Architetti e designer, quanto contate nella società?

by • 11 Luglio 2019 • Reviews1391

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Due testi analizzano la trasformazione semantica delle professioni, tra mercati, icone e ribaltamento dei ruoli

 

Mentre l’attività dell’architetto è sempre più lontana dall’avere un peso sociale e politico, per ridursi alla soddisfazione delle richieste del committente e alla vendita della merce-progetto, il designer realizza un prodotto che in alcuni casi è stato elevato a icona, a simbolo del proprio tempo, tanto da assumere valore indipendentemente dalla sua funzione e utilità.

All’analisi del ruolo dell’architetto nella società di oggi è dedicato il libro L’architetto come intellettuale, pubblicazione di Marco Biraghi, autore prolifico e docente al Politecnico di Milano, dove è vice-preside della Scuola AUIC. Il libro ripercorre la storia dell’architettura in maniera non cronologica, procedendo per casi specifici che descrivono come la teoria e la pratica del progetto abbiano nei secoli assunto significato e peso differente, rappresentando di volta in volta le trasformazioni in seno alla società. Se è vero, infatti, che oggi la professione di architetto risente di una svalutazione del ruolo, questo è attribuibile, nell’interpretazione dell’autore, anche ad un mutamento profondo e complesso già in atto da tempo, in tutti i campi. Negli ultimi cento anni le società dominate da un modo di produzione capitalistico hanno subìto una trasformazione lenta e inesorabile che ha portato l’architettura (e, a partire da essa, le abitazioni) a diventare merce, oggetto di speculazione, di serializzazione, di sfruttamento intensivo né più né meno di un qualsiasi altro prodotto di consumo. Con la messa in crisi dell’architettura e della sua rilevanza sociale e politica, la figura del progettista ha subìto da un lato in prima persona la mancanza di riconoscimento della sua utilità, dall’altro ha visto imporsi prepotentemente il fenomeno dell’autore o, meglio, della celebrity fortemente mediatizzata, l’archistar, protagonista indiscusso e richiestissimo di un nuovo modo di percepire l’architettura come spettacolo. Ma non è sempre stato così. Biraghi esamina il contributo intellettuale di architetti quali Leon Battista Alberti, Filippo Brunelleschi ma anche, più recentemente, Le Corbusier, Aldo Rossi, Manfredo Tafuri e Bruno Zevi, che animavano il dibattito critico sull’architettura facendosi portavoce delle esigenze cui lo spazio pubblico doveva rispondere e delineando una personale visione del mondo, sia attraverso la pratica progettuale sia grazie a una corposa attività teorica e didattica, oltre che mediante l’impegno civile. Sebbene oggi, riconosce l’autore, l’architetto si trovi a dover fare i conti con la difficoltà di formulare ipotesi e visioni future e di doversi limitare alla contingenza della dimensione reale, ha tuttavia l’obbligo di esserne parte attiva e d’interpretarla, prefigurando possibilità alternative.

 

L’architetto come intellettuale, di Marco Biraghi, Einaudi, 2019, 210 pagine, € 21

 

 

 

 

 

 

 

La società dei consumi ha dato vita a un mutamento radicale: ha trasformato gli oggetti e il loro possesso, anche quando non motivato, in un’esigenza “necessaria” per la nostra felicità. Ma quando un prodotto, nato per assolvere una funzione specifica, finisce con l’essere rappresentativo di un sistema di valori, evocativo di emozioni e ricordi piuttosto che essere solo utile? Quando un oggetto esprime i bisogni dell’epoca e anticipa una visione futura, ovvero quando diventa un’icona? Il libro Maledetto Design – L’ossessione pop delle icone cerca di rispondere a questa domanda dalle molte implicazioni. L’autrice, Alessandra Coppa, architetta e giornalista oltre che docente al Politecnico di Milano e all’Accademia di Brera, indica un percorso per cercare di sciogliere un nodo complesso, attraverso dialoghi aperti con alcune delle figure chiave dell’universo design. Trentatré interviste a designer, imprenditori e professionisti del settore sono accompagnate da schede tecniche, in cui vengono raccontati alcuni oggetti che hanno segnato il loro tempo e ottenuto grande successo commerciale. La Tube Chair di Joe Colombo, la lampada Arco dei fratelli Castiglioni per Flos e l’appendiabito Cactus disegnato da Guido Drocco e Franco Mello per Gufram non sono più solo prodotti di design ma anche immagini che riassumono un valore universalmente riconosciuto; “oggetti senza tempo” e, tuttavia, calati nel loro tempo, di cui diventano una rappresentazione per antonomasia, capaci di comunicare significato e innovazione. Il testo mette in copertina lo spremiagrumi Juicy Salif di Phillippe Starck per Alessi, che per antonomasia rappresenta il concetto d’icona e il cambio di prospettiva del fruitore nel considerare di valore l’oggetto di design, quando non assolve la sua funzione ed è, per contro, decisamente poco pratico. Ad attrarre non è un prodotto utile, che migliora la fruizione, bensì un oggetto-scultura da esibire, rappresentazione del modo di essere o di volere apparire. In questo successo, che tradisce la missione stessa del designer, consiste la maledizione, di cui scrive Coppa, con toni a volte provocatori e divertiti, a volte più tecnici. Una maledizione che ha fatto e continua a fare la storia del design.

 

Maledetto Design – L’ossessione pop delle icone, di Alessandra Coppa, Centauria, 2019, 160 pagine, € 19,90

 

 

 

 

 

 

 

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