagine dell’interno del Duomo, ora che non è più presente quanto venne realizzato del progetto cinquecentesco di Scalza, e di un’inedita possibilità di lettura del legame tra i significati del ciclo scultoreo nel suo insieme e lo spazio sacro, in una ritrovata unità di architettura e scultura.

Una prima osservazione che è opportuno suggerire è quella relativa alla generazione, nel nuovo assetto dell’aula celebrativa, di una prospettiva che comprende la serie delle statue degli Apostoli collocate simbolicamente alla base dei dodici pilastri, contestualizzazione che corrisponde alla posizione originaria, culminante, sul piano rialzato della tribuna, nel gruppo dell’«Annunciazione». Queste, a loro volta, entrano in relazione con il crocifisso ligneo trecentesco del Maestro Sottile e l’altare, al culmine di un asse visuale che scandisce ed esprime la dimensione comunitaria della liturgia. La ricollocazione delle statue nel Duomo permette di apprezzare la raffinata conoscenza della fabbrica orvietana da parte degli artisti cinquecenteschi che consentì loro d’inserire il monumentale ciclo scultoreo in accordo con i quasi impercettibili accorgimenti di natura ottico prospettica del progetto medievale originario.

La cattedrale vive nel cammino storico in un connubio che coniuga lo spirito del tempo e le modalità, costantemente rinnovate, della visibilità del sacro. Il duomo di Orvieto, in particolare, visse nei decenni centrali del Cinquecento una stagione di sperimentazioni che anticiparono, in alcuni aspetti, temi propri dell’arte della Controriforma. Basti pensare alla decisione assunta da papa Paolo III Farnese nel 1536 di affidare ad Antonio da Sangallo il compito di trasferire il coro ligneo, allora nell’ultima campata della navata centrale, all’interno della tribuna per favorire la partecipazione dei fedeli e cogliere appieno l’unitarietà spaziale e simbolica dello spazio sacro.

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