Chicago: la Biennale delle tante storie scomode

by • 23 Ottobre 2019 • Mosaico, Reviews1053

Share
Report da «… And Other Such Stories», terza edizione della Biennale di architettura a cura di Yesomi Umolu, Sepake Angiama e Paulo Tavares

 

CHICAGO (ILLINOIS). Accompagnata dal catalogo … And Other Such Stories, a cura di Yesomi Umolu, Sepake Angiama e Paulo Tavares, la terza Biennale di Architettura di Chicago inaugurata il 19 settembre, resterà aperta fino al 5 gennaio 2020 presso il Chicago Cultural Center. Disposta sui vari livelli dello spettacolare edificio Beaux Arts (costruito nel 1897 dagli architetti bostoniani Shepley, Rutan e Coolidge, ristrutturato nel 1977), la Biennale intende «affrontare le disuguaglianze sociali e la cancellazione di paesaggi e narrazioni indigeni». Contrassegnate dai doppi peccati del colonialismo e della schiavitù, l’architettura e la pianificazione urbana sono chiamate all’azione sociale e alla riparazione di tali disuguaglianze di lunga data.

Nel concreto, il programma prevede critiche incisive sugli attuali metodi di estrazione di fossili, sulla cattiva gestione di ampie fasce di risorse naturali, sul colonialismo, sullo sfruttamento del lavoro umano e sul conseguente indebolimento sociale. Significativamente, questo include le accuse di lavoro forzato nella fornitura e nel posizionamento dei sontuosi materiali importati che adornano il Chicago Cultural Center, come il calcare blu di Bedford, il granito del Tennessee, il marmo venato verde del Vermont, il marmo rosa Knoxville, il vetro Tiffany, i mosaici, bronzo, marmo di Carrara e marmo verde Connemara (oltre a idee importate, da celebri siti veneziani come il Ponte dei Sospiri e il Palazzo Ducale).

 

I commenti

Nelle parole di Roberta Feldman, docente emerita di architettura, direttrice del City Design Center dell’Università dell’Illinois e attivista assai nota per il suo impegno a favore dell’equità abitativa, «la Biennale affronta i problemi critici dell’identità e le disuguaglianze razziali e di classe attraverso installazioni potenti e di forte impatto, ma i collegamenti e le sfide per gli interventi architettonici sono, nel complesso, ambigui o inesplorati». Approcciando invece i contributi da un’altra prospettiva, Shiben Banerji, docente di storia dell’architettura presso la Scuola dell’Art Institute, osserva che «la Biennale è una celebrazione sfrenata della società civile transnazionale come veicolo per lo sviluppo sociale, poiché la maggior parte dei partecipanti sembra aver rinunciato all’idea dello stato come agente di trasformazione sociale», pur continuando a credere che «l’architettura dovrebbe innescare la capacità della società d’immaginare un mondo migliore».

 

I temi e le installazioni: tra capanne e sprawl

Attraverso targhe e altre evidenze, le mostre sono punteggiate da richiami sul fatto che il Chicago Cultural Center (come la stessa città) si trova su un terreno derubato ai suoi abitanti nativi, e che i numerosi e sontuosi materiali da costruzione che lo costituiscono sono stati ottenuti attraverso il lavoro degli schiavi. I due più grandi spazi espositivi sono simili nel loro focalizzarsi, rispettivamente, sulle questioni di marginalità e sfruttamento delle minoranze, e sull’estrazione e conservazione delle risorse minerali naturali.

Grande impegno è stato dedicato alla progettazione delle installazioni, che rappresentano la visualizzazione architettonica. La maggior parte dei contenuti stessi si occupa del tema abitativo, livello base della ricerca architettonica sviluppato in specificità di dettaglio, oppure del tema della distruzione dell’ambiente a scala planetaria attraverso una pianificazione infrastrutturale speculativa se non inesistente. La struttura generale di questa Biennale si può così riassumere in due concetti: “capanne” e “dispersione”. Entrambi sono stati attivamente studiati dagli architetti nel secolo scorso, ma secondo questa mostra molte accezioni devono ancora essere esplorate.

