25 anni dopo, Tindaya non si tocca: no al “Cubo” di Chillida

by • 24 Settembre 2019 • Città e Territorio724

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Definitivamente accantonato il progetto dell’artista spagnolo Eduardo Chillida di realizzare una grande cavità in una montagna delle Isole Canarie

 

Interessi economici e questioni identitarie

A 25 anni dalla prima stesura del progetto di Chillida per la Montaña Tindaya di Fuerteventura e dopo decine di milioni di euro spesi nello studio geognostico e della viabilità paesaggistica (lo scultore basco non volle mai percepire alcunchè) e centinaia di vicissitudini politiche e giudiziarie, l’attuale coalizione progressista al governo nelle Canarie – Partito Socialista (PSOE), NC (Nueva Canarias) e Podemos – sembra dare definitivamente le spalle al sogno di Eduardo Chillida (1924-2002) che voleva «creare un grande vuoto dentro una montagna» che fosse «per tutti gli uomini. Svuotare la montagna e creare tre comunicazioni con l’esterno: con la luna, con il sole e con il mare, con quell’orizzonte irraggiungibile».

Il progetto non trovò mai la simpatia della popolazione locale e, sebbene dalla montagna di origine vulcanica, alta 400 metri, si estraesse da tempo la trachite, una pietra molto ambita per la decorazione d’interni ed esterni non solo nell’arcipelago delle Canarie ma anche nella vicina isola di Capo Verde (con cui sembra esistessero accordi milionari), il “Cubo” di Chillida fu sempre percepito come una superba aggressione al territorio e a un rilievo montuoso considerato sacro per il suo aspetto solitario e maestoso e per la presenza di reperti aborigeni che testimoniano un passato di rituali magici e di stregoneria.

 

Scavare la materia per introdurre lo spazio

Dagli anni ’80 del secolo scorso Chillida lavorava all’idea della cava come fonte e luogo d’ispirazione: estrarre materia per «introdurre spazio». Un’idea maturata attraverso sculture come «Lo profundo es el aire II» (1983) e «Mendi Hutz I» (1984), entrambe sottrazioni di materia da un blocco di alabastro. Dopo avere realizzato opere, anche monumentali come «El elogio del horizonte» (1980) a Gijón, che s’inseriscono nel paesaggio avvolgendo il passeggiatore, lo scultore si scopre cavatore e opera un processo inverso: non aggiunge materia al paesaggio, al contrario, la sottrae. E sogna d’intervenire in una cava già esistente. L’incontro con Tindaya rappresenta quindi il culmine di un percorso.

 

La viabilità di un «progetto senza materiali»

Come redattori del Piano Insulare di Fuerteventura, nel 1997-98 ci ritrovammo a vivere in primo piano le tensioni esistenti tra i poteri locali (Governo delle Canarie e municipi presenti nell’isola), che vedevano nel progetto un’opportunità di sviluppo economico, e le associazioni ecologiste. Senza idee preconcette decidemmo di dialogare con le diverse parti, incluso con Chillida, che accettò di ridurre da 50 a 40 metri il lato del cubo, mantenendo i due lucernari, appena percepibili all’esterno e la galleria di accesso. L’ingegnere José Antonio Fernández Ordoñez, autore di diversi ponti e importanti infrastrutture, mano destra di Chillida da diverso tempo, era incaricato di rendere possibile la realizzazione di un vano diafano, sostenuto e coperto dalla roccia viva, con rinforzi strutturali invisibili. La trachite non doveva essere un puro rivestimento. Gli architetti Lorenzo Fenández Ordóñez e Daniel Díaz Font realizzarono lo studio d’impatto ambientale. Successivamente anche Ove Arup e Evert Hoek, uno dei più rinomati esperti in meccanica delle rocce, lavorarono alla realizzabilità del progetto.

 

Fuerteventura non è Lanzarote o Chillida non è Manrique?

Vedendo il grandioso lavoro portato avanti dallo scultore César Manrique (1919-1992), nativo delle Canarie, a pochi anni di distanza nella vicinissima Lanzarote, in una fusione tra arte, architettura e natura, resta da chiedersi quanto abbiano influito nella resistenza al progetto le questioni identitarie e la gestione non partecipativa dello stesso. D’altra parte, per chi come noi ha vissuto, in quegli stessi anni, lo scempio di paesaggi culturali, anche di alto valore paesaggistico e simbolico, senza un’opposizione sensibile della stampa o della popolazione locale (pensiamo per esempio alla Sicilia e alla distruzione delle dune di Kamarina, in prossimità agli scavi della antica città greca, o all’abusivismo scellerato che soffoca aree straordinarie come il parco archeologico di Selinunte), non può che risultare sorprendente la forza con cui un pugno di ecologisti sia riuscito nel tempo a mobilitare popolazione, stampa e tribunali per ostacolare un progetto straordinario, un grande ventre di pietra “bagnato” dalla luce degli astri, che evoca la grandezza di opere antiche e universali.

 

Guarda il documentario di Gonzalo Suarez, «Tindaya. Chillida. Un proceso de creación» (1995)

 

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