Il nuovo Museo Italiano del Design è tutt’altro che nuovo

by • 9 Aprile 2019 • Design, Mosaico1547

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Visita alla parte 1 del Museo della Triennale di Milano che, in attesa dell’ampliamento ipogeo, appare come la premessa di una più compiuta operazione culturale

 

La conferenza e l’inaugurazione

MILANO. Dunque al fine siamo arrivati al Museo del Design Italiano, primo dei due musei –l’altro, quello di ADI, già ben annunciato– che si aprono a Milano fra 2019 e 2020. Durante l’affollata conferenza stampa il presidente della Triennale Stefano Boeri saluta il patrimonio del disegno industriale qui mostrato in modo selettivo e stabile e lascia la parola ai saluti istituzionali dell’assessore comunale alla cultura Filippo Del Corno che sottolinea le tre proprietà del neonato museo: luogo di comunità, centro di ricerca e polo di attrattività che contribuisce alla “fertilità climatica” che Milano offre al pensiero creativo. L’omologo assessore regionale Stefano Bruno Galli saluta l’importante istituzione, alla quale Regione Lombardia ha contribuito con la collezione dei modelli di Giovanni Sacchi -artista/modellista interprete di buona parte del design milanese del dopoguerra- riconoscendo il progetto espositivo come coerente nella convinzione che sia il presente ad illuminare il passato, probabilmente cogliendone senso e significati. Boeri torna sulla sfida lanciata l’anno scorso e vinta, aprire un museo stabile durante il Salone del mobile 2019, dichiarando lo stesso episodio Uno quale parte di un percorso tutto da scrivere (la collezione oggi presentata, infatti, è molto lontana dai caratteri di completezza che un museo richiederebbe). Ma se, come ha detto Boeri, «Gli oggetti iniziano a parlare circondati da una folla di riferimenti» (sic), subito si delinea all’orizzonte un ampliamento ipogeo della beneamata istituzione di viale Alemagna, oggetto di un concorso ad inviti e di un finanziamento, ministeriale, di 10 milioni tondi.

Joseph Grima, capo del team curatoriale per l’erigendo museo costituito, evoca gli avi nobili nella X Triennale, nelle mostre anni novanta di De Giorgi, Branzi, Bosoni, per arrivare alla mostra di Triennale “La memoria e il Futuro” e ai TDM (Triennale Design Museum) 1, 3, 5 che, quasi capitoli di un libro la cui scrittura è iniziata decenni fa, portano oggi al compimento di un museo “forte” di 1.600 pezzi, ma 200 quelli esposti, che raccontano l’avventura del design italiano dal 1946 al 1981, età dell’oro milanese/italica, con semplicità di presentazione, contesto storico e culturale a parete, telefoni “Grillo” parlanti su basamento che chiedono solo di essere interrogati per spiegare i segreti degli oggetti presenti. È poi il turno di Mario Bellini che, padre nobile di questo museo acclamato a furor di popolo, si mette subito a giocare con la parola design, scherzando, ma non troppo, sul fatto che avremo ben fatto un museo, ma non sappiamo neanche definire cosa sia il design. Amen e così sia. Ben sapendo che in qualche modo bisogna pur sbilanciarsi, il Nostro si lascia scappare che form follows function!, e che dall’incrocio fra forma e funzione pare nasca il design. Così scendiamo a visitare la nuova “curva” sud del design, costata 500.000 euro, allestimento dell’Ufficio tecnico Triennale, non senza il viatico delle parole del presidente Boeri che, citando la gialla “Divisumma” belliniana, ricorda che Olivetti arrivò prima di Apple a portare attorno ad un oggetto l’intelligenza di un mondo che faceva della qualità globale la propria missione. Le foto al museo le facciamo però oggi senza un apparecchio italiano in mano, ma questa è una delle molte storie che attendiamo di vedere raccontate nei prossimi episodi del Museo del Design Italiano della Triennale.

 

I contenuti e l’allestimento

Più che il Museo del Design, in Triennale si è aperta la premessa o la promessa del Museo del Design, il primo capitolo di una storia ancora da scrivere e di cui a oggi non è stata svelata nè la trama nè gli obiettivi ma solo l’ubicazione. È stata infatti annunciata la realizzazione del museo ipogeo, ma nulla ancora si sa circa i principi curatoriali del museo, il telos narrativo o l’allestimento.

Per queste ragioni il nuovo Museo del Design è tutt’altro che nuovo. Presenta infatti una selezione di 200 tra i 1.600 oggetti della collezione della Triennale compresi nel periodo 1946-1981, la maggior parte dei quali era stati già esposta alla Reggia di Monza. Numerose sono le icone, riconosciute e riconoscibili seppure legate a un’epoca ormai irrimediabilmente lontana: dalla poltroncina “Luisa” di Franco Albini per Poggi del 1949 alla sedia “Superleggera” di Gio Ponti per Cassina del 1957, dalla macchina da scrivere “Valentine” di Ettore Sottsass e Perry King per Olivetti del 1969 alla radio “Ts502” di Marco Zanuso e Richard Sapper per Brionvega del 1965, dalla lampada ”Arco” dei Castiglioni per Flos del 1962 alla “Acrilica” di Joe Colombo e Gianni Colombo per Oluce del 1962, dal vaso “Marco” di Sergio Asti per Salviati del 1962 al battipanni di Gino Colombini per Kartell del 1960, fino alla libreria “Casablanca” di Ettore Sottsass per Memphis del 1981 a chiudere la galleria. Sono oggetti meravigliosi che raccontano gli anni d’oro del design italiano contribuendo al dibattito per differenza.

Mancano infatti alcuni grandi maestri, alcune tipologie di oggetti come i gioielli, le automobili o le macchine utensili, ma soprattutto mancano le domande che si erano posti i TDM precedenti con le loro versioni mutanti e la loro relazione con la complessità di una disciplina multiverso. Manca un allestimento adeguato, didascalie ragionate e documenti dell’epoca che possano davvero fare apprezzare gli oggetti esposti come risultato di formidabili intuizioni e atti di coraggio creativi e manifatturieri.

Lo sforzo del direttore Grima è senza dubbio apprezzabile, portato avanti con garbo e con idee peculiari come quella di raccogliere le voci di alcuni progettisti, ma appare fondamentale definire i margini e gli obiettivi della scelta curatoriale, il perimetro delle tipologie da includere o, di contro, da escludere, e le relative motivazioni; per fare in modo che le rinunce siano giustificate da una ragione metodologica e da una giustificata coerenza. Non ci resta, dunque, che attendere le successive fasi per poter finalmente visitare un Museo del Design capace di rappresentare l’idea del presidente Boeri per cui «Il design non è mai un processo univoco e unidirezionale ma sempre un’incessante conversazione tra la dimensione creativa, quella produttiva, quella culturale e quella economica».

 

 

Museo del Design Italiano – Parte I

Triennale Milano
Via Alemagna, 6
www.triennale.org

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