E proprio installazioni simili a capanne s’incontrano lungo il percorso. Il progetto Gun Violence Memorial di MASS Design Group offre un incipit sorprendente all’esposizione. Questa “salva d’apertura” avvisa il visitatore di sparare contro la violenza negli Stati Uniti attraverso quattro capanne di vetro, cabine trasparenti fabbricate da muri a griglia che costituiscono i “mattoni” da riempire con i ricordi delle vittime. Gli scaffali dei recinti delle capanne contengono storie e oggetti ricordo di eccidi di massa e altri omicidi casuali legati alla disponibilità di armi da fuoco nel Paese. Poiché la griglia è uniforme, le uccisioni commemorate e i loro oggetti democratizzano e appiattiscono l’odio generalizzato delle sparatorie di massa casuali e la specificità dei crimini di gang e passionali. Tali “cabine della violenza” sono presentate in contrasto con la capanna “primitiva” della Lapponia, installazione realizzata con materiali nativi come stomaci d’ippoglosso essiccati, distesi su telai di legno e ancorati da un elemento architettonico rilegato che riflette, da parte dell’artista Joar Nango, l’interpretazione dell’architettura come dispositivo d’imbavagliamento.

Seguono altre capanne. La Great Lakes Water School di Oscar Tuazon è un espressivo capannone in legno circondato da botti di acqua riscaldata dal sole in modo naturale che irradiano calore. Simile all’Arte povera, la capanna “di fuoco” – con un centro di combustione simulato – costruita con materiali recuperati da Santiago X è un vivido e pericoloso richiamo della funzione elementare del costruire. Le geometrie indigene formano la base della capanna in legno curvato progettata da Tanya Lukin Linklater e Tiffany Shaw-Collinge, il più scultoreo dei reperti in mostra. La grande capanna scheletrica grezza in legno curvato, ricorda anche l’uso di oggetti recuperati dell’Arte povera, da parte della Sweet Water Foundation; presenza imponente, ricorda nella sua forma ricoveri di schiavi nelle piantagioni americane ma è sovradimensionata nella sua espressione. Un vivido contrasto con le pratiche architettoniche via via stratificate, sotto il soffitto ornato dello spazio espositivo più laboriosamente decorato di tutto il Chicago Cultural Center.

L’interesse per le questioni abitative su larga scala è ripreso da installazioni che illustrano l’attivismo comunitario attraverso l’occupazione abusiva a San Paolo del Brasile, l’espansione a Santiago del Cile e l’igiene ed equità nell’indiana Mumbai. Ad esempio, Alejandra Celedón collega l’espansione a macchia d’olio di Santiago (rappresentata attraverso l’uso di specchi in un recinto simile a uno stagno) con l’influenza insidiosa del capitalismo del libero mercato teorizzato dalla scuola economica di Chicago.

La scarsità di alloggi e il degrado dell’ambiente urbano sono considerati la controparte dei progetti di estrazione nell’installazione del “Museo del petrolio” di Territorial Agency, i cui ampi pannelli, minacciosi e inclinati, sollecitano efficacemente l’attenzione dello spettatore; il messaggio “mantenere il petrolio nel terreno” è efficacemente illustrato con impressionanti visualizzazioni satellitari. Numerosi pannelli di testo e planimetrie illuminate su grandi piedistalli, di Somatic Collective, documentano come l’estrazione di acqua, petrolio, oro, rame e ferro stravolga l’ambiente del Brasile, piuttosto che portare vantaggi alla popolazione alloggiata in condizioni di povertà.

Le rappresentazioni su larga scala che muovono critiche incisive contro la gestione ambientale spericolata, e le piccole capanne che trasmettono espressamente perdita e negligenza dettagliate, sono collegate attraverso una serie di circoli di conversazione. Quello all’ingresso principale della Biennale, allestito da Land Acknowledgment, sollecita i visitatori a considerare la terra e il sito specifico su sorgono gli edifici, invitando ad un attivismo che dovrebbe apertamente riconoscere (come avviene, ad esempio, in eventi culturali pubblici australiani) il danno inflitto alle popolazioni native da parte dei colonizzatori. La “Biblioteca anarchitettonica” di Adrian Blackwell offre la sua collezione personale di libri e opuscoli per i dibattiti dei visitatori, mentre le pareti curve che racchiudono la “fossa della conversazione” di ConstructLab chiamano i visitatori all’opposizione attiva e alla ribellione contro lo status quo.

Due interventi scultorei si distinguono in questa serie d’installazioni che puntano con forza al coinvolgimento attivo del pubblico. Gli “alberi” di legno appuntiti di Walter Hood occupano la grande corte interna dell’edificio e resistono facilmente alla curva tempestosa del muro di cinta, mentre il muro reale di Maria Gaspar – grande, grigio e abraso – è un richiamo esistenziale e silenziosamente eloquente per l’architettura.

LEGGI L’ARTICOLO IN LINGUA ORIGINALE

(Visited 271 times, 1 visits today)

Pin It

Comments are closed.